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Più migranti che nativi e l’eccezionalità dei Paesi del Golfo

Steve S Morgan
paesi del golfo

I sei Paesi del Golfo Persico, ricchissimi produttori di petrolio, ospitano uno stock migratorio che è superiore di numero alla loro popolazione nativa e occupa due posti di lavoro su tre. Steve Morgan pone in rilievo il profondo solco che separa la crescente popolazione straniera, fortemente discriminata, da quella nativa, e s’interroga sulla sostenibilità di una situazione che tende ad aggravarsi per la crescente domanda di lavoro immigrato conseguente ai grandiosi piani di sviluppo posti in essere.

I sei Paesi del Golfo – Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, il più grande di tutti – rappresentano il centro attrattore di un particolare sistema migratorio che include l’Africa Orientale, parte del mondo Arabo, e l’Asia Meridionale. In questi paesi, nel 2017, si trovava uno stock migratorio¹ stimato in 28 milioni di stranieri, circa la metà dello stock migratorio dell’America del Nord e più di un terzo di quello dell’intera Europa. Nei sei paesi vive meno dell’1% della popolazione mondiale, ma circa l’11% dello stock migratorio planetario.

Aticipità del sistema migratorio

Quello del Golfo è un sistema migratorio del tutto atipico nel panorama mondiale. I migranti provengono da paesi poverissimi e vanno verso paesi ricchi (il Qatar precede gli Stati Uniti nella graduatoria dei paesi col reddito pro capite più alto, gli Emirati precedono il Giappone, il Kuwait la Spagna) ma con indici di sviluppo umano molto bassi (autoritarismo politico, altissime disuguaglianze, ruolo subordinato della donna, scarso rispetto dei diritti umani). La popolazione straniera arrivata oggi a quasi 30 milioni, supera di numero quella autoctona, ma la separatezza economica e sociale rispetto a questa e gli scarsi diritti di cui gode, rende la società profondamene duale. In prospettiva, la rendita petrolifera su cui questi paesi basano la loro prosperità, è destinata a durare a lungo, e con essa gli ambiziosi piani di investimento che richiedono molto lavoro che l’esigua popolazione autoctona non può fornire, rendendo necessaria una forte immigrazione. Ma come può sostenersi una società nella quale una ristretta élite esercita un potere assoluto su una popolazione nativa sovrastata numericamente da immigrati tenuti a distanza, ed esclusi da fondamentali diritti?

Vertiginosa crescita demografica

Lo sviluppo demografico dei paesi del Golfo è stato vertiginoso (Tabella 1). Negli ultimi sessant’anni la loro popolazione è cresciuta di 11 volte; quella dell’Arabia Saudita, che è il paese più popoloso dei sei (60% della loro popolazione totale), è cresciuta di “sole” otto volte, ma gli Emirati Arabi Uniti, oggi secondi per popolazione, sono cresciuti di oltre 100 volte, da meno di 100.000 sparsi abitanti nel 1960 ai 10 milioni attuali. La crescita naturale spinta dall’elevatissima natalità (oltre 7 figli per donna nel 1960, ancora 5 nel 1990, ridotti a 2,7 nel 2010-15) si è accompagnata agli intensi flussi di immigrazione. La crescita, seppure data in flessione nel prossimo trentennio (1,2% annuo), è stata vorticosa in passato (5% nel 1960-90 e 3,1% nel 1990-2020); ancora oggi la struttura per età è molto giovane (età mediana di 26 anni, 20 anni in meno che in Italia)².

Mobilità e migrazioni nella penisola arabica

La storia dell’immigrazione della penisola arabica ha le sue radici nella mobilità alimentata dai pellegrinaggi alla Mecca e a Medina, dagli scambi commerciali carovanieri e marittimi con la Persia e con l’India. Con l’arrivo della Gran Bretagna nel 1820, che prende il controllo del Golfo Persico e delle postazioni mercantili sulla via delle Indie, i flussi migratori cominciano a strutturarsi diversamente. La moderna immigrazione di massa prende forza con l’inizio dello sfruttamento del petrolio, nel 1932 nel Bahrein, nel 1938 in Arabia Saudita e via via nel resto della penisola. I cicli del mercato petrolifero hanno profondamente segnato le vicende migratorie della penisola. In una prima fase, l’immigrazione viene, prevalentemente, dal mondo Arabo (prevalenza di palestinesi), ma l’evoluzione del panarabismo e il timore di sovversione da parte degli immigrati arabi, favorisce l’immigrazione da altri paesi; questo cambiamento strutturale si accelera all’inizio degli anni ’90, con l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq e la guerra del Golfo. Nel 1991 vengono espulsi dal Kuwait 350.000 Giordani e Palestinesi, e 800.000 Yemeniti dall’Arabia Saudita³. Le provenienze dall’Asia, in particolare dal subcontinente indiano, prendono il sopravvento. Dopo il 2003, l’espansione della rendita petrolifera, l’apertura e la liberalizzazione economica e l’aumento degli investimenti esteri, hanno prodotto giganteschi piani di sviluppo infrastrutturale che hanno ulteriormente attratto manodopera.

