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Pensioni e immigrazioni in Italia

Annalisa Filomena

La spesa per pensioni in Italia è tra quelle che più pesantemente incidono sul bilancio pubblico, ad aiutarci a sostenerla c’è una componente silenziosa della popolazione italiana, quella immigrata. Ma per capirne i motivi è necessario prima di tutto svelare i segreti del nostro sistema pensionistico.

Il sistema pensionistico italiano

Il metodo di calcolo delle pensioni ha subito un cambiamento radicale nel 1995 con la riforma Dini. Il vertiginoso aumento della spesa pubblica e gli andamenti macroeconomici e demografici negativi resero necessaria l’adozione di un sistema capace di disincentivare l’anticipo pensionistico, di aumentare quindi l’apporto di forza lavoro e di assicurarne la sostenibilità finanziaria di lungo periodo, evitando di trasferire alle generazioni future l’onere del suo finanziamento. Venne dunque disegnato il passaggio dal sistema retributivo, metodo di calcolo della pensione che fa riferimento alla retribuzione ricevuta dal lavoratore, a quello contributivo che, pur rientrando nel metodo di finanziamento a ripartizione (i contributi versati in un dato periodo dai lavoratori finanziano le pensioni erogate in quel periodo), determina l’importo della pensione in base ai contributi versati durante l’arco della vita lavorativa, trasformati in rendita tenendo conto del numero medio di anni che restano da vivere al pensionato (vita media residua). La lentezza della transizione da un sistema all’altro – avvenuta attraverso una cesura generazionale che consentiva il calcolo della pensione con il più generoso metodo retributivo per coloro che già lavoravano nel 1995 – ha tuttavia appesantito l’onere del suo finanziamento proprio per le generazioni più giovani.

Non è azzardato affermare, infatti, che il nostro sistema previdenziale ha avuto un ruolo importante nel proteggere gli anziani dal rischio di povertà, trasferendolo però ai giovani.

La riforma Fornero del 2011 fu necessaria per almeno due ragioni. 1) Migliorare l’equità generazionale, cioè il patto non scritto tra generazioni presenti e future (o membri della stessa generazione) volto a garantire pari opportunità di crescita e di benessere, applicando il sistema contributivo per tutti i pensionati a partire dal 2012 e un sistema contributivo pro-rata per chi aveva accumulato nel 1995 almeno 18 anni di contributi (per questi ultimi l’importo della pensione viene calcolato con i due sistemi: retributivo per i contributi maturati fino al 2011 e contributivo per quelli maturati dopo il 2011). 2) Ridurre il peso della spesa pensionistica sul Pil adeguando il requisito anagrafico per l’accesso alla pensione alle variazioni della speranza di vita misurate dall’ISTAT, ogni tre anni dal 2013 e ogni due anni dal 2019. Perciò se al 2016 l’età necessaria per ottenere la pensione è fissata a 66 anni e 7 mesi, nel 2020 sarà per tutti pari a 67 anni.

Stando così le cose, il nostro sistema pensionistico non ha ancora del tutto abbandonato il metodo di calcolo retributivo per quello contributivo e questo fa in modo che alla sua base ci sia ancora un forte rapporto “di dipendenza” tra giovani e anziani. Da un punto di vista della sostenibilità delle finanze pubbliche italiane, l’intensa stagione di riforme ha senza dubbio ammortizzato i costi dell’invecchiamento della popolazione. Ciò che risulta un nodo duro da sciogliere riguarda, tuttavia, l’ammontare delle pensioni future. Data l’esistenza di uno stretto nesso tra contributi previdenziali e prestazioni pensionistiche, l’insieme delle interruzioni contributive dovute in parte al frammentato mercato del lavoro e a una forte preponderanza di contratti temporanei, avrà degli effetti negativi sui redditi dei futuri pensionati.

Il ruolo giocato dai lavoratori immigrati

Perciò in un sistema previdenziale a ripartizione che sta abbandonando progressivamente la modalità di calcolo retributiva per adottare quella contributiva, la generazione dei giovani lavoratori di oggi trasferisce comunque risorse agli anziani. Di questa giovane generazione fanno parte anche gli immigrati che accrescono la forza lavoro e il monte salari nazionale (cioè l’ammontare complessivo delle retribuzioni percepite dai lavoratori), aumentando la base contributiva utilizzata per finanziare le pensioni presenti. Di fatto, si stima che nel 2015 i contribuenti stranieri residenti in Italia abbiano versato 10,9 miliardi di contributi previdenziali (incidendo sulle entrate contributive per il 5%) a fronte di una spesa pensionistica per stranieri che non ha superato i 700 milioni¹. Questo dipende dalla favorevole età della popolazione straniera (gli immigrati over 65 sono meno dell’1% dei 16 milioni di pensionati²) che fa sì che essa fornisca nell’immediato un significativo contributo positivo al finanziamento del bilancio pubblico, poiché fruisce di questo tipo di servizio per meno del 10% dei contributi annualmente versati.

schermata-2016-12-15-alle-17-38-44Tenendo conto che il flusso di nuovi pensionati stranieri continuerà ad essere di gran lunga inferiore rispetto quello degli autoctoni (si veda la tabella) e che la popolazione immigrata in Italia è di grande aiuto nel contrastare gli effetti dell’invecchiamento demografico sull’occupazione e sulla popolazione in età da lavoro, appare evidente come il fattore immigrazione stia accompagnando il sistema pensionistico lungo la sua fase di transizione verso un sistema di calcolo contributivo, stadio che durerà almeno fino al 2045³.

È ragionevole pensare che il contributo degli immigrati tenderà ad essere neutrale nel lungo periodo, una volta raggiunto un sistema contributivo puro che per definizione e caratteristiche annulla il patto tra giovani e anziani per divenire il riflesso della storia lavorativa di ciascun lavoratore.

Ecco perché, alla luce degli effetti della crisi economica sulla timida crescita del Pil italiano e sulle condizioni occupazionali in certi settori produttivi e per alcune categorie (giovani, stranieri e donne), è importante promuovere politiche che riducano le disuguaglianze nell’accesso al mercato del lavoro e nelle retribuzioni e che proteggano le pensioni dei lavoratori instabili. Tenendo a mente che i pericoli di disuguaglianza e precarietà colpiscono sia gli italiani che gli stranieri, il rischio che l’Italia potrebbe trovarsi ad affrontare, se non sarà capace di creare condizioni di prosperità per tutti, sarà l’aumento delle schiere di poveri piuttosto che la temuta “invasione” dall’estero di immigrati e richiedenti asilo.

Note

¹Fondazione Leone Moressa, Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, 2016, pp. 125-151.

²Fondazione Leone Moressa, 2016.

³Ragioneria Generale dello Stato, Rapporto n°16- Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio sanitario, pp. 54.

 

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