Ridurre i tempi per diventare italiani: meglio per tutti, ma soprattutto per i figli degli immigrati!

Salvatore Strozza

La legge sulla cittadinanza entrata in vigore un quarto di secolo fa (legge n. 91 del 1992) è il risultato di un’attenzione del legislatore rivolta soprattutto alla storia migratoria passata, cioè all’emigrazione italiana all’estero e alle nostre comunità sparse in tutto il Mondo, con le quali si è voluto mantenere un legame forte anche attraverso il riconoscimento della cittadinanza d’origine. Il dettato normativo è invece apparso da subito troppo poco attento verso le possibili istanze della crescente immigrazione straniera. Ne è scaturita una normativa che in Europa risulta tra le più restrittive, più o meno al pari di quella di altre nazioni di meno antica immigrazione (Spagna e Grecia) e più liberale solo di quella adottata dall’Austria e dalla Danimarca.

Una storia lunga mezzo secolo

A 25 anni dall’entrata in vigore della legge sulla cittadinanza e con alle spalle una storia di immigrazione straniera vicina al mezzo secolo, è giunta l’ora di prendere atto del fatto che la società italiana è ormai da diversi anni multietnica e multiculturale, con un’accelerazione in tale direzione che nel decennio passato (il primo del nuovo Millennio) è stata davvero eccezionale. Gli stranieri residenti in Italia sono da alcuni anni più di 5 milioni, di cui circa 3,5 milioni cittadini dei cosiddetti paesi terzi, cioè di nazioni non appartenenti all’UE. Secondo i rilievi dell’Istat i soggiornanti di lungo periodo, cioè titolari di permesso a tempo indeterminato, sono ad inizio 2017 più di 2,25 milioni, mentre i nati da entrambi i genitori stranieri sono stati negli ultimi 18 anni (dal 1999 al 2016) quasi 1.050.000. Queste cifre parlano chiaro, “il problema non è tanto quale posizione assumere rispetto alla prospettiva di una società multietnica (…), ma piuttosto come possiamo gestire una società multietnica che è già una realtà e che ci propone temi e questioni”¹. Quello del riconoscimento in tempi ragionevoli della cittadinanza italiana agli immigrati e ai loro figli che sono nati in Italia o vi sono arrivati da minorenni è senza dubbio una questione centrale. Chi vive, studia, lavora e paga le tasse nel nostro paese deve poter accedere in tempi più contenuti di quelli attuali alla cittadinanza, in modo che gli immigrati e i loro discendenti, se si sentono o hanno voglia di diventare italiani, possano avere gli stessi diritti politici degli altri italiani che vivono nel Belpaese o che sono sparsi nel Mondo.

Sentirsi Italiani

In un’indagine campionaria del 2008 sull’integrazione degli immigrati condotta dalla Fondazione ISMU su un campione rappresentativo di 12 mila stranieri adulti sono state inserite anche domande specifiche sul senso di appartenenza e sulla cittadinanza². La maggioranza degli intervistati (57%) ha dichiarato di sentire di appartenere molto (il 17%) o abbastanza (il 40%) all’Italia, percentuali comunque decisamente più contenute di quelle che giudicano molto o abbastanza importante ottenere la cittadinanza del nostro paese per se stessi o per i propri figli. Nel primo caso, le due modalità arrivano insieme al 76% (al 53 e al 23% rispettivamente molto e abbastanza), mentre nel secondo si giunge all’87% (68 e 19%). In sintesi, più della metà degli immigrati adulti si sente italiano, o quantomeno abbastanza italiano, ma 8 su 10 ritengono importante acquisire la cittadinanza italiana e 9 su 10 ritengono importante che sia concessa ai propri figli. Emerge, evidentemente, un’ampia area dell’immigrazione che ha sviluppato un’idea sostanzialmente strumentale della cittadinanza che, con ogni probabilità, viene vista non tanto come la tappa finale di un percorso di inserimento nella società italiana quanto piuttosto come un utile strumento per migliorare le proprie condizioni di vita. È così soprattutto per gli immigrati adulti, mentre per i loro figli, non solo quelli nati in Italia ma anche per la gran parte dei ragazzi arrivati in età prescolare e scolare, essere italiani è spesso un dato di fatto a cui purtroppo di frequente non corrisponde il riconoscimento giuridico. Dai dati dell’indagine del 2015 sull’integrazione delle seconde generazioni³ emerge che quasi il 38% degli studenti stranieri della scuola secondaria si sente italiano, il 29% non si sente in grado di rispondere, implicitamente segnalando una doppia appartenenza, e solo 33% dichiara di sentirsi straniero[iv]. Tra i nati in Italia e quelli arrivati a meno di 6 anni la quota di quelli che si sentono italiani è ovviamente più elevata e sfiora il 50%.

