MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Profughi in Medio Oriente

Massimo Livi Bacci

Con l’accordo tra UE e Turchia, siglato un anno fa, l’afflusso di profughi dalla Siria verso l’Europa si è praticamente esaurito, e l’accordo, nonostante la precarietà dei rapporti internazionali con la Turchia, sembra resistere. L’incendio siriano, invece, continua ad ardere, e le sorti dei milioni di rifugiati sono tragicamente sospese. Secondo gli aggiornamenti dell’UNHCR, il numero totale dei Siriani rifugiati all’estero ammontava, a metà Febbraio, a 4,957 milioni; uno su dieci vive in campi profughi, gli altri sono distribuiti variamente sul territorio (Figura 1). Sei rifugiati su dieci vivono in Turchia (2,910 milioni), due su dieci in Libano (1,019 milioni), il residuo in Giordania (656.000), Iraq (233.000), Egitto (117.000) e altri paesi del Nord Africa e del Medio-Oriente.

Nel sesto anno del conflitto siriano, l’Europa sembra aver abbandonato l’obbiettivo della rimozione dal potere di Bashar Al-Assad, purché si spenga la guerra civile, si persegua la disfatta dell’Isis e si dia soluzione alla crisi migratoria. Tuttavia ogni soluzione appare lontana e anche quando fosse raggiunta non si può prevedere quali conseguenza possa avere sui 5 milioni di profughi fuori dei confini siriani. Quanti vorranno – e potranno – rientrare in un paese devastato e profondamente diviso in fazioni politiche e religiose? Questo dipenderà dall’assetto politico futuro, dal dinamismo del paese oggi distrutto e depauperato delle sue risorse umane e anche – in buona misura – dalla mobilitazione della comunità internazionale nell’opera di ricostruzione.

Giordania e Libano chiudono le porte…

Nell’opinione delle agenzie internazionali, “nonostante il prolungarsi del conflitto all’interno della Siria che continua a generare flussi di profughi, non si prevedono, nel 2017, nuovi intensi flussi verso i paesi confinanti, a cause delle politiche di ammissione sempre più restrittive”. Per la verità si parla pudicamente di politiche “increasingly managed”, che significa, soprattutto, una combinazione di limitazioni, di divieti… e di muri. La Giordania, già nel 2012 aveva chiuso le sue frontiere ad alcuni gruppi di rifugiati: uomini soli senza legami familiari in Siria; persone senza documenti di identificazione, rifugiati palestinesi che vivevano in Siria. Poi, nel Giugno del 2016 il confine con la Siria è stato definitivamente chiuso, per “motivi di sicurezza”. Di conseguenza, un crescente numero di profughi si è insediato lungo il confine. La situazione del Libano – dove i profughi rappresentano il 20% della popolazione – non è diversa. I controlli di frontiera si sono fatti molto più rigidi ed i respingimenti più numerosi; il nuovo Presidente Aoun, nel discorso inaugurale dello scorso Ottobre, ha auspicato un sollecito ritorno dei profughi in Siria e, assieme ad altri leader libanesi ha proposto la creazione di “santuari” in Siria dove possano essere rispediti i profughi espatriati. Una proposta che finora non ha avuto seguito e che è difficilmente praticabile sotto il profilo politico e organizzativo e assai pericolosa per l’integrità dei diritti umani dei profughi.

…e la Turchia costruisce un muro

Perfino la Turchia, che tra gli Stati confinanti aveva le frontiere più aperte – transitate con  pochi intralci dai foreign fighters oltreché dai profughi – sta blindando la frontiera con la Siria che è lunga oltre 800 chilometri. Ha chiuso 17 dei 19 varchi di frontiera, ed ha iniziato a costruire un muro di cemento alto tre metri sormontato da filo spinato lungo di essa (Figura 2). Più di un terzo del muro è stato costruito, e si ritiene che l’intera opera sarà completata prima della fine del 2017, rendendo il confine intransitabile. Nel 2016, ha reso noto un’agenzia Turca, oltre 57.000 tentativi di passaggio illegale sono stati contrastati.

