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Pensioni: eque o solidali?

Gustavo De Santis

Su Neodemos si (ri)parla del problema previdenziale. Alessandro Cigno (“Una possibile riforma del sistema previdenziale”) avanza, in sintesi, due proposte: la prima è che il beneficio, e cioè l’importo della pensione di ogni anziano, sia legato allo sforzo contributivo individuale. La seconda, più originale, è sul modo di misurare questo sforzo contributivo. Tradizionalmente – e anche in Italia, con la riforma Dini – lo si fa contabilizzando e attualizzando i versamenti contributivi che ciascuno di noi effettua nell’arco della sua vita lavorativa. A questo modo di calcolo, Cigno propone di affiancarne un altro: valutare anche la capacità contributiva dei nostri figli. Lo scopo è, dichiaratamente, quello di stimolare una fecondità di “qualità”, in cui si premi non soltanto il numero dei figli messi al mondo, ma anche la loro capacità di generare reddito. Che questo sia fattibile, auspicabile, e conducente ai risultati desiderati è, per il vero, assai dubbio, come sottolinea Giuseppe Gesano (“Figli e pensioni ”).

Ma in questo momento vorrei concentrarmi solo sulla prima delle due idee, che interpreterò in senso tradizionale: collegare la pensione allo sforzo contributivo. A questa visione, Gesano ne contrappone una diversa: lo scopo della pensione è essenzialmente “quella di assicurare delle condizioni di vita dignitose a chi non può più procurarsele con il proprio lavoro”.
Bismarck vs. Beveridge
Il dibattito non è nuovo: anzi, fin dalla loro nascita, i sistemi previdenziali hanno avuto questa doppia “anima”. Da una parte, servono a trasferire reddito tra le fasi della vita: dall’età adulta, quando ce n’è in abbondanza, all’età anziana, quando invece non se ne produce abbastanza. Questa è una cosa che si può fare mantenendo una perfetta equità di trattamento per ogni individuo: se contribuisci per 100, ti rendo 100 quando vai in pensione; se contribuisci 1000, ti rendo 1000. Dall’altra parte c’è invece la visione delle pensioni come forma di assistenza agli anziani, che, più di altri, rischiano di trovarsi in condizioni di indigenza.
La prima visione è anche detta bismarckiana – dal nome del cancelliere Otto von Bismarck, che, nel 1889, primo al mondo, introdusse in Germania un sistema previdenziale pubblico basato sul principio dell’equità attuariale, cioè della corrispondenza, in termini reali, tra ciò che si versa al sistema come contributi e ciò che se ne ricava come pensione. In formula, questo concetto si può scrivere
1) pi = P ci/C (à la Bismarck)
il che significa semplicemente che la mia pensione pi sta alla pensione media P come il mio monte contributivo ci sta al valore medio di questo monte contributivo C, calcolato sull’insieme dei pensionati. Ad esempio, se io ho una storia contributiva che, dopo le opportune rivalutazioni, “vale” il doppio della media, prenderò anche una pensione che è il doppio della media. Se invece non ho mai contribuito (ci=0), allora anche la mia pensione sarà nulla.
La seconda visione del ruolo della previdenza è anche detta beveridgeana, dal nome di Lord William Beveridge, che nel 1942 stilò un famoso rapporto sullo stato dell’economia inglese, proponendo tra l’altro la gratuità e l’universalità della copertura sanitaria e l’estensione della previdenza sociale, con una pensione pubblica da concedere a tutti e in eguale (piccolo) ammontare.
2) pi = P (à la Beveridge)
Qui tutti prendono esattamente la pensione media P, che però, in questo caso, è tipicamente molto bassa e costituisce solo il cosiddetto “primo pilastro” di una copertura pensionistica cui concorrono anche altre entrate (fondi di categoria e previdenza integrativa individuale).
Una visione unitaria
Un modo per vedere insieme le due diverse concezioni del sistema previdenziale consiste nel fondere le due formule e scrivere che la pensione individuale pi è una media ponderata dei due casi
3) pi = Q P ci/C + (1-Q) P
