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Se Malthus sapesse quanti siamo oggi (e come viviamo) (*)

Alessandro Rosina, Maria Letizia Tanturri
Quando Malthus scriveva il suo famoso “Saggio sulla popolazione”, sia i ricchi che i poveri facevano semplicemente tanti figli quanti ne arrivavano. I demografi la chiamano “fecondità naturale”. Il numero medio di figli per donna era superiore alle cinque unità, un valore che sembra molto elevato per gli standard di oggi, ma che è stato la norma per tutta la storia dell’Umanità. Se oggi la popolazione cresce in modo più intenso non è certo perché i nostri contemporanei siano diventati più prolifici rispetto a quelli di Malthus o ai precedenti. Oggi infatti il tasso di fecondità planetario, attorno ai due figli e mezzo, è al suo punto più basso di tutta la storia umana. Ed è inoltre in continua diminuzione. Se siamo molti di più a calpestare il suolo terrestre rispetto al passato è allora perché viviamo notevolmente più a lungo. Ovvero, moriamo di meno: la nostra capacità di resistere all’evento morte si è notevolmente potenziata.


Fine della crescita tumultuosa

L’equilibrio del vecchio regime demografico, durato sostanzialmente dal Neolitico fino al XIX secolo, era fondato su una elevata produzione di nascite controbilanciata da una alta frequenza di decessi. Le condizioni di vita erano perlopiù misere, vincolate ad un’economia di sussistenza e rese precarie dal ricorrente flagello delle epidemie. Insomma, con gli occhi di oggi, possiamo dire che l’uomo comune trascorreva un’esistenza stentata e breve. Ancora al momento dell’Unità d’Italia la durata media di vita era di appena 32 anni. Un valore molto basso, sul quale incideva un’alta mortalità infantile: un bambino su quattro non arrivava al primo compleanno e la maggioranza dei figli non entrava nell’età adulta. Chi, poi, fortunosamente superava gli elevati rischi di morte dell’infanzia, difficilmente arrivava in età anziana. La probabilità, ad esempio, di arrivare oggi al 75esimo compleanno è maggiore della probabilità nel passato di superare il primo anno di vita.


Noi, abitanti del pianeta nel XXI secolo, siamo la prova provata che si poteva vivere di più e meglio. Rappresentiamo il frutto còlto dell’ambizione dell’Uomo di superarsi continuamente. L’antico regime lasciato alle spalle non era certo, del resto, il Paradiso Terrestre. Oggi è comune arrivare ad 80 anni in buona salute. Il cambiamento straordinario che si è prodotto ha aperto una nuova fase, del tutto inedita e quindi anche imprevista da Malthus, che ha visto un aumento sia del numero di commensali che della fetta di torta mediamente assegnata. Questo perché la torta non è rimasta fissa, ma si è allargata considerevolmente, oltre ogni più rosea aspettativa.


La fase di crescita tumultuosa è però destinata a concludersi nel XXI secolo. Si aggiungeranno sempre meno commensali alla tavola, come conseguenza della riduzione progressiva della fecondità mondiale. Il processo di cambiamento, nella sua entrata a regime, necessita di un sistema che riduca soprattutto gli attuali eccessi e sprechi nella ripartizione delle fette di torta pro capite. Ciò al fine di un più lungimirante utilizzo dell’ambiente e delle risorse, ma anche di una riduzione degli squilibri territoriali e sociali (…).



Dalla quantità alla qualità delle nuove generazioni

Gli studiosi non hanno mai trovato una chiara e univoca relazione tra crescita demografica e sviluppo economico: è però difficile contestare il fatto che una crescita troppo intensa e rapida possa rendere più difficile un adeguato investimento sulla qualità degli individui perché, assorbendo in consumi immediati un’ampia quota di risorse, mina la capacità di fare investimenti di lungo periodo. In effetti, si nota che proprio i Paesi con una crescita demografica più lenta spendono in istruzione e salute per le nuove generazioni (incrementandone così la futura produttività del lavoro) più di quelli con una crescita più rapida. Il rapporto causa-effetto non è però unidirezionale. Anzi, è possibile documentare come attraverso un maggior investimento in sviluppo e istruzione pubblica si possano creare le condizioni per favorire scelte familiari orientate più alla qualità che alla quantità. In ogni caso, ora che la crescita demografica mondiale sta rallentando nella maggior parte delle aree povere, la grande sfida è proprio quella di investire i maggiori sforzi nella qualità delle nuove generazioni.


