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Perchè è caduta l’occupazione giovanile?

Luciano Abburrà

La crisi ha aggravato ovunque il problema della disoccupazione giovanile, ma la caduta dell’occupazione dei giovani (15-24 anni) è stato un tratto problematico di tutto il primo decennio degli anni 2000: meno occupati nella popolazione giovanile, meno giovani nell’occupazione complessiva. Perché ciò è avvenuto? E proprio negli anni in cui i giovani nella popolazione sono diventati più scarsi e più scolarizzati, e dunque avrebbero dovuto trovare lavoro con più facilità? Le risposte a un tale interrogativo sono complesse e ad esse sono stati dedicati numerosi studi e interventi, anche sotto questa testata. Un contributo alla comprensione, però, può venire anche da un’analisi più ravvicinata proprio del processo di riduzione dell’occupazione giovanile, visto nel contesto territoriale di una delle grandi regioni del Nord Italia. In particolare, guardando ad una specifica articolazione dei dati dell’indagine Istat sulle forze di lavoro, ci si può chiedere che cosa sia successo al livello delle diverse posizioni e qualifiche professionali di cui si compone l’occupazione, anche fra i giovani. L’evidenza di notevoli differenze negli andamenti può suggerire ipotesi interpretative sulle cause del processo e sulle vie necessarie a porvi rimedio.
Effetto polarizzazione: si riducono soprattutto le posizioni professionali intermedie
La caduta dell’occupazione giovanile ha interessato soprattutto le posizioni professionali intermedie del lavoro d’ufficio e d’officina, insieme al lavoro autonomo nell’artigianato. Al contrario, anche negli anni della crisi, diverse professioni di rango superiore e inferiore sembrano aver avuto un andamento di crescita o almeno di stabilità (figura 1).
Tra le occupazioni di livello più elevato, nel periodo 2004-10 le “professioni tecniche” hanno oscillano mantenendo una consistenza elevata, mentre altre, come le professioni “qualificate dei servizi” sono riuscite a crescere anche negli anni della crisi. Nello stesso periodo, gli “impiegati” e gli “operai semiqualificati” si sono dimezzati, mentre “artigiani e operai specializzati” – che rappresentavano più di un quarto dei giovani occupati 15-24enni piemontesi – si sono ridotti da 35.000 a 23.000. Diversamente, anche nelle “professioni non qualificate” negli anni della crisi si registra una maggior tenuta, se non un aumento.
Sembra dunque profilarsi un processo di polarizzazione dell’occupazione giovanile, che si riduce soprattutto nelle posizioni a qualificazione intermedia sia tra gli operai che tra gli impiegati. Tale processo non riguarda solo i giovani, come un recente studio pubblicato dalla Banca d’Italia ci ha mostrato[1]. Ma proprio i mutamenti nella composizione qualitativa delle posizioni lavorative complessivamente disponibili possono spiegare le particolari difficoltà dei giovani ad occuparle: mentre cala la disponibilità di posizioni corrispondenti al livello di qualificazione reale di molti giovani, per quelle più qualificate i giovani mancano di esperienza e formazione sul lavoro successiva agli studi superiori; per quelle meno qualificate, si sconta una non corrispondenza con le aspettative alimentate dalla scolarizzazione di massa. Lo stesso studio Banca d’Italia rileva che, mentre della caduta delle occupazioni a livello medio-basso soffrono soprattutto i giovani, le posizioni più elevate che si creano vengono occupate da persone oltre i 35 anni. D’altra parte, a fronte di un’espansione delle posizioni ai più alti livelli di qualificazione tecnico-professionale, il Censis ricorda che ancora nel 2010 oltre il 40% delle opportunità lavorative ha riguardato posizioni di lavoro manuale. E’ noto d’altronde che, pur in un anno di crisi come il 2011, l’occupazione di persone immigrate da altri paesi sia cresciuta complessivamente in Italia di oltre 170.000 unità, molte delle quali giovani.
Tra aspettative e realtà
Si potrebbe dire, dunque, che le mutate aspettative dei giovani italiani si confrontano con opportunità lavorative che da un lato cambiano meno di quanto si vorrebbe, ma che, dall’altro, mutano più rapidamente di quanto si sia in grado di adattarsi. Così, le generazioni meno numerose e più scolarizzate della storia d’Italia si accumulano all’ingresso di un mercato del lavoro in cui si sono rarefatte soprattutto quelle posizioni impiegatizie intermedie che hanno assorbito la gran parte della prima ondata di scolarizzazione dagli anni ’70 in poi. Nello stesso tempo, delle opportunità di lavoro in crescita molti giovani non riescono a beneficiare o per carenza di qualificazione o per indisponibilità.
Ritrovare una strada che porti a nuovi e sostenibili equilibri richiederà adattamenti sostanziali e innovazioni non solo giuridico-formali sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda del mercato del lavoro. Far crescere un’offerta di opportunità di lavoro più adatte ad una popolazione scolarizzata e far aumentare la qualificazione reale dei giovani scolarizzati in modo che possano concorrere alle opportunità più innovative diventano due obiettivi correlati che le politiche dovrebbero perseguire in modo congiunto.
Per saperne di più
L’Ires Piemonte ha condotto sul tema “giovani e lavoro” un ampio progetto di ricerca i cui  risultati sono pubblicati sul sito www.ires.piemonte.it, nella sezione “Cantiere Giovani”, e su Informaires n.41/2012.


[1] Elisabetta Olivieri, Il cambiamento delle opportunità lavorative, Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza, n. 117, febbraio 2012.

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