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Rassegnarsi o andarsene? La fin troppo facile scelta dei giovani italiani

Alessandro Rosina

Quello dei “cervelli in fuga” verso l’estero è forse uno dei temi che presentano il maggior divario tra alta presenza nel dibattito pubblico e bassa conoscenza del fenomeno. La combinazione tra carenza di dati e complessità della materia genera un ampio ventaglio di posizioni diverse: c’è chi afferma che si tratta di una bufala e che i valori sono irrisori, chi dice che in ogni caso è un bene che i giovani se ne vadano dove possono trovare migliori opportunità, chi infine sostiene che si tratta di un vero e proprio esodo dei nostri migliori elementi, dannoso per l’Italia.
Allo scopo di fare un po’ di chiarezza, cerchiamo di dare una risposta, al meglio delle nostre attuali conoscenze, alle seguenti due domande: Sono tanti o pochi i giovani laureati che ogni anno lasciano l’Italia per cercare migliori prospettive altrove? Quanto dobbiamo preoccuparcene?

Tanti o pochi?
Tanti o pochi è una questione relativa e dipende da cosa prendiamo come riferimento. La prima cosa da premettere è che socraticamente, qui più che per altri fenomeni socio-demografici, sappiamo soprattutto di non sapere. I dati ufficiali sono quelli dell’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), fonte che però risulta affetta da rilevanti limitazioni sia di copertura che di dettaglio delle informazioni che fornisce (Massimo Livi Bacci, “Gli Italiani all’estero. Quasi un segreto di Stato”, neodemos.it 2010). L’iscrizione è prevista per chi intende spostare la residenza per oltre 12 mesi e molti giovani che vanno a fare un’esperienza di studio o lavoro all’estero partono senza avere un orizzonte predefinito. Molti quindi non si iscrivono o lo fanno con molto ritardo rispetto all’effettivo momento di espatrio. Varie indagini esplorative e ricerche che confrontano fonti diverse indicano una dimensione del fenomeno che sarebbe circa il doppio rispetto a quella restituita dall’AIRE.
Per farsi un’idea della nuova emigrazione di giovani talenti italiani più che i dati di stock dell’AIRE possono essere utili i dati di movimento prodotti dall’Istat. Pur limitati ai cambiamenti formali di residenza, i flussi in uscita delineano comunque il ritratto di un fenomeno in crescita nel tempo e in mutamento qualitativo. “Il numero di emigrati italiani è pari a 68 mila unità, il più alto degli ultimi dieci anni, ed è cresciuto del 35,8 per cento rispetto al 2011” (Istat, Rapporto annuale 2014, p. 145).
Tra questi, i laureati non costituiscono la maggioranza, ma sono decisamente la componente in maggior crescita. Il dato più recente fornito dall’Istat indica oltre 14 mila laureati, un valore fortemente aumentato negli ultimi anni (figura 1). Se si rapportano i flussi di uscita alla popolazione di 25 anni e più (per omogeneità con l’età in cui si può aver già acquisito il titolo più alto di studio) la crescita in termini relativi è dal 12% di inizio secolo al 27% attuale. E’ in possesso di una laurea quasi un italiano su tre tra quelli che emigrano verso gli Stati Uniti (32,2%), il Brasile (31,6%) e il Regno Unito (30,7%): non si va, quindi, solo nei paesi avanzati in cui si investe di più in ricerca e sviluppo ma anche nelle realtà emergenti in forte crescita e con opportunità in espansione.
Nel valutare se siano tanti o pochi alcune considerazioni vanno aggiunte. La prima è che se il capitale umano delle nuove generazioni è considerata la risorsa più preziosa di cui dispongono le economie avanzate per creare innovazione e sviluppo nel XXI secolo, noi di questa risorsa ne produciamo di meno e ne disperdiamo di più. Non solo siamo infatti uno dei paesi con meno giovani in Europa ma la proporzione di quanti arrivano alla laurea è più bassa (Istat, Noi Italia 2013). Quando misuriamo le crescenti uscite di talenti verso l’estero dobbiamo anche tener presente che siamo anche una delle economie avanzate più povere di giovane capitale umano.
La propensione all’uscita cresce con il titolo di studio (come mostra la ricerca ISFOL, “Non solo mobili. Indagine sulla mobilità geografica dei dottori di ricerca ”,), e  ad andarsene sono non solo i più qualificati ma anche mediamente i più dinamici e motivati (vedi ricerca della Fondazione ISTUD, “Y-ers ready for work around the world”, condotta nel 2013), ovvero le energie più preziose per sbloccare l’ascensore sociale e i migliori alleati del cambiamento. Cresce inoltre il numero di studenti pronti a valutare concretamente offerte di lavoro all’estero, pari al 45% secondo i dati del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo (www.rapportogiovani.it ).

Quanto dobbiamo preoccuparcene?
Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci: la mobilità internazionale dei giovani talenti è positiva, non va contrastata ma incoraggiata perché rafforza formazione, esperienze, competenze e network. Il problema dell’Italia non sono quindi i tanti di valore che se ne vanno, ma i pochi che fanno il percorso inverso. Se alla forza di uscita ne corrispondesse una quantitativamente e qualitativamente analoga in entrata, a beneficiarne sarebbe – a livello macro – il sistema paese, che incrementerebbe la dotazione di intelligenze ed energie che lo rendono aperto al mondo e competitivo, e – a livello micro – i giovani stessi che amplierebbero le opzioni possibili coniugando la scelta di andare con l’opportunità di tornare con successo.
La questione vera sta quindi nel fatto che più che in altri paesi avanzati la circolazione risulta inceppata. La perdita netta è infatti salita nel 2012 (ultimo dato disponibile) a circa 9 mila laureati.
La fuoriuscita di talenti è come una emorragia continua. Se voi aveste una ferita che non si cicatrizza vi limitereste a dire che in fondo il sangue che esce non è poi così tanto? No, vero? Se le nuove generazioni fossero un paziente potremmo accusare il medico di prendersene poca cura. Non è casuale che la fiducia nelle istituzioni sia in caduta libera tra i giovani italiani e che tra gli espatriati sia forte il senso di risentimento per aver dovuto cercare all’estero il riconoscimento di quanto valevano (con poca possibilità che questo riconoscimento torni poi ad essere spendibile nel proprio paese).
Un saldo negativo e crescente di laureati che emigrano verso l’estero non è quindi un segnale da sottovalutare. Indica una incapacità crescente, che rischia di diventare cronica, di mettere in relazione virtuosa capitale umano delle nuove generazioni, occupazione di qualità, innovazione delle imprese, competitività del sistema paese. Possiamo rinunciare a tutto questo se l’Italia si adatta ad un ruolo sempre più marginale nel mondo e i giovani che rimangono in Italia si rassegnano a lasciare in una buca i loro talenti.

 

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