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Perché è così difficile avere dati certi sui nidi in Italia?

Chiara Saraceno

Le cifre sui tassi di copertura da parte dei nidi e su quelli di frequenza degli stessi sono spesso difformi, anche negli stessi documenti ufficiali. Questa confusione non aiuta a valutare correttamente le politiche.

Quanti sono i posti nido in Italia? E quanti sono i bambini che li frequentano? Sembrano domande semplici, ma una rapida scorsa ai documenti ufficiali e para-ufficiali usciti in questi ultimi  mesi offre una immagine di incertezza e confusione. Ad esempio, sulla base dei dati Multiscopo 2008 risultava frequentare un nido il 15,3% dei bambini dagli 0 ai 2 anni. Questa cifra è stata ripresa nella Indagine “famiglia e minori” della VI Commissione del CNEL presentata  a Roma il dicembre scorso (ma il rapporto non è rintracciabile da nessuna parte ed esiste solo uno stringato comunicato). Secondo i dati Eurostat, basati su EU-Silc, la percentuale è molto più alta, attorno al 25 %. Infine lo stesso ISTAT, nella prima versione messa on line di Italia in cifre 2009,  riportava  la percentuale di 11,9%. Successivamente questa cifra è sparita e la versione in volume non riporta alcun dato vuoi sui tassi di copertura vuoi sui tassi di frequenza.

Dietro questa confusione di cifre stanno alcuni problemi distinti, che dovrebbero essere esplicitati e chiariti per arrivare a delineare un quadro complesso sì, ma non di impossibile descrizione.

 

Nidi pubblici e privati, full time e part time

Il primo problema riguarda la distinzione tra nidi pubblici e privati. Si tratta di una distinzione importante, sia a fine di monitoraggio delle politiche che per le famiglie concretamente coinvolte. I nidi privati, infatti, che sono cresciuti notevolmente negli ultimi dieci anni, costano in media più (e talvolta molto più) di quelli pubblici o comunque convenzionati con il pubblico. Inoltre, a differenza dei primi, non graduano le tariffe sulla base del reddito famigliare. Quindi di fatto sono accessibili solo a chi ha un buon reddito. Il dato dell’11,9% di copertura a livello nazionale riguarda i nidi pubblici o comunque finanziati dal pubblico. Vi sono forti  differenze tra regioni: si passa dal  25,8% dell’Umbria e 24,8% delle Marche al 6,2% della Calabria. Anche Bolzano ha un tasso di copertura molto basso, 3,5%. Ma lo triplica quasi con altre forme di servizi, in primis le cosidette Tagesmutter. Cosa che non avviene né in Calabria né in Campania, le due ragioni con il tasso di copertura più basso in assoluto. 

Il dato dell’11,9% è importante ai fini di monitoraggio delle politiche.  Per questo sarebbe stato meglio correggere, invece di toglierla, la tabella poi sparita da Italia  in cifre, correggendo l’etichetta che erroneamente parlava di frequentanti i nidi,  e riportare l’informazione mancante sui nidi privati. Questa informazione si trova nel il rapporto di monitoraggio sui nidi del 2008, curato per il ministero dal Centro nazionale di documentazione e analisi dell’infanzia.[1] In molte regioni – del Centro-Nord e del Sud – l’offerta privata  supera il 60% dell’offerta complessiva e in Calabria  tocca l’84% (il rapporto non fornisce il tasso di copertura da parte dei nidi pubblici a livello nazionale).  Il mercato sembra molto più veloce del pubblico nell’adattarsi alla domanda, ma con effetti problematici sulla disuguaglianza sociale e senza che vi siano garanzie sulla qualità.

 

 Il secondo problema riguarda gli orari di frequenza. La frequenza part time può essere una scelta delle famiglie, ma può essere anche una scelta del servizio cui le famiglie sono obbligate ad adattarsi. In ogni caso, in termini di copertura non è corretto eguagliare servizi a tempo pieno e a tempo parziale. Questo problema è evidente soprattutto nei dati di fonte EU-Silc, ove anche un uso non quotidiano di un servizio di cura viene conteggiato.  

 

Un terzo problema  riguarda la fascia di età di riferimento. E’ una questione che riguarda sia l’”età zero” (dato che i bambini non sono accolti in un nido prima dei tre mesi, e per lo più ormai non prima dei 5-6) che l’età 2-3. Un bambino che compie i tre anni tra settembre e dicembre  a tre anni può trovarsi già all’asilo.  Dato che i bambini hanno la tendenza a nascere nel corso di tutto l’anno e i servizi invece hanno “finestre” sia di iscrizione di ingresso rigide non è una questione irrilevante, perché significa che l’universo di riferimento ha confini non definiti.

 

Fonti diverse per informazioni diverse

Infine vi è la questione della diversità delle fonti. Quelle dell’ISTAT sono due: l’Indagine Multiscopo e l’indagine censuaria sugli interventi e servizi sociali dei comuni. A queste si aggiungono l’indagine Eu-Silc e il rapporto di monitoraggio. L’indagine censuaria  e il rapporto di monitoraggio si riferiscono alla offerta di servizi. Costituiscono quindi la fonte informativa principale per valutare le politiche pubbliche.

Le indagini campionarie rilevano l’utilizzo del servizi, non l’offerta. Le due informazioni  non coincidono, tanto più in quanto i campioni delle indagini non sono individuati per essere rappresentativi delle famiglie con figli nella fascia di età rilevante. I risultati poi possono essere diversi da una indagine all’altra, sia per motivi di costruzione del campione che per altri fenomeni noti ai ricercatori: formulazione delle domande, loro collocazione nel complesso del questionario e così via..

 

Al di sotto della complessità, la scarsità

Da questo quadro certo complesso, ma agevolmente leggibile se solo se ne chiariscono gli elementi, emerge un profilo chiaro, ancorché sconfortante: 1) Se si stesse alla sola offerta pubblica l’obiettivo di Barcellona sarebbe stato raggiunto solo per poco più di un terzo. 2) L’aumento dell’offerta è lasciato quasi tutto al mercato, specialmente, ma non esclusivamente  nelle regioni in cui l’offerta pubblica è più scarsa. 3) Il rapporto di monitoraggio segnala che sono proprio queste le regioni che non hanno utilizzato le risorse, insufficienti, messe a disposizione per un triennio dal secondo governo Prodi. Ma non subiscono alcuna penalizzazione per questo spreco di denaro pubblico.


[1] Centro nazionale di documentazione e analisi dell’infanzia, Monitoraggio del piano di sviluppo dei servizi socio-educativi per la Prima infanzia, Istituto degli Innocenti, Firenze, 31 dicembre 2009

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