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Se l’immigrato diventa un cittadino

Massimo Livi Bacci
cittadino
Il disegno di legge del Ministro Amato, che riforma le regole della concessione della cittadinanza, ha già scatenato – come prevedibile – le violente proteste della Lega e non poche riserve da parte di commentatori e politici del fronte moderato. Il dibattito parlamentare consentirà di mettere a fuoco e migliorare alcuni punti della proposta, augurandoci che ciò avvenga col costruttivo contributo dell’opposizione. Ci si accinge, infatti, a legiferare su un argomento fondamentale per ogni società civile: come concedere la cittadinanza, quando la via percorsa non è quella maestra della nascita da genitori italiani.

I punti fondamentali della proposta sono noti: il periodo di regolare residenza necessario per richiedere la cittadinanza viene ridotto da 10 a 5 anni; introduzione dello jus soli per i nati in Italia da genitore straniero che vi risieda regolarmente da almeno 5 anni; possibilità, per i figli minori (di stranieri) non nati in Italia di acquisire la cittadinanza se vi studiano e lavorano. Inoltre il coniuge di un cittadino italiano dovrà attendere due anni dalla celebrazione del matrimonio per chiedere la cittadinanza, e ciò allo scopo di contenere i matrimoni di “comodo”. Infine lo straniero aspirante italiano dovrà superare un test (conoscenza dell’italiano e e di altri fondamenti culturali) e prestare giuramento. Va subito detto che norme analoghe si trovano nei maggiori paesi di immigrazione: per esempio, il limite minimo di residenza regolare per richiedere la cittadinanza è di 5 anni in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Olanda; di 10 in Spagna (ma solo 2 per gli iberoamericani); di 8 in Germania. Quasi ovunque l’ottenimento della cittadinanza è subordinato alla conoscenza della lingua e degli elementi fondanti della cultura del paese ospite. Un giuramento (più o meno solenne) sigilla il percorso. Naturalmente le regole contenute nel disegno di legge non sono articoli di fede, e ben vengano proposte migliorative che si adattino alle particolarità italiana.

Il dibattito che sicuramente si svilupperà intorno alla proposta Amato dovrà tener conto di un fondamentale fatto. Una società, come quella italiana, che ha strutturale bisogno di immigrazione, ha interesse che il processo d’integrazione venga coronato dall’acquisizione della cittadinanza. Intendiamoci: non tutti gli immigrati (forse appena una minoranza) intraprendono il cammino fino in fondo; molti ritornano al paese di origine; altri optano per mantenere la propria nazionalità; altri non sono in possesso dei requisiti richiesti. Ma lo sbocco, agibile e agevole, deve esserci per chi intraprende il cammino dell’integrazione. Ebbene, oggi questo sbocco non c’è, o meglio, c’è, ma è irto di ostacoli e parzialmente occluso. I pochi che arrivano alla cittadinanza (quando ciò non avvenga per matrimonio, cioè nella minoranza dei casi) la conseguono dopo quasi vent’anni di regolare residenza (il doppio del minimo richiesto). L’iter burocratico, in caso di successo della domanda, dura mediamente quattro anni; il tasso di discrezionalità è assai alto. Soccorrono poi, inequivocabili, le cifre: con uno stock di stranieri regolari di 3,5 milioni, i nuovi cittadini sono stati (2004) 12.000, ovvero 3 stranieri su 1000; in Francia la proporzione dei nuovi cittadini è di 29 su 1000; in Gran Bretagna 25 su 1000; in Olanda 17 su 1000; in Germania 12 su 1000; in Spagna 10 su 1000. Insomma il tasso di formazione dei nuovi cittadini è, altrove, da 3 a 10 volte più alto che in Italia. Tre saranno dunque gli obbiettivi della legge Amato: riformare le regole, per disegnare un percorso d’integrazione consono ai tempi e alle circostanze; rendere il percorso chiaro ed agevole e allo stesso tempo garantire che i requisiti richiesti vengano verificati; aumentare il numero dei nuovi cittadini. Lo stock dei possibili candidati – cioè di coloro con almeno cinque anni di residenza regolare in Italia – cresce rapidamente: l’aumento potrebbe superare 200.000 unità all’anno nel 2008 e nel 2009. Molti avranno i giusti titoli per diventare cittadini.

 

Lasciando da parte le provocazioni leghiste, le preoccupazioni prevalenti di parte moderata sono di tre ordini. In primo luogo c’è il timore che i 5 anni di regolare residenza (uno standard nei maggiori paesi d’immigrazione) siano un periodo troppo corto per la “promozione” a cittadino: occorre qui ribadire, però, che si tratta di un periodo minimo e che occorrerà verificare gli altri requisiti oltre a quello temporale. La seconda preoccupazione parte dall’ovvia constatazione che la cittadinanza “non basta” per assicurare l’integrazione. A parte il fatto che essa è un traguardo – oltre che un mezzo – dei processi d’integrazione, è chiaro a tutti che lavoro, casa, scuola, voto locale, tolleranza, accettazione del patto sociale e di valori comuni sono altri necessari elementi di tale processo. Che va coltivato con politiche coraggiose nonché – sul piano pratico – con disponibilità di risorse (per esempio col ripristino del Fondo per l’integrazione). Il terzo timore è di ordine politico: i nuovi cittadini voteranno a sinistra? Ha già risposto Ilvo Diamanti (La Repubblica, 13 Agosto), ricordando che è assai probabile che gli immigrati provenienti dai paesi europei già socialisti voterebbero in maggioranza a destra e che il voto degli stranieri in Italia potrebbe riservare sorprese, come è avvenuto per il voto degli italiani all’esteri. E, infine, viene agitato uno spauracchio: non sarà che tra i nuovi cittadini – come è avvenuto con i sudditi di origine pakistana di Sua Maestà Britannica colpevoli di orrende stragi – alligneranno i nuovi terroristi? Può essere, ahimé. Ma se restassero semplici soggiornanti il pericolo sarebbe minore?
(Editoriale pubblicato su “La Repubblica” il 29 Agosto 2006)
Acquisizione della nazionalità nei paesi Europei (2004)
Paese
Numero acquisizioni
Acquisizioni per cento stranieri
Austria 41645 5,5
Belgio 34754 4,0
Repubblica Ceca 5020 2,1
Danimarca 14976 5,5
Finlandia 8246 7,7
Francia 168826 5,0
Germania 127153 1,9
Italia 11934 0,5
Norvegia 8154 4,0
Olanda (2003) 28799 4,1
Portogallo 1346 0,8
Regno Unito 140795 5,1
Slovacchia 4016 13,8
Spagna (2003) 26556 2,0
Svezia 26769 5,9
Svizzera 35685 5,1

Fonte: OECD, International Migration Outlook Paris, 2006, p.290

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