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Relazioni pericolose

Massimo Livi Bacci
L’organizzazione Fortress Europe[1] tiene, da anni, la triste contabilità delle perdite umane di immigrati irregolari avvenute durante il transito verso l’Europa. Sono, per lo più, vittime di naufragi nelle rotte mediterranee ed atlantiche; in oltre un terzo dei casi si tratta di dispersi, i cui corpi non sono stati recuperati ed hanno trovato sepoltura in mare. Nel 2008, si sono contate 1274 vittime nel canale di Sicilia (un numero più che doppio del 2007 e triplo del 2006) e 352 nelle rotte, mediterranee od atlantiche, verso la Spagna. Queste cifre riguardano per lo più i naufragi accertati, ma nulla sappiamo delle vittime che restano inosservate. Né includono le numerose vittime tra i migranti africani nei lunghi trasferimenti, attraverso il deserto, per raggiungere i paesi dell’Africa occidentale o settentrionale, trampolini di lancio verso l’Europa.
Gli alti rischi di morte
Il tentativo di traversata marittima su natanti precari, con equipaggi improvvisati e malfidi, organizzatori senza scrupoli, è ad alto rischio. Quanto alto sia, non è dato di sapere con precisione, ma possiamo farcene un’idea indiretta. Gran parte degli immigrati irregolari che si dirigono verso le coste Europee sono intercettati in mare o all’approdo. Non sappiamo quanti sfuggano all’intercettazione, ma si tratta sicuramente di una parte minoritaria. Il numero degli intercettati approssima dunque (per difetto) il numero di coloro che affrontano le traversate. Il numero delle vittime accertate è fornito (anch’esso per difetto, come abbiamo detto) dai dati raccolti da Fortress Europe. Il rapporto tra la seconda e la prima quantità offre una valutazione del rischio. I risultati di questo rozzo calcolo[2] sono riportati nella figura 1, che riporta i tassi di mortalità, espressi per 1000 transiti irregolari, verso l’Italia e verso la Spagna nel periodo 2002-2008. Nei sette anni considerati il rischio varia da un minimo di poco inferiore a 10 decessi ogni 1000 transiti (2002) ad un massimo di 35 nel 2008. Nella media del periodo, i rischi sono quasi identici per i due paesi: 21 per 1000 in Spagna e 22 in Italia. Se poi suddividiamo il periodo nel quadriennio 2002-2005 e nel triennio 2006-2008, si osserva un aumento del rischio: da 16 a 24 per mille per la Spagna e da 17 a 27 per mille per l’Italia.
Due caute considerazioni  
L’incertezza nei dati di base consente solo due ulteriori considerazione. La prima è che un rischio del 20 per mille è molto alto: pensiamo che il rischio di morte tra i 20 e i 40 anni è intorno allo 0,8  per mille per anno, cioè di 25 volte inferiore. La seconda riguarda – pur con tutte le cautele di interpretazione – il più alto rischio riscontrato nell’ultimo triennio rispetto al quadriennio precedente. Un’ipotesi è che il rafforzamento dei controlli (pattugliamenti in mare, monitoraggi aerei ed elettronici, controlli sulle coste alla partenza o all’arrivo) costringa a mutamenti degli itinerari e delle strategie di transito. Il sistema SIVE (Sistema Integrato di Vigilanza Esterna) messo in atto in Spagna per il controllo dei transiti nello stretto di Gibilterra ha deviato i flussi irregolari sulle più lunghe e pericolose rotte tra la costa africana occidentale e le isole Canarie, fin quando, a partire dal 2006-07 non si sono rafforzati i controlli anche in quella zona. Il rafforzamento del pattugliamento marittimo ha inoltre indotto ad utilizzare imbarcazioni più piccole e più veloci, meno facilmente individuabili ed intercettabili. Per cui i rafforzamenti dei controlli, se da un lato portano ad un declino dei tentativi di transito, dall’altro ne aumentano il costo ed il rischio. Considerazioni simili sono state più volte fatte relativamente ai passaggi illegali attraverso il confine tra Messico e Stati Uniti: il progressivo rafforzamento (pattuglie, barriere, monitoraggi) intorno ai varchi più frequentati ha deviato i transiti verso aree meno controllate ma assai più difficili e rischiosi da percorrere, con un aumento delle vittime.
Memento per le politiche
E’ ragionevole ritenere che i paesi Europei del fronte sud del Mediterraneo rafforzino i controlli in mare, con l’ausilio del programma Frontex (cui va data, però, una missione precisa, assicurando forme di controllo del suo operato, oggi scarsamente trasparente), con mezzi e tecnologie adeguate. A tre condizioni. La prima è che vengano pienamente rispettati i diritti dei migranti, particolarmente per quanto riguarda i respingimenti e la tutela di coloro che migrano in cerca di asilo e protezione umanitaria. La seconda è che sia assicurato il coordinamento tra i paesi dell’Unione: i recenti contrasti tra Italia e Malta segnalano la urgente necessità di eliminare difformità di comportamenti in questo delicatissimo settore. La terza è che si attui una strategia coordinata nel rafforzamento dei controlli, prevedendo le conseguenze (ed i rimedi relativi), delle iniziative che gradualmente vengono poste in atto. Naturalmente è fondamentale che vengano stipulati a livello Europeo – e non solo dai singoli stati – complessi accordi con i paesi di provenienza e di transito.

[2] Questo calcolo è stato fatto da Philippe Fargues, Irregularity as Normality among Immigrants South and East of the Mediterranean, Carim, European University Institute, Florence, 2009, p. 14 http://cadmus.eui.eu/dspace/bitstream/1814/10795/3/CARIM_AS&N_2009_02.pdf

 

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