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Quote rose e bicameralismo perfetto: una soluzione per due problemi

Gustavo De Santis

Tra le tante cose che il governo attuale dovrebbe fare (e l’uso del condizionale appare d’obbligo) c’è la riforma del Parlamento: servono veramente due Camere [1]? Se sì, devono avere gli stessi poteri? Devono essere elette con lo stesso meccanismo? Di quanti membri devono essere composte? ecc. A un livello più basso, ma collegato, vi è la questione della legge elettorale, su cui se ne innesta poi un’altra: quella delle “quote rosa”. E’ giusto imporre un minimo di presenza femminile nelle liste dei partiti? E se si reintroduce la libertà di scelta degli elettori con il meccanismo delle preferenze, come garantire che rose di candidati a priori equilibrate non si traducano poi in elezione concreta di tanti maschi e poche femmine (o viceversa, ma questo rischio appare più remoto)?

Una modesta proposta: Camera Azzurra e Camera Rosa

Una possibile soluzione a entrambi i problemi (doppia Camera e quote rose) è, mi pare, la seguente: creare due Camere dei Deputati con ugual numero di rappresentanti (o quasi: v. sotto). Ma, in una, l’elettorato attivo e passivo è costituito solo da donne; nell’altra, solo da uomini.

Non è un bicameralismo perfetto: una camera prevale sull’altra. I dettagli del come prevalere possono variare e non voglio discuterli qui: ad esempio, la Camera “inferiore” potrebbe respingere o chiedere modifiche a una proposta di legge già votata dalla Camera “prevalente”, ma se la Camera “prevalente” la riapprova, in versione identica, la proposta diventa automaticamente legge.

Quel che vorrei invece proporre è il criterio di prevalenza di una Camera sull’altra: il mercato! O meglio, la partecipazione al voto: prevale la Camera per la quale sia stato espresso il maggior numero di voti validi.

Questa proposta, dalla realizzazione relativamente semplice (nei limiti in cui lo possono essere le riforme costituzionali, beninteso), avrebbe, mi pare, numerosi vantaggi. Intanto porrebbe automaticamente le donne su un piede di parità con gli uomini (o anche meglio: v. sotto) e aggirerebbe il problema di garantire al contempo le quote rosa e anche il rispetto della libertà di scelta degli elettori.

Poi, darebbe vita a una aperta, ma leale competizione tra maschi e femmine per andare al voto e quindi anche … prevalere sull’altro sesso. Tenderebbe, quindi, a far aumentare la partecipazione al voto da parte dei cittadini, da tempo in preoccupante calo.

Infine, risolverebbe il problema del bicameralismo perfetto, che blocca il paese (soprattutto se le due Camere non hanno la stessa maggioranza). Una Camera prevale, ma non si sa a priori quale delle due (non si ha, quindi, l’automatica diminutio dell’altra Camera): lo si stabilisce ex post, sulla base del comportamento concreto degli elettori (… oops: e delle elettrici, quasi dimenticavo).

Questa riforma potrebbe poi andare di pari passo con altre che mi paiono utili, e che in alcuni casi risulterebbero persino semplificate da questa prima scelta. Vediamole rapidamente.

Voto ai minorenni (tramite i genitori)

Questa proposta dice in pratica: alle elezioni tutti votano, anche i minorenni, solo che a votare per i minorenni sono i genitori. In pratica, ai genitori di figli minorenni vengono date schede elettorali in più, una per ogni figlio, e quindi il loro voto pesa di più di quello di chi non ha figli minorenni a carico.

La proposta non è mia e non è nuova [2], ma a me pare buona. Beninteso, non si tratta di penalizzare chi non ha figli: si tratta semplicemente di rendere effettivo il principio di “Una testa, un voto”, sia pure per delega. E poi si punta a ringiovanire un poco l’elettorato (ben più di quanto si possa conseguire abbassando l’età al voto, per esempio a 16 anni [3]), e si dà un minimo di riconoscimento a chi, avendo fatto figli, si sobbarca un onere gravoso, mentre i vantaggi (economici) di ogni nuovo nato andranno in massima parte al resto della collettività, tramite le tasse che il neonato pagherà nella sua vita. Per giunta, chi ha figli sembra avere più a cuore di altri il futuro del pianeta e (quindi) forse anche della propria nazione (Maria Rita Testa & Alessandra De Rose, “Cambiamento climatico e fecondità”, Neodemos, 05/06/2013).

