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Quoziente familiare (e tante altre cose) (*)

Gustavo De Santis

Si è di recente aperto un dibattito tra Andrea Ichino (“Quoziente familiare? In Italia meglio di no “) e Andrea Vannucci (“Anche i bambini sono cittadini. Replica a Ichino sul quoziente familiare“), cui, in calce, Ichino risponde. Il principale oggetto del contendere è l’opportunità o meno di introdurre anche in Italia il “quoziente familiare” a fini IRPEF, ovvero: è preferibile tassare i redditi individuali o quelli familiari? In questo secondo caso, prima si cumulano i redditi dei coniugi, e poi si divide l’ammontare così ottenuto per un numero (il quoziente familiare, appunto) che cresce con il numero dei componenti della famiglia, il che permette alle famiglie più numerose di pagare meno tasse.

 

Quoziente familiare! Chi era costui?

L’idea del quoziente familiare non è nuova: in alcuni paesi già lo si applica (Francia), mentre in Germania e in USA esiste nella versione nota come “splitting”: il reddito dei coniugi si cumula e poi si divide per due, ma il numero dei figli è irrilevante. In Italia non c’è, ma se ne parla da tempo (ad esempio, Chiara Rapallini, “Tre riflessioni sul quoziente familiare “). Il tema è intrigante, e torna periodicamente al centro del dibattito, come è avvenuto con la recente “Conferenza nazionale della famiglia ” (Milano 8-10 novembre 2010), che ha rilanciato il quoziente familiare come possibile mezzo di sostegno per le famiglie numerose, e forse anche di stimolo alla fecondità.

In sintesi, i fautori del provvedimento, tra cui Vannucci, argomentano che, poiché in famiglia le risorse si mettono in comune, è irrilevante chi sia a guadagnarle: quello che conta è, da una parte, l’ammontare del reddito familiare, e, dall’altra, il numero di “bocche da sfamare”. Questo aspetto, che, con il quoziente familiare è posto al centro dell’attenzione, con la tassazione individuale rimane in ombra, e le tasse risultano diverse se, ceteris paribus, al reddito familiare di 100, i coniugi (limitiamoci, per semplicità, alle sole coppie) concorrono per 50 e 50, o invece per 70 e 30, o con altre combinazioni ancora: più sbilanciati sono i redditi dei coniugi, maggiore è il carico fiscale.

Chi, come Chiara Rapallini, contesta questa misura, vi vede due rischi: un possibile vantaggio a favore delle famiglie più ricche (che, grazie al quoziente familiare, non inferiore a 2, con cui si dividono tutti i redditi, si sottrarrebbero all’aliquota marginale più elevata), e, soprattutto, un disincentivo al lavoro della donna. Nell’esempio di prima, la donna coniugata che guadagna 30 paga le tasse con un’aliquota bassa se la tassazione è individuale, ma con un’aliquota elevata se la tassazione è familiare, perché è come se guadagnasse 50 anche lei, come il partner. L’aliquota elevata scoraggia il lavoro, ed è quindi potenzialmente dannosa, soprattutto in un paese come l’Italia in cui le donne sono nel complesso poco occupate (circa il 46% tra i 15 e i 64 anni), meno che non nel resto d’Europa (dove lavora poco più del 50%) e meno di quel 60% previsto negli obiettivi di Lisbona (nel 2000 per il 2010).

 

La ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro

Chi ha ragione? Non tocca certo a me, demografo, prendere posizione su un tema che riguarda il mercato del lavoro e la politica fiscale. Mi limito quindi a riprendere le parole della già citata Chiara Rapallini, di quasi quattro anni fa: “il vantaggio fiscale ai nuclei numerosi può essere assicurato anche con le detrazioni per carichi familiari mantenendo la tassazione individuale, ovvero lasciando inalterata la struttura dell’imposta sul reddito e aumentando l’ammontare delle detrazioni. Le detrazioni, inoltre, sono diversificabili in base al livello di reddito dei contribuenti e quindi possono essere più consistenti per i nuclei che, oltre ad essere numerosi, sono anche bisognosi.” Insomma: concentrarsi su un solo aspetto del problema (quoziente sì o no), dimenticando altre possibili misure correttive, detrazioni o altro, rischia di produrre un dibattito parziale.

