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Riecco il Bonus: un’arma spuntata contro la denatalità *

Marco Albertini, Alessandro Rosina

Qualche giorno fa il ministro Beatrice Lorenzin ha proposto una sostanziale modifica degli importi erogati attraverso la misura del bonus bebè, con l’obiettivo dichiarato di dare una qualche risposta alla profonda crisi di fecondità che attraversa – ormai da decenni – il nostro paese.

Lo spostamento dell’agenda

politica in tema di politiche sociali dall’ennesima discussione sulle pensioni a temi più alla radice dei problemi del Paese non può che essere valutato positivamente. Tuttavia viene il dubbio che – ancora una volta – si stia usando uno strumento poco adatto all’obiettivo dichiarato. In altre parole, il bonus bebè sia come misura in sé che per come è stato disegnato in Italia appare più adatto come politica di contenimento dell’alto rischio di povertà minorile che come strumento per influire significativamente sugli anemici tassi di natalità degli ultimi decenni.

Perché pochi figli?

Il primo passo per implementare politiche che aiutino a risollevare la natalità è capire perché in Italia si fanno pochi figli.

La risposta non sta in un maggior egoismo o nichilismo dei cittadini italiani rispetto a francesi e americani. Se noi facciamo in media un figlio e un terzo e loro due non è perché noi ne desideriamo di meno ma perché riusciamo di meno a mettere i giovani e le coppie italiane nelle condizioni di realizzare in pieno i propri obiettivi riproduttivi.

Bisogna allora più utilmente chiedersi: perché gli italiani non fanno tutti i figli che vorrebbero fare? Le spiegazioni, molteplici e complesse, richiedono come risposta solo misure ben mirate, coerenti e stabili.

Uno dei motivi principali è la condizione di difficoltà nel presente e di adattamento al ribasso che blocca non solo le ambizioni lavorative ma ancor più i progetti di vita futuri dei giovani-adulti. I dati dell’indagine “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo mostrano come nei confronti del lavoro sia aumentata la preoccupazione del reddito adeguato, tanto da far mettere in secondo piano l’autorealizzazione. La conseguenza non è la rassegnazione ma il rinvio, che poi diventa spesso rinuncia.

Le nuove generazioni italiane ci tengono a far crescere i figli in un contesto di sicurezza, con adeguate cure e benessere. La situazione di incertezza del presente li porta a posticipare la formazione di una propria famiglia. Aspettano allora di aver terminato gli studi, di aver trovato un lavoro abbastanza stabile e con uno stipendio che consenta di avere uno standard di vita dignitoso, di avere un po’ di risparmi che consentano di acquistare casa (in un paese dove le abitazioni in affitto tendono ad essere poche e relativamente care). Hanno poi la necessità di continuare a lavorare – possibilmente entrambi – anche dopo la nascita dei figli. E così, di rinvio in rinvio, alla fine della loro vita fertile molte donne italiane si ritrovano a non aver avuto il numero di figli che avrebbero desiderato avere. Secondo i dati Istat, le donne senza figli sono salite dall’11% nella generazione del 1950 (che ha concluso la sua storia riproduttiva alla fine del secolo scorso) al 21% della generazione del 1970 (le nuove over 45).

A cosa serve il bonus?

Per come è disegnato, il bonus bebè è una misura di sostegno al reddito per coppie la cui situazione economica è poco florida. Si tratta in sostanza di un trasferimento monetario non condizionato alle famiglie a basso reddito. Il finanziamento non è vincolato a null’altro che alla prova di mezzi e la misura si estende solamente ai figli fino ai tre anni di età. Di fatto questa descrizione corrisponde ad una politica di contrasto alla povertà tra le famiglie con figli sotto i 4 anni, cui tuttavia mancano misure di disegno e inclusione attiva e forme di controllo su come gli importi trasferiti vengano utilizzati – es. per pagare un asilo, latte in polvere o per comperare un TV? Intendiamoci, dati gli elevati livelli di povertà tra minori si tratta comunque di una misura benvenuta, ma è ben lungi dall’essere una politica efficace per stimolare i tassi di natalità.

Ma allora cosa può far alzare davvero i tassi di fecondità?

Ribadiamo che è un bene mettere al centro del dibattito pubblico il sostegno alle famiglie, ma è ancor più importante mettere in campo misure efficaci in grado di restituire la fiducia di vivere in un paese che funziona e che incoraggia a fare scelte di impegno positivo verso il futuro.

Il bonus bebè non offre alle nuove generazioni le sicurezze di cui esse hanno bisogno prima di “avventurarsi” nella genitorialità. C’è una lunga serie di misure che lo stato può implementare e che sarebbero più appropriate per favorire la scelta di avere un figlio. Ne elenchiamo alcune (per una riflessione più ampia su approccio e misure si veda il policy paper “Generare futuro” appena pubblicato dal think tank Volta).

  1. Innanzitutto favorire l’accesso alla casa e al lavoro (stabile). Il Jobs Act sembra essere un buon passo in questa direzione. Ma per l’occupazione giovanile e femminile bisogna fare di più. In questo senso la “Garanzia giovani” è invece lontana dall’essere una politica di successo.
  2. E’ necessario poi migliorare la possibilità di rimanere nel mercato del lavoro per le coppie con figli. Questo vuol dire servizi di accudimento a costi accessibili fino ai tre anni, ma anche attività rivolte ai bambini più grandi (fino almeno ai 14 anni) negli orari e periodi dell’anno in cui le scuole sono chiuse. Su questo punto negli ultimi anni si sono registrati forti tagli da parte dei comuni. Sul fronte asili ci si chiede che fine abbiano fatto i 1000 asili in 1000 giorni promessi dal Presidente del Consiglio e dal ministro Graziano Delrio. Su passodopopasso.italia.it non se ne trova attualmente traccia.
  3. Bisogna incentivare i padri a fare la loro parte. Sono molto le ricerche che mostrano che si fanno più figli quando i padri sono più partecipi alla vita familiare. Due giorni di paternità obbligatoria sono solo simbolici, serve di più in questa direzione.
  4. Bisogna, infine, dare più stabilità alle politiche – anche a quelle di trasferimenti economici – implementate dai vari governi. Le misure episodiche, con finanziamenti insufficienti e limitati nel tempo possono essere un ottimo strumento di acquisizione del consenso elettorale, ma sono cattive politiche. Gli italiani sanno bene che i governi passano mentre i figli rimangono.

 

*Articolo pubblicato anche su Lavoce.info

 

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