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Quali e quanti gli anziani disabili del prossimo futuro?

Fausta Ongaro, Giovanna Boccuzzo

Una delle principali preoccupazioni dei paesi industrializzati riguarda la capacità di far fronte agli accresciuti bisogni di cura derivanti dall’aumento della popolazione anziana.
A questo problema non sfugge neppure l’Italia.
Secondo l’ISTAT[1] gli ultra65enni, che nel 2000, in milioni, ammontavano a 10,4 , nel 2010 saranno 12,3 e nel 2020 saliranno a 14,1, con un incremento nei due decenni rispettivamente del 18 e del 15%. Ancora più significativo sarà l’incremento degli ultra80enni, che nello stesso periodo passeranno da 2,3 a 3,6 a 4,6, sempre in milioni, corrispondenti ad incrementi decennali di popolazione del 56 e del 30%. Poiché è proprio tra queste persone che si registrano i più alti tassi di disabilità, è urgente chiedersi se la nostra società è preparata, o come dovrebbe preparasi, per affrontare il fenomeno (v. anche Joëlle Gaymu, “Con chi vivranno, domani, gli anziani non autosufficienti?“).
Quanti saranno e con che ritmo cresceranno gli anziani disabili dei prossimi anni?
Proviamo a dare una risposta a questi interrogativi utilizzando alcuni dati disponibili a livello nazionale.

Tassi di disabilità … cioè?
Il primo passo è stimare i tassi di disabilità[2] futura degli anziani. I dati provenienti dalle ultime tre indagini ISTAT sulle Condizioni di Salute condotte su campioni di famiglie rappresentativi della popolazione italiana forniscono i tassi di disabilità per età e sesso degli ultra-65enni nel recente passato. Questi tassi possono poi essere proiettati nel futuro, ad esempio fino al 2020, come si è fatto nella figura 1. I risultati di questo esercizio ci portano a concludere che nel corso del tempo sembra profilarsi un progressivo spostamento della disabilità verso le classi di età più alte. Già nel decennio appena trascorso gli ultra85enni hanno fatto registrare tassi di disabilità elevati (superiori al 50%, contro livelli del 5-10% dei 65-74enni), ma nei prossimi anni le loro condizioni di autonomia peggioreranno ulteriormente, e ciò per effetto soprattutto della crescita della disabilità tra le donne (la crescente sopravvivenza femminile ha evidentemente una qualche responsabilità di questo risultato). Per contro, nelle altre classi di età anziane (65-84 anni), la disabilità tende ad attenuarsi. Miglioramenti in termini di autonomia si registrano persino tra gli 80-84enni (soprattutto se donne): nel 2020 questa popolazione registrerebbe tassi di disabilità oscillanti tra il 25-35% contro livelli del 30-45% del 1994. I maggiori beneficiari di queste tendenze sono i 65-79enni di entrambi i sessi: sempre nel 2020, per le donne, la prevalenza del fenomeno scenderà al di sotto del 20%, per gli uomini, addirittura sotto il 10%, con indubbie conseguenze positive in termini di qualità della vita degli anziani più giovani.

Dai tassi alle persone, in famiglia e in istituto
Il secondo passo del nostro esercizio è riportare tali tassi alla corrispondente popolazione anziana prevista dall’ISTAT fino al 2020.
La tabella 1, che riporta il numero di anziani così stimati per sesso ed età, permette di concludere che nei quindici anni compresi tra il 2005 e il 2020 gli anziani disabili aumenteranno: la crescita stimata è di circa 600.000 unità (passando da poco più di 2,2 a un po’ più di 2,8 milioni), corrispondente ad un aumento medio annuo dell’1,9%. È interessante tuttavia notare che il fenomeno è accompagnato anche da un cambiamento di composizione di questa popolazione, che tende ad essere progressivamente più anziana e femminilizzata: esso è infatti il risultato di un forte aumento di disabili ultra80enni non compensato dalla moderata ma costante diminuzione di quelli (uomini e donne) in età 65-79.