Aggiungo poi, da demografo, che il concetto di famiglia è ormai sempre più sfumato: ci sono i figli dei divorziati che vivono parte del tempo con ciascuno dei genitori; ci sono le famiglie di fatto; gli anziani che trascorrono però alcuni mesi con i figli adulti; i LAT (living apart together – cioè persone che risiedono anagraficamente in case diverse, ma che hanno una relazione stabile e formano quindi una sorta di famiglia), gli studenti fuori sede, che non è tanto chiaro se facciano famiglia a sé, o se invece siano ancora parte integrante della famiglia di origine, ecc. Queste forme familiari, marginali in passato, sono oggi sempre più diffuse. Insomma, più passa il tempo, più il concetto di famiglia si complica e sfuma: pensare di basare la tassazione sulla sempre meno definibile nozione di famiglia rischia di rendere le cose più complicate del necessario, soprattutto in prospettiva.

In conclusione, la mia impressione, da profano, è che l’introduzione del quoziente familiare non sia indispensabile per perseguire i fini dichiarati, di sostegno alle famiglie numerose, mentre potrebbe avere conseguenze negative: difficoltà interpretative legate al concetto di famiglia, e disincentivo al lavoro femminile.

 

Dal quoziente familiare all’universo mondo

Come spesso avviene, un certo spunto iniziale diventa poi l’occasione per allargare il discorso e toccare altri temi, di più ampio respiro. E’ quel che è successo anche in questo caso, dove l’ambizione di parlare di grandi problemi in poco spazio ha condotto Ichino e, meno, Vannucci a introdurre argomenti che io personalmente trovo poco pertinenti rispetto al tema trattato, e anche in parte scorretti. Poiché, appunto, tali passaggi sono numerosi, discuterli tutti compiutamente richiederebbe molto più spazio di quello che posso occupare qui. Mi limiterò quindi a elencare, e illustrare molto sinteticamente, alcuni dei miei punti di disaccordo.

1) Crescita demografica e struttura per età. Per i meccanismi di formazione e sviluppo delle popolazioni umane, tranne che in casi particolarissimi, la crescita demografica si accompagna a un ringiovanimento; all’opposto, il rallentamento della crescita e, più ancora, la diminuzione demografica si accompagnano a un invecchiamento. Ora, vi è in generale accordo sul fatto che esistono due possibili “mali”: sovrappopolazione (benché nessuno mai abbia saputo individuare i “giusti” livelli di popolamento) e invecchiamento. Tipicamente, chi argomenta su un piano (ad esempio, denunciando i pericoli della sovrappopolazione mondiale, come Ichino) ignora l’altro, e viceversa. Quel che invece bisognerebbe fare è tenerli entrambi sotto osservazione, cercando di individuare percorsi ottimali di sviluppo demografico, tali cioè da minimizzare gli inconvenienti dell’uno e dell’altro eccesso. Le poche e parziali applicazioni di cui sono a conoscenza suggeriscono che un sentiero di lungo periodo vicino alla crescita zero sarebbe probabilmente la soluzione preferibile. Ma una crescita vicina allo zero si ottiene con una fecondità non lontana dai 2 figli per donna, non con gli 1,4 che oggi caratterizzano l’Italia.

