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Più apertura internazionale per gli studenti italiani (in attesa di un Erasmus universale)

Massimo Livi Bacci, Luciano Segreto

Nel 2009-10 gli studenti italiani fruitori di un Erasmus sono stati poco più di 21.000, quelli spagnoli diecimila in più. Appena uno studente universitario su 100 fa questa esperienza di studio all’estero, e la frequenza è doppia per gli studenti del nord rispetto a quelli del mezzogiorno  (tabella 1)1. Bastano questi pochi dati per capire che l’Italia non sfrutta adeguatamente le enormi potenzialità di internazionalizzazione offerte dagli scambi educativi tra paesi. Eppure il nostro è un paese con un’economia aperta, forte esportatore, con un settore turistico vitale, membro di una comunità (più o meno) unita e forte di mezzo miliardo di abitanti; un paese aperto a flussi migratori che hanno formato una comunità di cinque milioni di residenti stranieri. Garantire un’esperienza di studio all’estero ad ogni generazione di studenti universitari (ma questo vale anche per la scuola secondaria) dovrebbe essere un obbiettivo politico primario.
Un traguardo ambizioso?
Un paese che vuole stare al passo con i tempi dovrebbe porsi traguardi ambiziosi, per quanto riguarda la formazione, da raggiungere in un ragionevole lasso di tempo (in ipotesi, tra i dieci e i venti anni). Questo obbiettivi si potrebbero così riassumere:
–       Che sia normale che il conseguimento della laurea di primo livello entro i 23 anni;
–       Che sia normale che a questa età si sia trascorso un anno di studio (o di studio/lavoro) all’estero;
–       Che sia normale che a questa età si abbia una buona padronanza di due lingue;
–       Che sia stata acquisita una competenza informatica al passo con i tempi;
–       Che sia sperimentata la capacità di vivere autonomamente dalla famiglia.
Obbiettivi, questi, che oggi appaiono fantascientifici ma che rimpiangeremo, tra vent’anni, se per ignavia collettiva non li avremo perseguiti. Per la verità questi sono traguardi già oggi normalmente raggiunti da un numero crescente di ragazze e ragazzi del mondo più sviluppato. Per ciascuno di questi obbiettivi il ritardo dei giovani italiani è notevole ed è una causa non secondaria del ristagno dell’ultimo ventennio.
In attesa di un Erasmus universale, qualche azione positiva
Ritorniamo all’Erasmus, e domandiamoci quali azioni potrebbero essere intraprese per aumentarne la diffusione. A parere degli esperti, tre ostacoli si frappongono alla crescita del numero di studenti italiani in mobilità Erasmus: la limitatezza delle risorse finanziarie messe a disposizione dall’Agenzia nazionale; i lacci burocratici, amministrativi e didattici che scoraggiano gli studenti; la scarsa conoscenza delle lingue al livello richiesto. Questi elementi concorrono poi a creare un certo scetticismo tra gli studenti, nelle famiglie, ed a volte anche tra i docenti, circa i benefici inerenti all’esperienza Erasmus. Qui di seguito si prospettano alcune linee d’intervento.
Primo – Per quanto riguarda la scarsità delle risorse finanziarie (a disposizione dell’Agenzia Nazionale, ricevute dalla UE, e quelle aggiuntive ma modeste del Ministero), questa potrebbe essere facilmente rimossa con risorse pubbliche aggiuntive, ma il “momento” economico non è certo favorevole. La modestia delle risorse si riflette, inoltre, in una forte sperequazione tra gli studenti fruitori, legata al reddito familiare. Un intervento di ordine fiscale, attraverso sgravi per le famiglie con figli che svolgono un periodo di studio all’estero (e non solo in Europa), potrebbe contribuire ad allargare la quota di studenti in mobilità. Tali sgravi potrebbero valere sull’insieme delle spese documentate (viaggio, alloggio, spese di trasporto, ecc.). Si potrebbe porre un tetto massimo a tali spese (ad esempio: 5-600 Euro al mese fino ad un massimo di 5-6000 Euro l’anno), e modulare lo sgravio secondo il reddito familiare (escludendo i redditi alti, ad es. oltre gli 80mila euro).