Come mostra un recente rapporto della Divisione Popolazione delle Nazioni Unite[1], dove la fecondità diminuisce, la quota di popolazione in età attiva aumenta  rispetto a quella degli anziani e dei bambini e si crea, così, per alcuni anni, una sorta di “dividendo demografico”. Se ben gestito da opportune politiche economiche volte ad aumentare l’occupazione e da politiche pubbliche finalizzate a migliorare le condizioni di salute e a incrementare i livelli di istruzione, il dividendo demografico diventa di per sé un fattore di sviluppo, come dimostra il caso delle economie dell’Asia Orientale. Perché questo avvenga, in cima all’agenda politica ci sono necessariamente alcune priorità ineludibili: la sicurezza alimentare e la lotta alla fame e alla malnutrizione, la riduzione della mortalità infantile, il miglioramento delle condizioni di salute, la crescita dei livelli di istruzione, e l’empowerment femminile (il rafforzamento della posizione della donna).


A livello mondiale, il numero di morti tra i bambini sotto i cinque anni si è ridotto da oltre 12 milioni del 1990 a poco più di 8 nel 2009: nel mondo, dunque, ogni giorno muoiono ancora 22 mila bambini (ma 12 mila meno del 1990). Oggi la metà di tutti i decessi prima dei cinque anni avviene in Africa e il 42% in Asia. I tassi di mortalità infantile si sono ridotti da 89 morti sotto i cinque anni ogni 1.000 nati vivi nel 1990 a 60 nel 2009 (Tab. 1). Nell’Africa Sub-sahariana, tuttavia, un bambino su 8 muore prima del quinto compleanno, nell’Asia del Sud, un bambino su 14, mentre la media dei PVS (Paesi in via di sviluppo) è uno su 167. In soli cinque paesi – l’India, la Nigeria, la Repubblica del Congo, il Pakistan e la Cina –  si concentra la metà dei decessi di bambini.


Uno degli “Obiettivi del Millennio” consiste proprio nel ridurre di due terzi la mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni, fra il 1990 e il 2015. Sedici paesi sono già riusciti nell’impresa addirittura prima della scadenza e altri 43 sono sulla buona strada per conseguire l’obiettivo. Sono invece ancora una decina gli Stati – tra i più poveri del mondo – che dagli anni Novanta non hanno registrato alcun progresso[2].


Passi in avanti sull’investimento nella qualità delle nuove generazioni sono stati compiuti anche riguardo all’istruzione. I tassi di iscrizione alla scuola primaria (numero di bambini iscritti alla scuola primaria rapportato alla popolazione totale in età scolare) hanno continuato a crescere, sfiorando il 90% nei PVS. Resta però indietro, anche in questo, l’Africa Sub-sahariana dove nel 2008 un bambino su quattro non è iscritto alla scuola primaria.



Tab. 1. Tasso di mortalità dei bambini sotto i cinque anni (decessi prima del quinto compleanno su 1000 nati vivi). Anni 1990-2009. Riduzione assoluta e tasso medio annuo di riduzione.

Regione
1990
1995
2000
2005
2007
2008
2009
      Riduzione        1990-2009         (%)                
Tasso annuo di riduzione 1990-2009
AFRICA
165
161
147
131
125
121
118
28
1,8
Sub-Saharan Africa
180
175
160
143
136
133
129
28
1,8
Eastern and Southern Africa
166
158
141
124
116
112
108
35
2,3
West and Central Africa
199
195
181
163
156
153
150
25
1,5
Middle East and North Africa
77
66
56
47
44
43
41
47
3,3
ASIA
87
83
70
59
54
52
50
43
2,9
South Asia
125
112
97
81
76
73
71
43
3,0
East Asia and Pacific
53
49
40
31
28
27
26
51
3,7
Latin America and Caribbean
52
43
33
27
24
23
23
56
4,3
CEE/CIS
51
49
37
27
24
23
21
59
4,7
Industrialized countries
10
8
7
6
6
6
6
40
2,7
Developing countries
99
95
84
74
70
68
66
33
2,1
Least developed countries
178
164
146
131
126
123
121
32
2,0
World
89
86
77
67
63
62
60
33
2,1

