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Pochi figli o nessuno. Il caso della Sardegna

Marco Breschi, Elisabetta Cioni
padre e figlio in sardegna
La Sardegna è la regione italiana con la fecondità più bassa, che Marco Breschi e Elisabetta Cioni interpretano come la fase finale di un lungo processo di
de-tradizionalizzazione delle scelte familiari e riproduttive caratteristico dell’isola. 
L’originalità del “caso Sardegna” si inserisce nel tema delle persistenti differenze territoriali, ancora centrale nel dibattito scientifico sui grandi mutamenti nei comportamenti familiari e riproduttivi: continuano ad accumularsi evidenze empiriche sul mantenimento di una forte variabilità tra paesi e tra ambiti regionali e locali al loro interno. Del resto, nell’esperienza dell’avere un figlio, uomini e donne non sono soli: sono inseriti in contesti culturali e sociali che definiscono norme e valori e orientano gli individui e le coppie anche nell’attribuzione di significato a questo momento della vita; sono inseriti in realtà economiche e materiali che definiscono diversi vincoli e opportunità. Giocano quindi un ruolo importante sia le cerchie degli altri significativi (parenti, amici e vicini), sia le condizioni istituzionali e di mercato del territorio in cui si vive.

Comportamenti non tradizionali divergenti da quelli del Mezzogiorno

Nella Sardegna di oggi, “fare figli” – o per meglio dire, alla luce delle più recenti evidenze empiriche, “non fare figli” – costituisce un tratto originale all’interno di un processo di profonda e rapida trasformazione, che ha coivolto donne e uomini, in città e in campagna, appartenenti ai ceti più colti e a quelli più precari economicamente.
(Tab. 1)

Dalla metà del Novecento in Sardegna si sono diffusi nuovi modi e diversi tempi di fare famiglia. Gli accomodamenti familiari – i “tipi” di famiglia – si sono moltiplicati e differenziati, ma con un tratto costante che li accomuna: la presenza di pochi figli e – non di rado – la loro assenza. La Sardegna da ormai un trentennio occupa alternativamente l’ultimo o il penultimo posto nella graduatoria delle regioni italiane per numero di figli per donna, che per l’isola in media supera di poco l’unità. La recente crisi, che ha aggravato le precarie condizioni dei giovani sardi nel raggiungimento dell’indipendenza economica e delle famiglie nella sostenibilità quotidiana della vita, ha solo contribuito ad accelerare una trasformazione dei comportamenti che era già delineata da tempo.

In Sardegna le nozze, civili o religiose, sono sempre più tardive e non costituiscono più la tappa necessaria per fare famiglia; il numero dei nati fuori dal matrimonio è in rapida crescita; le coppie con più di due figli vanno sempre più diradandosi, mentre è relativamente ampia la quota di coppie senza figli. (fig. 1)

A fronte di analoghe e anche più gravi difficoltà occupazionali, i comportamenti familiari tenuti nell’isola si distaccano sempre più da quelli delle regioni meridionali e della Sicilia, allineandosi a quelli delle regioni del nord Italia.

Il significato attribuito all’aver figli in Sardegna

In un recente studio, dedicato specificamente alle scelte familiari e riproduttive dei sardi, oltre ad elaborare i dati delle statistiche ufficiali, abbiamo analizzato anche le informazioni raccolte tramite due indagini ad hoc, condotte l’una mediante interviste telefoniche standardizzate ad un campione statisticamente rappresentativo della popolazione sarda dai diciotto anni in avanti, l’altra attraverso interviste in profondità ad entrambi i partner di trentuno coppie, che raccontano i modi diversi di intendere l’avere figli. Avere un figlio può essere presentato come una scelta razionale o come il risultato di un sentimento; può arrivare dopo che l’idea di averlo è maturata nel tempo o può essere un imprevisto, una sorpresa. È sicuramente una scelta che rispecchia le dinamiche di coppia, sia riguardo al quando sia riguardo alle motivazioni. Alcune voci, infine, raccontano il significato da loro attribuito al non avere figli. (Fig. 2)

Quello che emerge però, al di là dei modi di raccontare le motivazioni e il senso della genitorialità, è la convinzione che avere figli derivi da una scelta intenzionale, rivendicata come personale e intima, in cui razionalità e sentimento si mescolano. Valga per tutti la metafora usata da uno degli intervistati, per cui questa scelta è come un viaggio. Inizia con l’idea del figlio come un sogno da accarezzare mentalmente, come una meta da raggiungere. Il figlio devi prima immaginarlo, sentirlo come una nuova possibilità, una scoperta. Poi però bisogna organizzare, programmare e subentra la razionalità. Ma il figlio, che ancora non è stato neppure concepito, è già lì. Appaiono le due facce della medaglia: l’irrazionalità del desiderio e la razionalità del progetto di genitorialità.

I figli sono uno dei traguardi personali, che conferiscono significato alla propria vita, sicuramente non l’unico e non sempre il più importante. Emblematici sono i racconti delle donne. A confronto con le altre regioni del Mezzogiorno, la Sardegna già all’inizio dello scorso secolo costituiva un contesto più favorevole al lavoro delle donne prima del matrimonio, e in parte anche dopo la nascita dei figli. Tuttavia, dalla fine del Novecento e in misura crescente negli anni Duemila, la centralità assunta dal coinvolgimento nell’istruzione e dalla ricerca di un lavoro retribuito nel percorso di vita delle donne sarde, le ha portate a rinviare le scelte riproduttive fino a mettere a rischio la loro realizzazione. (Tab. 2)

La de-tradizionalizzazione delle scelte

Per uomini e donne, diventare genitori deve includere un senso di realizzazione personale. Ciò non significa che realmente le scelte individuali avvengano in modo totalmente consapevole e indipendente dall’influenza di schemi interpretativi condivisi con le proprie comunità di appartenenza. Non sembra più generalmente sentita la necessità di legittimare la propria storia riproduttiva con le grandi narrazioni “pubbliche” dell’aver figli proposte dalla Chiesa e/o dallo Stato, perchè queste non sembrano aggiungere alcun significato e tanto meno offrire un concreto supporto alla vita quotidiana. Al contrario i legami di parentela sono esaltati dalla transizione alla genitorialità: sono i nuovi nati a conferire valore alle vite degli ascendenti, a diventare il fulcro di quel nesso di scambi economici e di cura, di socialità e di condivisione della quotidianità tra le generazioni, che innesca conflitti e produce tensioni, ma in definitiva costituisce la rete di sicurezza principale nella vita dei contemporanei.

L’impressione che si ricava dai risultati della ricerca è di una forte de-tradizionalizzazione delle scelte familiari e riproduttive in Sardegna. Dalle narrative raccolte traspare la riflessività che spinge le persone a impegnarsi costantemente nel valutare, giustificare, motivare le proprie scelte: il passaggio alla fase della modernità radicale, almeno nella sfera familiare, nell’isola a differenza della Sicilia e del resto del Mezzogiorno, appare pressoché compiuto.

Riferimenti bibliografici

Breschi, E. Cioni (a cura di), Fare figli in Sardegna, Forum, Udine, 2017

Fonte figura 1 – demo.istat.it altridati Iscritti Nascita

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