Nella versione tradizionale, questa idea del voto indiretto ai minorenni si scontra con una difficoltà: occorre scegliere chi far votare, tra il padre e la madre (ma vorrei ricordare che geniali, pur se lievemente misconosciute, soluzioni erano state trovate persino per questo spinoso problema: v. Gustavo De Santis, “E se votassero anche i minorenni (tramite i genitori)? ”, Neodemos, 17/04/2007). Con la riforma qui proposta, invece, la soluzione è semplice e automatica; se nasce un figlio maschio, sarà il padre a votare per lui (per la Camera Azzurra); se è femmina, la madre (per la Camera Rosa).

Incidentalmente, questa scelta (del voto indiretto ai minorenni) appare in questo caso particolarmente utile, perché riequilibra un poco i due elettorati attivi. Le donne, infatti, sono più numerose degli uomini. Se passasse oggi questa riforma, con il voto ai soli maggiorenni le donne avrebbero un elettorato attivo di circa 25,8 milioni contro soli 23,6 milioni di uomini [4]: il vantaggio potenziale per le donne sarebbe di circa 2,2 milioni (anche se poi bisogna vedere chi va effettivamente a votare). Ma se votassero anche i minorenni (per tramite del genitore “giusto”) l’elettorato attivo delle donne salirebbe a meno di 30,7 milioni, e quello degli uomini a oltre 28,7: insomma, il vantaggio per le donne si ridurrebbe a “soli” 1,9 milioni circa. Certo, le donne continuerebbero a partire avvantaggiate nella competizione elettorale, ma, d’altra parte, se sono di più (e se vanno a votare), forse è anche giusto che contino di più [5].

Numero di seggi in Parlamento proporzionale alla popolazione

Molti si lamentano del fatto che in Italia, tenuto conto della dimensione demografica, il numero dei parlamentari (circa un migliaio, tra Camera e Senato) è troppo elevato. Ma poi, incoerentemente, queste stesse persone propongono alternative numeriche, a loro avviso più congrue. Il problema è che queste alternative numeriche sono (forse) congrue oggi, ma certamente non lo saranno domani, quando le dimensioni demografiche dell’Italia cambieranno – e cambieranno di sicuro, anche se non si sa bene di quanto, in che direzione, e fra quanto tempo.

Insomma: se il problema è quello della “giusta” proporzione tra cittadini e parlamentari, quello che va deciso da una possibile riforma non è il numero assoluto dei parlamentari, bensì la proporzione tra questo e la popolazione. Ammettiamo per un momento che passi questa linea di pensiero e che si trovi anche un accordo su un certo valore numerico: diciamo 1 parlamentare ogni 100 mila residenti, tanto per fissare le idee.

Ebbene, con 60 milioni di italiani avremo 600 parlamentari (che possiamo immaginare, per semplicità equamente divisi tra Camera Azzurra e Camera Rosa – ma si potrebbe benissimo decidere, invece, di lavorare separatamente sulle due popolazioni, e quindi anche avere un numero di parlamentari lievemente diverso tra le due Camere). Ma se un domani la popolazione italiana dovesse calare, poniamo fino a 50 milioni, il numero dei parlamentari si ridurrebbe anch’esso  automaticamente (a ogni nuova elezione, beninteso), scendendo a 500, in questo esempio.

c) Numero di parlamentari proporzionale ai voti validamente espressi

Infine, anche se qui usciamo dalla sfera (latamente) demografica e parlo quindi con ancor meno cognizione di causa, io suggerirei di prendere almeno in considerazione una legge elettorale in grado di lasciare tracce visibili del non voto, o almeno del voto degli scontenti.