I migranti diventano maggioranza

Nel 1990, lo stock migratorio rappresentava poco più di un terzo della popolazione dei sei paesi; nel 2017 la quota ha raggiunto la metà (con un minimo del 37% in Arabia Saudita e un massimo dell’ 88,4% negli Emirati; Tabella 2). Nel 2017, i migranti provenienti da India, Indonesia, Pakistan e Bangladesh erano, nell’ordine, i più numerosi e rappresentavano oltre la metà dello stock migratorio totale di 28 milioni. Si tratta di uno stock composto per i tre quarti da maschi (Figura 2), impiegato in grande prevalenza nel settore privato, nel quale occupano la quasi totalità dei posti di lavoro nel settore delle costruzioni, nelle attività manifatturiere, nelle vendite, nei servizi domestici. Un paradosso è che l’intensa immigrazione si associa con livelli di disoccupazione molto alti nelle popolazioni autoctone degli Stati. Ciò è spiegato non tanto dalla vigorosa crescita demografica, ma soprattutto dalla scarsa attrattività del settore privato, per i bassi salari e le difficili condizioni di lavoro; dalla formazione inadeguata; dal ricco welfare che la rendita petrolifera riserva ai cittadini nativi. In anni recenti, le politiche si stanno orientando verso un maggior controllo dell’immigrazione e maggiori stimoli alla popolazione nativa, per riequilibrare un mercato del lavoro profondamente diviso e inefficiente.

Una insostenibile società duale

Il dualismo della società è rafforzato dal sistema di reclutamento dei migranti, detto Kalafa, che si basa sulla piena responsabilità assunta dallo sponsor e datore di lavoro del migrante. Il migrante può ottenere un visto di entrata solo se ha uno sponsor, senza il quale non può avere un contratto di lavoro e un permesso di residenza. Il migrante può lavorare solo per lo sponsor, e per la durata del contratto. Non è ammesso il cambio di sponsor se non in particolari circostanze. Lo sponsor può perfino trattenere il passaporto del migrante, impedirgli la partenza. Da anni si parla di riforma di questo sistema medievale, moderna forma di servaggio, che diviene via via meno funzionale col modernizzarsi dell’economia e della società: qualche timido passo è stato compiuto. Spingono a questo le pressioni internazionali per un maggior rispetto dei diritti dei migranti (si vedano, tra l’altro, le proteste per le condizioni di lavoro degli immigrati nel Qatar impegnati nelle grandiose opere in vista dei prossimi mondiali di calcio). Paghe basse, orari lunghi, segregazione residenziale, abusi frequenti, forti ostacoli ai ricongiungimenti familiari scavano un solco profondo tra la società immigrata e quella nativa.

Fargues e De Bel-Air, nella loro analisi già citata, osservano che “in conseguenza dell’aumento della domanda di migranti nel mercato del lavoro e la loro persistente esclusione dalla cittadinanza, c’è una distanza crescente nelle prerogative e nei diritti nelle popolazioni degli Stati del Golfo. Quelli con pieni diritti di cittadinanza formano una proporzione sempre più piccola della popolazione totale. C’è un punto di rottura oltre il quale questa situazione diventerà insostenibile?”[4]. Siamo, sicuramente, di fronte ad una situazione estrema: conforta che i sei Paesi del Golfo abbiano compatti firmato il Global Compact for Migration, lo scorso 19 Dicembre, nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ma conforterebbe assai di più conoscere quali passi concreti essi stiano compiendo per rispettarne i principi.

¹ Lo stock migratorio è costituito dalla popolazione nata fuori del paese di residenza secondo le stime – basate su inchieste e censimenti – fatte dalle Nazioni Unite.

² Una buona base dati sui Paesi del Golfo si trova in GLMM, Gulf Labour Martkets and Migration. Si veda anche Martin Baldwin-Edwards, Labour Immigration and Labour Markets in GCC Countries: National patterns and Trends, LSE, London, 2011

³ Philippe Fargues e Françoise De Bel-Air, Migration in the Gulf States. The Political Economy of Exceptionalism, p. 144, in Diego Acosta Arcarazo e Anja Wiesbrock (a cura di), Global migration : old assumptions, new dynamics, Volume 1, Santa Barbara : ABC-CLIO, 2015, pp. 139-166

[4] Fargues e De Bel-Air, cit., p. 162

Fonti figure

Fonte figura 1 – GLMM Database

Fonte figura 2 – GLMM Database

Fonte tabella 1 – population.un.org

Fonte tabella 2 – population.un.org

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