Fonte: www.childinfo.org, Unicef (2010), Levels & Trends in Child Mortality Report 2010, Estimates Developed by the UN Inter-agency Group for Child Mortality Estimation, New York, Unicef.





Il ruolo chiave delle donne

Come per i paesi sviluppati, anche nei PVS uno dei fattori chiave per la crescita della qualità è legata al ruolo delle donna. Il programma di azione della Conferenza Internazionale della Popolazione, tenutasi a Il Cairo nel 1994, già aveva identificato questo aspetto come centrale.  Il risultato della Conferenza potrebbe essere sintetizzato con uno slogan un po’ audace: il miglior contraccettivo è l’empowerment della donna. L’accordo adottato alla Conferenza da 180 governi per acclamazione, infatti, sposta definitivamente l’attenzione dal problema sociale degli effetti sullo sviluppo di una rapida crescita della popolazione, ad un piano individuale, centrato sul benessere della donna, sulla sua salute riproduttiva e sui suoi diritti nelle scelte demografiche. E’ stata, pertanto, abbandonata la prospettiva tradizionale del controllo della popolazione, in quanto il documento sostiene che qualsiasi intervento di politica demografica, volto direttamente a contenere la fecondità, sia coercitivo e lesivo del diritto delle donne a scegliere il numero dei figli e il tempo per metterli al mondo. Tali programmi vengono sostituiti da interventi di tipo diverso, che hanno come obbiettivo il rafforzamento delle donne, innalzando, ad esempio, i loro livelli d’istruzione, facilitando l’accesso ad un impiego, alleggerendo le loro responsabilità domestiche e migliorando la loro posizione sia all’interno della famiglia, che della comunità. Nell’ambito di questi interventi vengono inclusi anche servizi per la pianificazione familiare, con l’intento di garantire i diritti delle donne nell’ambito della loro salute riproduttiva ed ampliare la loro libertà di scelta. L’uguaglianza di genere e il rafforzamento del ruolo della donna tendono a generare un circolo virtuoso di scelte riproduttive più responsabili e, al tempo stesso, una contrazione dei livelli di povertà, della malnutrizione e delle malattie.

L’istruzione è inoltre fondamentale anche per scelte più responsabili relativamente all’uso delle risorse. Scrive l’economista premio Nobel indiano Amartya Sen (2007): “l’espansione dell’istruzione scolastica e il miglioramento della sua qualità possono renderci più sensibili all’ambiente. Una migliore comunicazione e mezzi di informazione più fecondi possono renderci più consapevoli”. E continua ribadendo l’importanza dello sviluppo umano “sia per il sostegno ragionato a favore dell’ambiente sia per l’eradicazione coordinata della povertà e delle privazioni vecchio stile”[3].

Progressi in questa direzione non mancano, su vari fronti, anche se va riconosciuto che il cammino è ancora lungo e molti rischi continuano ad essere in agguato.

(*) Tratto da Goodbye Malthus. Il futuro della popolazione: dalla crescita della quantità alla qualità della crescita, Rubbettino, 2011 (in libreria dal 7 luglio).


[1] Onu (2010),  Population Facts, Department of Economic and Social Affairs • Population Division, No. 2010/2/E/Rev, http://www.un.org/esa/population/publications/popfacts/popfacts_2010-2rev.pdf
[2] Onu (2010), The Millennium Development Goals Report 2010, New York, United Nations.
[3] A. Sen (2007), “Politica climatica e sviluppo umano”, in UNDP Lo sviluppo umano. Rapporto 2007/2008. 18. Resistere al cambiamento climatico, Rosemberg & Sellier, Torino.

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