La partecipazione dei cittadini al voto tende a essere bassa e calante un po’ dappertutto: nei paesi sviluppati, in Italia, alle elezioni politiche e amministrative, ecc. Ad esempio, alle ultime elezioni politiche in Italia , i voti validamente espressi per la Camera dei Deputati sono stati circa 34 milioni, cui si può aggiungere un altro milione circa di schede bianche, nulle o contestate. Gli aventi diritto erano però oltre 50 milioni: insomma, ha votato circa il 70% dell’elettorato attivo. Ovviamente, lì per lì, tutti i partiti hanno espresso grande preoccupazione per lo scollamento tra la società (cosiddetta) civile e la politica, ma poi? Dove sono, adesso, gli effetti tangibili di questo 30% che non ha votato, o anche solo del 2% che si è (meritoriamente) recato alle urne, ma poi ha preferito votare scheda bianca o nulla?

Quel che si potrebbe fare è prevedere l’occupazione non del 100% dei seggi del futuro Parlamento, ma solo di una quota di essi, proporzionata ai voti validamente espressi. Le realizzazioni concrete di questa idea possono essere varie, e dipendono poi anche dal meccanismo elettorale prescelto, che difficilmente sarà il proporzionale puro. Comunque, a grandi linee, la soluzione che preferisco prevede di riferirsi solo ai voti validamente espressi: insomma, chi non va neppure a votare (o ci va, ma fa il burlone) perde, per sua scelta, ogni peso nella vita politica del paese.

Ma chi va a votare “seriamente” può decidere di votare “Nessun partito”. Ammettiamo che questa formazione, “Nessun partito”, raccolga il 10% dei consensi. Ebbene, dei 600 seggi parlamentari sopra proposti, 60 resteranno vuoti per tutta la Legislatura, e potranno magari essere evidenziati in qualche modo per ricordare ai parlamentari (e a tutti noi) che una certa quota degli elettori è, sì, andata alle urne, ma ha preferito non votare per nessuno piuttosto che per uno qualunque dei partiti esistenti.

Al minimo, con i numeri di questo esempio, questo meccanismo avrà fatto risparmiare al Parlamento (e a noi) il 10% di spese di personale e, forse per la prima volta nella storia dell’umanità, un voto di protesta sarà servito a qualcosa.

 


[1] Lo scopo è rallentare il processo legislativo, e imporre una doppia lettura dei testi di legge, per evitare decisioni affrettate e poco equilibrate, prese magari sull’onda di qualche evento eccezionale. L’eccessivo rallentamento, però, rischia di tradursi in immobilismo.

[2] V. ad esempio P. Demeny (1986) “Pronatalist policies in low-fertility countries: patterns, performance and prospects”, in K. Davis, M. Bernstam e R. Ricardo-Campbell (eds.) Below-replacement fertility in industrial societies. Causes, consequences, policies, Supplement to Population and Development Review, pp. 335-358, o, più recentemente, L. Campiglio (2005) Prima le donne e i bambini. Chi rappresenta i minorenni?, Bologna, Il Mulino.

[3] Alessandro Rosina, “Il peso elettorale dei sedicenni”, Neodemos, 17/04/2007.

[4]  Mi baso sui residenti (presi al 1.1.2012, da  fonte: http://demo.istat.it). In Italia abbiamo purtroppo anche il problema (molto mal posto e peggio risolto) del voto degli Italiani all’estero (v. anche Massimo Livi Bacci, “Gli Italiani all’estero. Quasi un segreto di Stato”, Neodemos, 20/01/2010 e Daniela Ghio, “Gli Italiani residenti in Europa: dal segreto di Stato alla statistica comunitaria”, Neodemos, 21/04/2010). E’ anch’essa una questione che andrebbe affrontata e risolta, ma di cui non parlo in questa sede.

[5] Ma sono naturalmente possibili, e forse preferibili, meccanismi perequativi del disequilibrio tra i sessi: ad esempio, far prevalere la Camera per la quale abbia votato la maggior quota (e non il maggior numero) degli aventi diritto.

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