Secondo – Stante il meccanismo dell’accumulazione dei crediti su cui si basa attualmente il sistema universitario, il timore (ingiustificato) che quelli ottenuti all’estero possano, per svariati motivi, essere minori di quelli ottenibili in Italia potrebbe essere controbilanciato da un meccanismo premiante per tutti coloro che svolgono un periodo di studio all’estero nell’ambito del programma Erasmus (o anche fuori dall’UE). Questo può ottenersi applicando un coefficiente incentivante al numero di crediti ottenuti durante il soggiorno presso un’università straniera. Ad esempio, diciotto crediti ottenuti durante un semestre potrebbero essere valutati come 24; 36 crediti ottenuti durante due semestri potrebbero valere come 54. Il programma in cui si inserirebbero tali studenti dovrebbe riportare una denominazione che qualifichi il percorso. Ad esempio “Programma Europeo” o “Programma internazionale”.
Terzo – Mettere a punto un sistema di “buoni” da accreditare alle famiglie che ospitano un incoming student , da spendere per un outgoing student – quale ne sia la destinazione. Se i luoghi di origine e di destinazione fossero, globalmente, gli stessi, a livello macro, comunitario, il programma Erasmus potrebbe diventare un gioco a somma zero, al netto delle spese di trasporto. In pratica, ovviamente, non sarà così – ma sono comunque possibili notevoli risparmi;
Quarto – Le Università dovrebbero potenziare in misura notevole gli insegnamenti di lingua straniera e in lingua straniera (leggi: in inglese) per consentire un aumento tanto degli outgoing students come degli incoming students. Sulla base delle serie storiche dei dati sugli studenti in uscita ed in entrata, parametrati agli studenti in corso, il Ministero potrebbe prevedere meccanismi incentivanti che portino all’erogazione di fondi aggiuntivi alle università al superamento di determinate soglie (5%, 10%, 15%, ecc. del totale degli studenti in corso in mobilità).
Molto si potrebbe fare, con poco
“…Erasmus si presenta come una delle più allettanti proposte del panorama internazionale offerte dagli Istituti di istruzione superiore ai propri studenti per la mobilità per studio e per placement [tirocinio]… Si rivela il programma di mobilità internazionale di maggior successo in Italia, più facilmente testabile, piuttosto accessibile e più determinante nella formazione individuale, anche se l’entità del contributo economico resta il punto dolente che può costituire un ostacolo all’interesse per questo tipo di esperienza.”2
Concordiamo con questa valutazione dell’Agenzia nazionale preposta alla mobilità internazionale degli studenti. L’Italia è ancora indietro, come si desume dalla tabella 2, che riporta un quadro comparativo dei maggiori paesi europei. L’Italia si pone nella zona bassa della graduatoria, se si esclude la Gran Bretagna (e la Svezia, anch’essa paese “anglofono”, o quasi, negli studi superiori). Ma gli studenti britannici partecipano di una società che, da secoli, è al centro dei processi di internazionalizzazione e che, per questo stesso fatto, hanno meno necessità di esperienze all’estero. Occorre però aggiungere che, in tutta Europa, si è lontani dagli obbiettivi fissati negli anni ’90, che fissavano ad almeno il 5 per cento la proporzione degli studenti terziari coinvolti nella mobilità internazionale.
Siamo convinti che se un bilancio di costi e benefici fosse seriamente fatto, risulterebbe evidente che ogni euro in più speso in programmi di internazionalizzazione avrebbe un ritorno assai più elevato (tabella 2).
Note
1 – Agenzia Nazionale Lifelong Learning, Rapporto Annuale Erasmus, a.a. 2009/2010. Analisi e riflessioni, Roma, 2011
2 – Agenzia Nazionale Lifelong Learning, Esiti e prospettive della mobilità
Erasmus 2007 – 2009, Roma, 2011.

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