2) Che una struttura demografica non (troppo) invecchiata costituisca un vantaggio è una banalità che spero non debba essere discussa in questa sede. Questa considerazione, che vale in generale, è particolarmente pregnante nel caso specifico del sistema previdenziale. Qui, la differenza tra sistema retributivo o contributivo, evocata dai due autori, è quasi del tutto irrilevante. Quel che rileva, semmai, è la differenza tra sistemi a capitalizzazione o invece a ripartizione (Io, veramente, sono piuttosto dell’avviso che, anche in questo caso, la differenza sia più apparente che reale, ma qui non ho il tempo di argomentare.) Nessuno ha mai messo in dubbio che, nei sistemi previdenziali a ripartizione, come è quello che abbiamo in Italia, anche dopo la riforma Dini, l’ordinata successione delle generazioni costituisca un potente fattore di equilibrio e allentamento delle tensioni. Poi, data l’evoluzione demografica, si può discutere di come un sistema a ripartizione possa funzionare più o meno bene: come ho scritto altrove (ad esempio, in “Previdenza: a ciascuno il suo?”, Il Mulino, 2006) ritengo che esso dovrebbe, tra le altre cose, essere calibrato su una popolazione stazionaria (a crescita zero, appunto), ma avere anche la capacità di adattarsi alle fasi di “bonus” e “malus” demografico, caratterizzate da un maggiore o minore peso relativo di giovani, adulti e vecchi nella popolazione.

3) La decisione di fare figli non è solo una scelta privata: ha ricadute collettive che possono essere (giudicate) talvolta dannose, se la popolazione tende a crescere troppo, e talaltra invece favorevoli, se la popolazione tende a invecchiare troppo. L’idea di orientare le scelte, anche con lo strumento delle politiche fiscali, non è affatto peregrina, in sé.

4) Una volta che i genitori hanno preso la decisione di far nascere il figlio, un incolpevole nuovo membro si aggiunge alla famiglia. Anche ammesso che Ichino abbia ragione, e cioè che il problema principale sia quello di un’Italia troppo densamente abitata, all’interno di un mondo sovrappopolato, le politiche di scoraggiamento della fecondità devono però conciliarsi con l’obiettivo di non ridurre in povertà le famiglia e, soprattutto, i figli che non hanno scelto di venire al mondo.

5) Anche i flussi migratori, in entrata e in uscita, sono un esempio di scelte individuali con ricadute collettive. Le immigrazioni, ad esempio, fanno crescere la popolazione e la fanno ringiovanire, perché a entrare sono soprattutto giovani, mediamente di circa vent’anni. In questo senso è vero che le immigrazioni possono in parte sostituire le nascite: solo entro certi limiti, però, perché gli immigrati non sono perfetti sostituti dei neonati. Certamente, il fatto che i potenziali immigranti in Italia siano persone già nate che si trovano adesso in condizioni di bisogno è un potente argomento per sostenere l’apertura delle frontiere e mettere invece un po’ di sordina alla necessità di risollevare la fecondità Italiana, o degli altri paesi ricchi. Ma non è l’unico aspetto rilevante del dibattito.

 

Conclusioni

Nella società italiana, molte cose potrebbero migliorare. La spesa sociale è tra queste: nelle parole di Ichino, pare talvolta che il modo di spendere sia irrilevante (pensioni o cura dell’infanzia; disoccupazione o salute: alla fine, tutto va in tasca alle famiglie); talaltra invece che orientare la spesa in un certo modo faccia una gran differenza (no alle università sotto casa; no al quoziente familiare; sì alla detassazione del lavoro femminile); in altri casi ancora, sembra che la spesa sia frutto della volontà della nazione (“forme di finanziamento implicito funzionali a un sistema di welfare che proprio sulla famiglia si regge, perché così vogliono gli italiani e questo chiedono al sistema politico”), e quindi che essa sia un effetto e non una causa.

Io penso che una classe politica illuminata potrebbe cercare di correggere, con gradualità, le distorsioni nella spesa pubblica che abbiamo ereditato dal passato. Per restare al tema qui trattato, la riduzione della spesa per gli anziani, che oggi assorbe il 75% delle spesa sociale, e l’espansione invece della spesa per famiglie e giovani (ad esempio, con aumento dei servizi di cura e custodia dell’infanzia) potrebbero essere i primi passi per cercare di conseguire contemporaneamente il duplice obiettivo di una maggiore fecondità e di una maggiore presenza femminile sul mercato del lavoro.

 

(*) Articolo presente anche su SISMagazine

 

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