Insomma le frontiere “increasingly managed” sono frontiere chiuse o difficilmente transitabili. Ciò significa che i paesi confinanti stanno applicando un robusto coperchio sull’infernale calderone siriano, col silenzioso consenso dell’Europa, ben contenta che – in un modo o nell’altro – la pressione dei profughi venga forzosamente bloccata. Questo rende più agevole, naturalmente, la vita dell’accordo tra UE e Turchia. Ma rende ancora più difficile e precaria la vita e la sopravvivenza – quella fisica, non quella burocratica – di milioni di siriani.

Una Siria fuori della Siria

Anno dopo anno, i cinque milioni di Siriani profughi dal loro paese lottano per sopravvivere. Come già detto, appena uno su dieci vive in campi organizzati dove un minimo di sostegno internazionale fornisce vitto e alloggio, servizi rudimentali, elementari cure sanitarie. Il resto, la gran maggioranza, vive fuori dei campi, spesso insediati in alloggi di fortuna, nelle campagne ma anche nelle aree urbane, con minime fonti di reddito provenienti da magri risparmi e da lavori precari e saltuari. La comunità internazionale è abbastanza efficiente quando si tratta di intervenire per dare protezione temporanea ai profughi. Si è ragionevolmente attrezzati per dare loro un riparo, rifornirli di acqua e di cibo e di altri beni di primissima necessità, assicurare l’igiene di base e l’assistenza sanitaria. Insomma si può affrontare una situazione di emergenza, su un arco di tempo limitato, mesi, o magari un anno o due. D’altro canto, le stesse istituzioni internazionali hanno esperienza negli interventi di sostegno alla ricostruzione di un paese devastato da un conflitto e destinato – si spera – a riassorbire i profughi che volessero tornare nei luoghi di origine. È invece “terra di nessuno” quello spazio temporale – che spesso arriva ai decenni – che sta tra l’emergenza e la soluzione definitiva di questa. Quegli interventi di integrazione che restituiscano i profughi alla normale vita sociale. Che ne facciano persone autonome, restituendo loro una dignità di vita.

Le agenzie delle Nazioni Unite, con numerosi altri partner internazionali, ONG e privati, hanno lanciato un piano chiamato 3RP, cioè Regional Refugees and Resilience Plan, per avviare all’autonomia, e mantenerveli, i rifugiati siriani. Le indagini mostrano che il 93% dei Siriani in Giordania, il 70% di quelli in Libano e il 67% di quelli in Egitto vivono sotto la linea di povertà. Chi lavora spesso lo fa al nero e precariamente. La legislazione sul lavoro è rigida. Il Piano, per il quale sono stanziati 6 miliardi di dollari, oltre alle misure di sostegno all’autonomia dei rifugiati, intende rafforzare i paesi che li ospitano, che hanno bilanci, servizi e infrastrutture in gravissima tensione e che adempiono ad una funzione importantissima di solidarietà internazionale. Ma è dubbio che il Piano – che si traduce in poco più di 1000 dollari annuali per rifugiato – per quanto lodevole, possa portare ad una soluzione del problema profughi. Per la quale occorrerebbe – in primo luogo – una forte accelerazione dell’economia dei paesi ospitanti ed una significativa crescita della domanda di lavoro. Che solo può dare vera autonomia.

Per saperne di più

Elena Fiddian-Qasmiyeh, Syrian refugees in Turkey, Jordan and Lebanon face an uncertain 2017, The Conversation, 3 Gennaio 2017,

Corrado Bonifazi e Massimo Livi Bacci (a cura di), Profughi, ebook di Neodemos

Regional Refugees & Resilience Plan (3RP), Regional Strategic Overview (2017-18)

image_pdfimage_print