Ridurre i tempi di attesa per la concessione della cittadinanza

Per gli uni e per gli altri credo che sia necessario ridurre i tempi di attesa in modo che i cittadini dei paesi terzi (cioè i non comunitari) che vogliano diventare italiani possano farlo dopo un periodo ragionevole di soggiorno, di residenza legale, sul territorio italiano. Nell’ultimo decennio gli altri paesi europei si sono mossi in due direzioni: verso una maggiore apertura quelli che propendevano per lo ius sanguinis (ad esempio, la Germania); verso una ri-nazionalizzazione della cittadinanza con la civic integration nei paesi più liberali, seguiti da molti altri. L’attuale legge italiana propone un’idea di società più attenta alle comunità italiane all’estero di quanto non lo sia per le comunità straniere in Italia. Come in altri paesi europei credo che il numero di anni di residenza legale necessario per la naturalizzazione ordinaria (art. 9 della legge n. 91) vada ridotto a meno dei 10 anni attuali. Se si tiene conto che dall’arrivo in Italia passano in media 2-3 anni prima dell’iscrizione anagrafica, che devono quindi passare almeno 10 anni di residenza legale ininterrotta prima di poter fare richiesta di naturalizzazione, e ancora altri 3 anni in media prima di avere l’esito dell’istanza, appare chiaro che solo i più fortunati diventano italiani dopo 16 anni di presenza. In Germania la durata della residenza è stata da tempo ridotta a 8 anni, ma nella gran parte dei paesi dell’UE15 sono necessari solo 5 anni di residenza, una durata auspicabile anche per l’Italia.

Anche per gli stranieri nati in Italia e per quelli arrivati in età prescolare e scolare la condizione dei cinque anni di residenza dovrebbe essere requisito più che sufficiente. È mai possibile che i nati sul suolo italiano figli di stranieri debbano risiedere ininterrottamente dalla nascita fino alla maggiore età prima di ottenere, su richiesta, la cittadinanza? Paradossalmente oggi, per un minore straniero, potrebbe essere più facile avere la cittadinanza per iure comunicatio, cioè per trasferimento del diritto da parte dei genitori diventati italiani (art. 14), piuttosto che per essere nato e vissuto continuativamente in Italia. È, questa appena indicata, una scappatoia per varie ragioni insufficiente per ritenere secondaria la questione sollevata. Il rischio effettivo è quello di considerare estranei circa un sesto di neonati, bambini, fanciulli e poi adolescenti, che il nostro paese non riconosce come suoi figli, un sesto del presente e soprattutto del futuro dell’Italia che in base alla legge attuale sulla cittadinanza potrebbe diventare italiano solo nell’età adulta, con conseguenze negative per il senso di frustrazione maturato e quello di appartenenza penalizzato.

Lo si faccia subito per i figli degli immigrati

Per queste ragioni appare prioritaria la saggia adozione dello ius soli per i nati nel paese da genitori stranieri che abbiano maturato il diritto ad un soggiorno permanente (ius soli temperato) o per i figli di stranieri nati all’estero ma scolarizzati nel nostro paese (ius culturae). Tutto ciò eliminerà le diseguaglianze, non solo quelle giuridiche, tra le nuove generazioni e favorirà la piena integrazione tra le varie componenti della società italiana.

Sono anni che si parla della riforma del diritto di cittadinanza. Rinviare le modifiche alla legge n. 91/1992, già approvate dalla Camera dei Deputati due anni fa, appare un atto di malafede e viltà, come affermato in uno dei contributi di questo e-book. Il nuovo dettato normativo non sarebbe il migliore possibile, ma senza dubbio segnerebbe un passo in avanti significativo per sostenere tra le nuove generazioni di immigrati quel senso di appartenenza all’Italia finora riconosciuto in modo tardivo.

Note

¹ Ponzini G., “Le politiche per l’immigrazione in Europa. Tendenze e prospettive”, in Ponzini G. (a cura di), Rapporto IRPPS CNR sullo stato sociale in Italia 2012, p. 36.

² Cesareo V., Blangiardo G.C. (a cura di), Indici di integrazione. Un’indagine empirica sulla realtà migratoria italiana, Franco Angeli, Milano, 2009.

³Istat, L’integrazione scolastica e sociale delle seconde generazioni, Statistiche report, 15 marzo, 2016.

[iv] Strozza S., De Santis G. (a cura di), Rapporto sulla popolazione. Le molte facce della presenza straniera in Italia, il Mulino, Bologna, 2017.

 

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