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Precarietà, irregolarità e ignoranza aumentano il rischio di infortunio tra i lavoratori stranieri

Alessio Menonna
Fra il 2002 e il 2006 gli infortuni sul lavoro tra i cittadini extracomunitari sono aumentati di oltre il 50% e hanno rappresentato, nell’ultimo anno considerato, il 12,5% degli infortuni avvenuti in Italia. Il fenomeno si distribuisce in modo fortemente differenziato sul territorio. Su un totale di circa 116 mila infortuni, infatti, solo 105 sono stati denunciati in provincia di Palermo, 397 in Calabria e 720 in Campania; la Puglia non ha raggiunto il migliaio di infortuni, meno della provincia di Macerata (1.100) e lontanissima da quelle di Milano (circa 7.600), Brescia (circa 5.200), Treviso (circa 5.100), Vicenza e Bologna (circa 5.000 mila ciascuna).
Oltre il 90% degli infortuni dichiarati è avvenuto nell’industria e nei servizi, riguardando soprattutto cittadini marocchini, albanesi, rumeni e tunisini.
L’intensa crescita delle denunce e la differente distribuzione territoriale dipendono da diversi fattori: l’aumento degli occupati stranieri, le diverse opportunità di lavoro nelle regioni meridionali e in quelle centro-settentrionali, la segregazione occupazionale che riserva agli immigrati le mansioni più a rischio e i differenti tassi di denuncia degli infortuni realmente occorsi.
Le forti differenze territoriali
Se si utilizza l’Indagine coordinata nel 2005 dalla Fondazione Ismu per conto dei Ministeri del Lavoro e dell’Interno è possibile valutare il fenomeno comparando l’intensità del fenomeno nelle differenti province[1]. Secondo questi dati, sette delle dieci province campionate nel Centro-nord occupano i primi posti della graduatoria dei rapporti tra infortuni denunciati e popolazione occupata. Bologna, Verona e Vicenza sono ai primi posti con 90-92 infortuni per mille lavoratori, cui segue l’area lombarda con Mantova, Bergamo e Brescia. Livelli decisamente inferiori si riscontrano nel Mezzogiorno, con valori particolarmente bassi di infortuni denunciati tra i lavoratori immigrati nel napoletano-casertano, nel cosentino, nel palermitano e nel crotonese.
È facile osservare che quanto più il lavoro straniero è irregolare, tanto meno è elevato il tasso di infortunio nelle province campionate[2]. Dal momento che il “lavoro nero” è più rischioso perché è più precario e meno protetto, questi dati sembrano indicare una marcata area di omesse denunce a carico di lavoratori “invisibili”, come sintetizzato nelle parole del responsabile del dipartimento del mercato del lavoro e immigrazione della Flai-Cgil: “spesso non sappiamo nulla, spesso non arrivano nemmeno in ospedale e quando ci arrivano non risultano vittime di incidenti sul lavoro. C’è un mondo parallelo e anche un sistema sanitario parallelo per chi si fa male sul lavoro ed è un irregolare; se gli va bene viene portato in un ambulatorio clandestino, e ogni gruppo ha i suoi ospedali volanti e i suoi medici”[3].
 
I fattori di rischio
I rischi di infortunio fra i lavoratori stranieri sono acutizzati da alcune caratteristiche specifiche dei migranti. La subordinazione al lavoro del diritto al soggiorno, ad esempio, genera una condizione di debolezza oggettiva nella relazione con i datori di lavoro e induce i lavoratori al silenzio proprio perché la perdita dell’occupazione può significare la perdita della possibilità di rimanere legalmente in Italia. A ciò si aggiunge la maggiore disponibilità, anche per una più debole cultura della sicurezza propria del paese di origine, ad accettare consapevolmente maggiori rischi per la salute pur di massimizzare il guadagno prestandosi a svolgere i lavori più pericolosi e dannosi. Guadagno, peraltro, che dalla prospettiva del migrante può risultare più ingente di quanto non appaia a un italiano.

Infine, il silenzio dei lavoratori stranieri può dipendere dalla mancata conoscenza dei propri diritti. A questo proposito i risultati dell’indagine ISMU sono emblematici. Solo il 68% degli immigrati maggiorenni è a conoscenza dell’esistenza di un’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. La situazione peggiora nel Mezzogiorno rispetto al Centro-nord, migliora all’aumentare dell’anzianità di permanenza e tra figure professionali di alto profilo o anche di operaio specializzato. Al contrario, le proporzioni più alte di lavoratori inconsapevoli si riscontrano fra chi ha un lavoro irregolare e chi svolge lavori nei settori di cura delle persone, oppure mestieri agricoli.

La scarsa conoscenza si accompagna a una ancor minore partecipazione a corsi di formazione. Meno di un immigrato su cinque ha fatto questa esperienza, ma anche in questo caso vi sono differenze significative: fra gli operai specializzati e per tutte le professioni di alto profilo la percentuale raggiunge e talvolta supera il 50%, mentre è davvero bassa fra gli edili e gli operai agricoli.
 

