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Quando il welfare risponde

Francesca Bergamante, Tiziana Canal

È indubbio che le trasformazioni socio-demografiche abbiano determinato forti squilibri e generato nuove forme di insicurezza soprattutto per la popolazione più giovane. Allo stesso tempo i progressivi cambiamenti nelle forme e nei rapporti di lavoro hanno imposto una riflessione sulla capacità di “protezione” dei diversi sistemi di welfare per lo più fondati sul presupposto di un mondo del lavoro caratterizzato da tipologie lavorative di tipo standard e a tempo indeterminato. In alcuni casi questa riflessione si è tradotta in un ampliamento delle tutele o nella riorganizzazione dei meccanismi di protezione e di sostegno, in altri, al contrario si è presa coscienza quasi in modo silente del fallimento di alcuni sistemi, nell’impossibilità (o nell’incapacità) di ripensarli senza ulteriori aggravi sui bilanci statali. La debolezza e l’insostenibilità sembrano in particolar modo riguardare quei sistemi i cui impianti risultano orami superati perché costruiti intorno ad una visione obsoleta della struttura sociale e della morfologia familiare. In questo senso i regimi “mediterranei” sembrano soffrire più di altri per la loro incapacità di adeguarsi ai mutamenti e soprattutto di rispondere alle nuove richieste di virare verso un approccio che sostenga i cicli di vita.

Cerchiamo di misurare il welfare
Sulla scia di queste note riflessioni si è tentato di rappresentare come i diversi regimi agiscano e reagiscano alle crescenti esigenze di sostegno e protezione nei confronti dei giovani. In tal senso l’obiettivo stato è quello tracciare una geografia del welfare in ambito europeo nell’ottica del supporto della componente giovanile. Assumendo come prospettiva quella relazionale e di ciclo di vita, sono stati raffrontati i diversi paesi europei per osservare la natura delle relazioni tra le generazioni e come queste illuminino gli specifici orientamenti del welfare. In rapporto alla componente più anziana, i giovani appaiono penalizzati sotto molteplici aspetti, soprattutto nei paesi mediterranei, e questa penalizzazione tende sempre più a riguardare non solo i giovanissimi, ma anche le fasce fino ai 34 anni come nel caso dei livelli di disoccupazione. Tra questi paesi, l’Italia mostra poi un posizionamento particolarmente negativo su alcuni indicatori, non ultimi i Neet:[1] in particolare i premi salariali associati all’istruzione terziaria sono per i 25-34enni molto più bassi di quelli degli occupati tra i 55 ed 64 anni, con una distanza che risulta in assoluto la più elevata tra tutti i paesi Ocse. Sempre sul fronte del mercato del lavoro, inoltre, in alcune realtà territoriali (come ad esempio l’Italia) si osserva un disallineamento tra la flessibilità contrattuale ed i livelli di protezione dell’impiego temporaneo (cfr. Oecd Employment Protection Legislation-EPL). L’appartenenza ad un mercato del lavoro “imperfetto”, come noto, ha pesanti ricadute sui livelli di autonomia dei giovani e sulla fecondità, ma su questa, come ampiamente dimostrato incide anche l’offerta di servizi. La capacità di rendere virtuoso questo circolo  rappresenta la strada principale per rispondere alle problematiche legate all’invecchiamento della popolazione e alla sostenibilità dei sistemi di protezione.