con un peso Q alla parte di equità attuariale (bismarckiana) e un peso (1-Q) alla parte di redistribuzione solidale (beveridgeana)[1]. A un estremo, se Q=1, si ritrova la formula (1), alla Bismarck: chi contribuisce di più prende una pensione più alta. All’estremo opposto, se Q=0, si ritrova la formula (2), alla Beveridge: le pensioni sono tutte uguali. Ma sono possibili infiniti casi intermedi, scegliendo valori di Q compresi tra 0 e 1. Ovviamente, questa scelta non è indipendente da quella di P (pensione media), che è tipicamente tanto più basso quanto più Q tende a zero.
La cosa importante, qui, è comprendere che le due concezioni sono antitetiche. Possono, sì, essere entrambe presenti, ma quanta più equità attuariale c’è (Q si avvicina a uno), tanto meno ci può essere della solidarietà e redistribuzione (1-Q si avvicina allora a zero). A cose fatte, almeno in teoria e con molti sforzi, è possibile calcolare il valore effettivo del parametro Q per vari paesi e varie epoche. Lefèbvre (2007), citato in nota, ad esempio, conclude che in Europa alcuni paesi sono molto solidali (Finlandia soprattutto, ma anche Danimarca e Regno Unito), mentre altri puntano piuttosto all’equità attuariale (Polonia, Francia, ecc.). L’Italia si troverebbe in un gruppo di paesi intermedio.
Una scelta politica chiara
Ma quel che dispiace, almeno a me, è che, in Italia e altrove, una scelta che appare fondamentale, quella sul parametro Q, non sia esplicita. E’ certo, ad esempio, che con la riforma Dini, dal 1° gennaio 1996, la parte di equità è cresciuta (Q è più alto), perché adesso si guardano i contributi versati durante la vita lavorativa. Ma il modo di contarli è tale per cui Q è sicuramente minore di uno, ci sono cioè elementi di solidarietà: ad esempio, tutte le pensioni pagate con la Dini si svalutano in termini reali (perché non c’è recupero sulla crescita della produttività del lavoro), ma quelle “dei ricchi” si svalutano più in fretta, perché per loro non è previsto un pieno recupero rispetto all’inflazione. Questo porta a un progressivo abbassamento delle pensioni più alte, e corrisponde a una logica redistributiva: da chi ha di più (almeno in termini di pensione) a chi ha di meno. Alcune regole accessorie (minimi, massimi, reversibilità, considerazione dei periodi di maternità, ecc.), oltre all’inserimento di elementi di assistenza (la pensione sociale), complicano ulteriormente il quadro.
In definitiva: quanto vale il parametro Q in Italia? Il suo valore è fisso o è cambiato nel tempo? E’ quello preferito dalla collettività? La contrapposizione tra Cigno e Gesano può in fondo essere vista come una diversa visione sul valore ideale del parametro Q: Cigno lo vuole vicino a 1, mentre Gesano lo preferisce più basso, anche se non proprio pari a 0. Opinioni perfettamente legittime, ognuna con i suoi pro e i suoi contro, ad esempio in termini di incentivi a lavorare e pagare i contributi, lotta alla povertà, ecc.
In un sistema previdenziale ideale, questa scelta, insieme a molte altre, sarebbe esplicita. In Italia (e altrove) è invece implicita, e quel che succede veramente lo si scopre solo ex post, dal confronto tra la storia contributiva e la storia pensionistica individuale. Ma, a giochi fatti, se il risultato non ci soddisfa, è ormai troppo tardi per correggere il tiro.

[1] Della contrapposizione si parla anche, tra gli altri, nel libro di A. Cigno e M. Werding (2007), Children and Pensions, MIT Press. La formula del testo si trova in G. De Santis (2006) Previdenza: a ciascuno il suo?, Bologna, Il Mulino, o anche, ma in versione diversa, in M. Lefèbvre (2007), The Redistributive Effects of Pension Systems in Europe: A Survey of Evidence, “Luxembourg Income Study Working Paper Series”, No. 457, March (http://www.lisproject.org/publications/liswps/457.pdf). La realtà è più complicata di così: vi possono essere, ad esempio, integrazioni di carattere assistenziale per le pensioni che non arrivano a un certo ammontare, tenuto anche conto del reddito familiare, ecc. Ci possono essere gestioni previdenziali in passivo, e via dicendo. Io mi riferisco, comunque, a un sistema previdenziale (non assistenziale) teorico, in equilibrio, in cui le entrate (contributi) eguagliano le uscite (pensioni).
Cfr. anche dibattito in corso sul blog di Flavia Amabile, giornalista de “La Stampa” (http://www.lastampa.it/amabile)
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