Le morti sul lavoro
Le morti sul lavoro nel 2005

 

Morti solo stranieri nel 2006

 

Morti solo italiani nel 2006

 

M

 

F

 

T

 

M

 

F

 

T

 

1.892

 

1.241

 

3.133

 

277.957

 

286.214

 

564.171

 

Morti extraUE in età 15-65

 

Morti solo italiani in età 15-65

 

M

 

F

 

T

 

M

 

F

 

T

 

1.019

 

493

 

1.512

 

52.794

 

27.254

 

80.040

 

Morti sul lavoro extraUE nel 2006

 

Morti sul lavoro solo italiani nel 2006

 

M

 

F

 

T

 

M

 

F

 

T

 

132

 

10

 

142

 

991

 

73

 

1.064

 

Morti sul lavoro su totale morti inetà 15-64 (%)

 

Solo stranieri

 

Solo italiani

 

M

 

F

 

T

 

M

 

F

 

T

 

12,9

 

2,0

 

9,4

 

1,9

 

0,3

 

1,3

 

Moltiplicatore di rischio di morte sul lavoro piuttosto che per altre cause

 

M

 

F

 

T

 

extraUE/italiani

 

6,9

 

7,6

 

7,1

 

Fonte: elaborazioni du dati Ismu, Istat e Inail, 2005

La precarietà, la segregazione occupazionale, l’assenza di formazione professionale sono responsabili anche delle morti sul lavoro. Utilizzando una particolare procedura[4], si può stimare che nel 2005 le morti sul lavoro degli stranieri in età 15-64 e provenienti da paesi a forte pressione migratoria siano state pari al 13% di tutti i decessi avvenuti fra gli uomini immigrati e al 2% fra le donne nella stessa condizione. Tali percentuali scenderebbero però, rispettivamente, al 7% fra gli uomini ed all’1% fra le donne utilizzando l’indagine nazionale che comprende anche la componente irregolare.

Applicando procedimenti simili alla popolazione italiana della stessa età, si scopre che le quote delle morti sul lavoro rispetto alle morti totali sarebbero invece pari solamente al 2% fra gli uomini e allo 0,3% fra le donne. Di conseguenza, il rischio di morire sul lavoro piuttosto che per altre cause è notevolmente più alto per gli adulti stranieri rispetto agli italiani: 4-7 volte maggiore, tanto tra gli uomini che tra le donne. Queste differenze eclatanti sono certamente riconducibili a diversi effetti – al momento non separabili – che da una parte “selezionano” la popolazione immigrata riducendo il numero di morti (effetto del “migrante sano”, ritorno in patria di chi ha malattie non curabili), mentre, dall’altra, determinano un aumento degli infortuni mortali per i rischi maggiori corsi dai lavoratori occupati nelle mansioni più pericolose.
In definitiva, mentre gli incidenti sul lavoro in Italia mostrano segnali confortanti di riduzione – anche se quelli mortali sono in aumento ( cfr. Tasselli Chiara “In…sicurezza sul lavoro” ) – fra i lavoratori immigrati le denunce continuano ad aumentare e sono comunque sottostimate, soprattutto in certe aree territoriali della nazione. Per tutto ciò sarebbero quanto mai opportune specifiche politiche di contrasto concentrate particolarmente in azioni che facciano crescere la cultura della sicurezza e la conoscenza dei diritti; azioni magari premiali rispetto a chi rompe il silenzio e a cui, in cambio, può essere prospettata la concessione del diritto di soggiorno.

[1] L’indagine è stata promossa con l’obiettivo di valutare i percorsi di regolarizzazione degli stranieri a seguito della promulgazione della legge “Bossi-Fini”. Oltre a consentire una stima della presenza straniera e dei lavoratori in 40 province italiane, il questionario dell’indagine, realizzata su 30 mila individui con il metodo del campionamento per centri, conteneva anche alcune domande sulla conoscenza dell’Inail e sulla frequenza di corsi di formazione alla sicurezza.

 

[2] Il coefficiente di correlazione di Pearson tra i tassi di infortunio e la percentuale di lavoro irregolare è pari a – 0,614

 

[3] Cit. in Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), Sugli infortuni e i morti sul lavoro, www.asgi.it, 29 novembre 2006.

 

[4] Nell’ipotesi di equiproporzionalità delle morti e delle presenze tra UE ed extra-UE, secondo elaborazioni su dati Istat, nel 2005 si sono verificati 2.901 decessi di cittadini extra-UE. Applicando alla struttura per età e genere della popolazione straniera residente al 1.1.2005 gli attuali tassi specifici di mortalità italiani e riproporzionando il totale delle “morti attese” rispetto a quelle effettivamente riscontrate si possono stimare 1.019 morti maschili e 493 morti femminili extra-UE in età 15-64 durante tale anno. Perciò le 142 morti sul lavoro di stranieri extra-UE durante il 2005 risulterebbero pari al 12,9% delle morti annuali tra gli uomini extra-UE in età 15-64 ed al 2,0% tra le donne extra-UE morte alla stessa età e della stessa provenienza. Si tratta di una stima di “massimo” stante la presenza di morti anche non residenti a numeratore ed i soli residenti al denominatore. Utilizzando invece la stima dell’indagine nazionale che include anche la componente irregolare le morti di maggiorenni sarebbero 2.967, di cui 2.844 in età 18-64. Le quote di morti sul lavoro sul totale dei morti scenderebbero rispettivamente al 6,7% per gli uomini ed all’1,1% per le donne.

Per Approfondimenti
Blangiardo G. C., Farina P. (cur.), Il Mezzogiorno dopo la grande regolarizzazione. Immagini e problematiche dell’immigrazione, FrancoAngeli, Milano, 2006.

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