Tabella 1 –  Numero di disabili in Italia nel 2005 e previsione per gli anni 2010, 2015 e 2020, per genere e classi d’età

  Uomini
  65-69 70-74 75-79 80-84 85+ Totale
2005 66.039 98.057 131.884 175.940 175.427 647.347
2010 57.603 91.918 125.914 193.670 228.595 697.700
2015 52.103 83.625 124.078 216.342 306.554 782.702
2020 45.658 80.472 119.312 233.816 377.913 857.172
  Donne
  65-69 70-74 75-79 80-84 85+ Totale
2005 113.170 181.507 293.614 437.557 542.674 1.568.522
2010 98.883 171.961 287.486 438.108 689.749 1.686.188
2015 92.829 161.004 280.653 444.580 868.715 1.847.782
2020 85.329 157.507 272.979 448.138 1.014.525 1.978.478

Il terzo passo è tenere conto della presenza di anziani in istituto.
I tassi di disabilità considerati in precedenza sono stati costruiti sui soli anziani che vivono in famiglia, ma questo porta a una sottostima della disabilità complessiva, perché gli anziani in istituto sono selezionati per (più alta) età e (peggiore) stato di salute. Purtroppo non si dispone della classificazione degli ospiti degli istituti per età e disabilità. Si sa però che la percentuale di ultra65enni in residenze socio-assistenziali nel corso degli ultimi decenni è rimasta pressoché invariata, intorno al 2% (1,1% per gli uomini; 2,5% per le donne), e che la percentuale di anziani disabili (o meglio, di anziani non autosufficienti) in istituto è di circa il 70% (66,5% per gli uomini; 71,4% per le donne)[3]. Ipotizzando che da qui al 2020 rimangano costanti nel tempo sia le quote di anziani in istituto, che quelle dei disabili in istituto, si può valutare che i dati precedenti sottostimino il numero complessivo di disabili di un 4-5%, per cui, per esempio, rispetto al 2020 si registra una sottostima del numero totale di disabili di 110-140 mila unità, per gran parte concentrate tra gli anziani di età più elevata.

Un futuro con luci e ombre
Quali considerazioni si possono trarre da questo esercizio previsivo?
La prima è che l’aumento della popolazione anziana si accompagna a modificazioni di struttura e qualità: se le tendenze, in termini di stili di vita e di accesso ai servizi sanitari, restano quelle degli ultimi decenni, ci si può attendere che gli anziani diventino disabili sempre più tardi. Questo porta vantaggi per la qualità della loro vita ma anche per la società, perché diminuisce la domanda di assistenza formale e informale fino a soglie di età relativamente elevate (75-79 anni).
La seconda considerazione è che, ciononostante, il numero di anziani disabili comunque aumenterà, e con ritmi di crescita non trascurabili: tra il 2000 e il 2010 il numero di disabili, comprensivo di quelli in istituto, avrà un aumento percentuale del 16,4% mentre tra il 2010 e il 2020 la crescita sarà del 18,6%. Ricordando i corrispondenti tassi di incremento della popolazione anziana negli stessi periodi (17,9 e 15,3), ciò significa che nel prossimo decennio gli anziani disabili aumenteranno più velocemente degli anziani nel loro complesso. Non solo, poiché la disabilità tenderà a concentrarsi nelle età più avanzate, ci si dovrà preparare a rispondere a una domanda di assistenza complessa, espressa da una popolazione multicronica sempre più fragile, a cui la rete familiare informale, già ridotta di dimensioni e disponibilità, farà fatica a dare risposte adeguate.


[2] L’Istat definisce disabile la persona che, escludendo le condizioni riferite a limitazioni temporanee, dichiara il massimo grado di difficoltà in almeno una delle seguenti dimensioni della disabilità: mobilità e locomozione, attività di cura della persona, vista, udito e parola. I tassi di disabilità (rapporto tra disabili e popolazione totale, talvolta limitatamente a un sesso e a specifiche classi di età) indicano la quota di persone affette da disabilità.

[3] Fonte: ISTAT, L’assistenza residenziale e socio-assistenziale in Italia, anni 2004 e 2005. http://www.istat.it/dati/dataset/20081028_00/ e http://www.istat.it/dati/dataset/20070504_00/

Per saperne di più:
F. Ongaro, S.Salvini (a cura di) – Gruppo di Coordinamento per la Demografia /SIS, “Rapporto sulla Popolazione. Salute e sopravvivenza”, Il Mulino, Bologna, 2009

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