Il welfare ha un suo piano (fattoriale)
Per rappresentare i diversi modelli di welfare in un’ottica generazionale, si può effettuare un’analisi multivariata con l’obiettivo di osservare lo “status” e la condizione dei giovani nei mercati del lavoro dei diversi paesi. Gli indicatori, in questo caso, si riferiscono a due ambiti differenti: il primo ambito riguarda le politiche e i programmi pubblici di spesa a sostegno dell’istruzione, dell’occupazione e di supporto ai cicli di vita; il secondo si riferisce ai risultati sociali e agli effetti in termini di disparità (o omogeneità) tra le generazioni e agli squilibri nel mercato del lavoro [2]. L’analisi fattoriale realizzata ha fatto emergere due dimensioni principali [3]. La prima componente descrive la partecipazione giovanile e squilibri nel mercato del lavoro ed è correlata con le variabili che caratterizzano il mercato del lavoro a livello strutturale. La seconda componente rappresenta invece l’intensità dell’investimento pubblico e gli effetti socio-demografici sui giovani, evidenziando quindi il ruolo della spesa pubblica nell’assicurare lo sviluppo in termini educativi e occupazionali e l’autonomia giovanile. Osservando congiuntamente le due dimensioni si delinea il meccanismo virtuoso che lega occupazione giovanile, investimento in istruzione e generosità del welfare. Una visione interessante e in parte nuova della geografia del welfare europeo viene offerta dalla proiezione dei paesi sul piano fattoriale (Fig. 1). Se le policy e il welfare sono ispirati ai valori di ciascun paese, attraverso lo studio delle dinamiche generazionali e l’osservazione delle relazioni tra le generazioni è possibile ricostruire scenari distinti che caratterizzano le diverse realtà geografiche. Il primo scenario è quello in cui  si raggruppano i sistemi  “generativi” che sostengono e creano le generazioni tenendo conto del carattere socio-temporale delle relazioni, considerando i bisogni delle generazioni presenti e di quelle future (I quadrante). Assumono un carattere “ri-generativo” quei paesi in cui, al contrario, le generazioni più giovani sono sostenute in modo oscillante da sistemi che agiscono in modo quasi residuale nei momenti di crescita e stentano a trovare linee d’azione efficaci in risposta alle criticità emergenti nel mercato del lavoro (II quadrante). La “de-generatività” contraddistingue invece il gruppo di sistemi che hanno una visione esclusiva delle generazioni e non ne considerano il carattere relazionale (III quadrante). Queste realtà hanno creato un meccanismo discriminatorio nell’accesso alla risorse economiche e sociali, favorendo dunque una contrapposizione tra generazioni rispetto alla collocazione sociale. Il quarto scenario descrive i contesti “a-generativi”, in cui si osserva una sorta di indifferenza verso le generazioni e i loro bisogni, basata sulla fiducia nell’autoregolamentazione del mercato del lavoro e nella capacità trainante di alcuni settori dell’economia (IV quadrante). Questi scenari propongono una fotografia dei contesti europei in un preciso momento storico e sarà quanto mai interessante riconsiderarne il carattere nel confronto temporale. La riproposizione delle analisi consentirà di studiare l’evoluzione del contesto e le risposte del welfare con l’ottica di evidenziare le variazioni o, al contrario la sedimentazione delle specificità osservate.
Per saperne di più
Il welfare young friendly: mercato del lavoro e fattori di protezione dei sistemi di welfare europei in un’ottica generazionale
di Bergamante Canal

 


[1] Not in Employment, Education or Training: insomma, le persone che non studiano e non lavorano. v. Cecilia Pennati, “I Neet in Italia: chi sono e perché non lavorano? ”, Neodemos, 26/09/2012.

[2] Di seguito sono elencati tutti gli indicatori utilizzati.
Per le politiche: Spesa per l’educazione terziaria (Isced 5-6), Spesa per le politiche attive del mercato del lavoro, Spesa per le politiche passive, Spesa per i servizi del mercato del lavoro, Spesa per famiglia-figli, Spesa per l’housing.

Per i risultati sociali e le disparità: tassi di occupazione per la popolazione di 15-24 anni con un’educazione secondaria (Isced 3-4); tassi di occupazione per la popolazione di 25-34 anni con un’educazione secondaria (Isced 3-4), tassi di occupazione per la popolazione di 25-34 anni con un’educazione terziaria (Isced 5-6), quota di occupati con part-time involontario (15-39anni), quota di occupati temporanei involontari (15-39 anni),  tasso di Neet (15-29 anni), quota della popolazione di 20-39 anni, quota della popolazione di 25-34 anni con un’educazione terziaria (Isced 5-6), quota di giovani di 18-34 anni che vive con i genitori.

[3] Extraction Method: Principal Component Analysis; Rotation Method: Varimax with Kaiser Normalization; total variance explained 60,8%.

 

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