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Riaprire il dibattito sull’immigrazione

Massimo Livi Bacci

Strano paese, l’Italia. L’immigrazione è il fenomeno sociale più travolgente di questo secolo, ma il dibattito non decolla, rimane prigioniero di slogan di parte, di affermazioni apodittiche, privo di approfondimenti, se non nelle chiuse stanze degli studiosi o nei ristretti circoli degli operatori.  Il cittadino si domanda: chi sono gli immigrati? Con quali criteri vengono ammessi? Chi è il nuovo vicino di casa, il nuovo compagno di lavoro, il nuovo abitante del quartiere? Quali le garanzie che l’immigrazione non determini il degrado della comunità, dei diritti sociali, dei servizi pubblici? La risposta delle parti politiche e sociali più sensibili al tema appare insufficiente. Si argomenta: “senza immigrazione l’economia soffre e con essa, alla lunga, anche la comunità, i servizi pubblici, il sistema di welfare”. Giusta risposta, ma zoppa e asimmetrica. Il degrado della comunità è infatti immediatamente percepito e personalmente sofferto; l’economia, invece, è un’entità misteriosa e lontana, e del suo andamento, buono o cattivo, nessuno è certo di conoscere i fattori.

 

Selezione, politiche “utilitarie” e “politiche umanitarie”

         Porre la questione “quali immigrati” significa affrontare esplicitamente il problema della “selezione”: un principio che molti tendono a respingere, avendo dell’immigrazione una visione di segno umanitario. Eppure quasi tutte le politiche migratorie attuate nel mondo hanno dosi più o meno massicce di selezione. Sono selettive le “riserve geografiche”, per le quali alcune provenienze vengono privilegiate rispetto ad altre; lo sono le “quote” riservate a categorie particolari di immigrati –  imprenditori, investitori, scienziati, religiosi, operatori sociali, “nazionali” ma cittadini di altro stato, magari emigrati generazioni addietro. Questi sono portatori di capacità imprenditoriali, di capitali, di conoscenze scientifiche, di valori, di abilità di cura, di tradizioni che si ritengono particolarmente rilevanti e tali da meritare un trattamento particolare rispetto ad altri possibili candidati. Esplicita o camuffata c’è una selezione, giustificata dalla salvaguardia di quelli che si ritengono essere interessi nazionali, comuni o collettivi  del paese ospitante. Insomma, una politica “utilitaria”: quella, cioè, che viene ritenuta più utile per il bene comune della collettività.

         Che un paese abbia una politica migratoria “utilitaria” non è uno scandalo, anzi è la cosa giusta da fare. Ma anche così facendo, non si devono abbandonare i principi umanitari di accoglienza – l’altra faccia della medaglia. La politica a carattere umanitario può essere esplicata, in via generale, con le politiche di aiuto allo sviluppo, purtroppo oggi ridotte al lumicino. Ma essa può venire attuata con una aperta e generosa politica dell’asilo. Nel nostro paese manca una legge generale, tuttavia le procedure di esame delle domande vengono espletate con buona sollecitudine, ed i programmi di sostegno ed inserimento di chi viene accolto sono ben strutturati, anche se non adeguatamente finanziati. Va anche ricordato che, nel contesto europeo, l’Italia – che genera il 13 per cento del PIL e contiene il 12 per cento della popolazione della UE  – accoglie appena il 3 per cento dei rifugiati; in numero assoluto  questi sono, in Italia, un quindicesimo di quelli accolti in Germania, un quinto ed un quarto rispettivamente di quelli accolti in Gran Bretagna ed in Francia.

         In estrema sintesi: la politica migratoria può essere selettiva, mentre quella dell’accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo è, per sua natura, non selettiva. Chiunque si trovi nelle condizioni stabilite dai trattati, dalle convenzioni e dalle leggi deve essere accolto.

 

Sulle politiche “a punti”.

         Alcuni paesi di antica tradizione migratoria (Canada, Australia, Nuova Zelanda) e, recentemente, alcuni paesi europei (Gran Bretagna, Danimarca) hanno adottato regole di ammissione “a punti”. Altri paesi hanno in programma di adottarle. Il principio è semplice, e consiste nell’attribuire al candidato un punteggio per ogni caratteristica individuale di una determinata lista, e di farne la somma: chi supera una determinata soglia è ammissibile (in funzione delle “quote” o dei “tetti” numerici adottati). Normalmente si prendono in considerazione età, stato civile, grado di istruzione, conoscenza della lingua, della cultura o dell’ordinamento, capacità di guadagno o di produrre reddito, specializzazione lavorativa, talenti particolari. Ma si può immaginare di attrezzarsi per considerare altri elementi: per esempio, la composizione della famiglia e le relative caratteristiche, l’esistenza di legami con il paese, eventuali programmi (comprovabili) di inserimento. Naturalmente l’attribuzione del punteggio non deve essere distorta da elementi discriminatori: genere, razza, religione, opinioni, provenienza geografica.

Un sistema di questo tipo ha il vantaggio della trasparenza e dell’obbiettività: la selezione è basata su criteri noti e (per quanto possibile) controllabili, al contrario delle politiche “implicitamente” selettive attuali, opache e a volte arbitrarie. Non è manipolabile. Allo stesso tempo è necessaria sia un’approfondita e condivisa attribuzione dei punteggi alle varie caratteristiche: preferiamo i giovani agli adulti, i colti agli incolti, gli  specializzati ai generici, le persone sole a quelle con famiglia? E perché? E in che misura? Le risposte a questi quesiti possono darsi del presunto contributo che una determinata “qualità” o “caratteristica” del candidato potrebbe dare allo sviluppo della società e dell’economia e alla sua capacità di essere partecipe della società stessa (inclusione, integrazione, interazione…). Ma, ovviamente, non si tratta di un’operazione semplice, né neutra o indolore: in funzione delle scelte adottate, alcuni dei migranti che bussano alle nostre porte saranno accolti, e altri respinti.

 

 Aprire la discussione

         Nel breve termine, occorre sicuramente una riforma della politica delle ammissioni al nostro paese. Nel lungo periodo occorre rispondere ad una domanda non eludibile: questa riguarda non solo la dimensione dei flussi (“quanti” immigrati), ma anche la loro qualità, la loro capacità di far parte della società e di contribuire alla sua crescita. E’ perciò  ineludibile la questione della “selezione” esplicita, trasparente e non discriminatoria, dei candidati all’immigrazione, basata su parametri condivisi.  Le politiche “a punti” sono una possibile risposta; esse hanno varianti ed alternative, che vanno discusse apertamente e con coraggio. Ho chiamato questa politica “utilitaria”, perché è funzionale alla crescita della società. Ma un grande paese, con responsabilità politiche internazionali, che si fonda sui valori espressi dalla Costituzione, deve aprirsi più generosamente all’entrata di persone anche sulla base di considerazioni umanitarie, per definizione non selettive. Dall’equilibrio di queste componenti può scaturire una nuova politica migratoria. L’offerta politica all’opinione pubblica deve essere più chiara: lo stato ammette, selezionando, chi merita e contribuisce alla crescita della società. Lo stato accoglie, generosamente, chi ha bisogno di aiuto umanitario secondo i principi del diritto internazionale e in accordo con i principi della carta costituzionale. Insomma: vengono ammessi coloro che “sono utili alla società” ma anche i perseguitati, le vittime, le persone la cui vita ed incolumità è in pericolo.

 

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