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Papa Francesco e “La cura della casa comune”

Massimo Livi Bacci
Rnciclica di Papa Francesco

L’Enciclica Laudato si’, resa pubblica lo scorso 18 Giugno¹, è stata ampiamente commentata sui media, accolta con vivo interesse per il tema che affronta, con rispetto per l’autorità di chi l’ha dettata, con attenzione per i principi che invoca. Ma anche con un soffuso seppur non manifesto scetticismo per la radicalità del suo contenuto, che già si annuncia nell’introduzione, dove è scritto che gli “assi portanti” dell’Enciclica sono: “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo para­digma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di inten­dere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave re­sponsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita” [16]. Nell’Enciclica si toccano i temi concreti del riscaldamento globale e degli OGM, dei modelli di consumo e della biodiversità, dell’ecologia e della vita quotidiana, della tecnologia e della finanza. E proprio alla finanza, e alla politica da essa subordinata, viene rivolta un’invettiva sferzante :“Il salvataggio ad ogni costo delle banche [nel 2007—08], facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura” [189]. L’Enciclica non ha toni messianici, non è astratta né arcana, è percorsa dall’idea che la natura non deve essere considerata qualcosa di “separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa, ne siamo compenetrati”[139]. Un principio forte, ai miei orecchi rivoluzionario.

Il deterioramento ambientale

Inquinamento, cambiamento climatico, perdita della biodiversità, deterioramento della qualità della vita, degrado sociale e disuguaglianze sono tra loro connesse strettamente. Mentre il “funzionamento degli ecosistemi naturali è esemplare” per l’equilibrio dei cicli biologici, “il sistema indu­striale, alla fine del ciclo di produzione e di con­sumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie. Non si è ancora riusciti ad adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consu­mo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare. Affrontare tale questione sarebbe un modo di contrastare la cultura del­lo scarto che finisce per danneggiare il pianeta intero”[22].

La tecnologia distorta

Scienza e tecnologia hanno sicuramente fatto compiere all’umanità passi avanti straordinari. Ma tutta l’Enciclica pone in guardia contro la tendenza al dominio del tecnologismo, distaccato dall’umano. “Il paradigma tecnocratico tende ad eser­citare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza pre­stare attenzione a eventuali conseguenze negati­ve per l’essere umano. La finanza soffoca l’eco­nomia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi am­bientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolve­ranno semplicemente con la crescita del merca­to… Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale”. Convivono infatti situazioni di “supersviluppo”, dissipatore e consumistico e situazioni di miseria disu­manizzante, “mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnolo­gica ed economica”[109].

La crescita risolve molti problemi…e ne crea molti altri

L’Enciclica si sofferma diffusamente sui limiti della crescita, e sul fatto, per esempio, che “la crescita degli ultimi due secoli non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale e un miglio­ramento della qualità della vita”[46]. La scienza e la tecnologia hanno fatto enormi passi avanti, “tuttavia non possiamo ignorare che l’e­nergia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressio­nante sull’insieme del genere umano e del mon­do intero. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo… In quali mani sta e in quali può giungere tanto potere? Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposi­zione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessa­to di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmen­te all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite”[104].

Si deve, quando è necessario, rallentare il passo

Se umanità e natura riescono di nuovo a “darsi la mano” in quella “compenetrazione” sviluppata nei millenni ma lacerata nell’ultimo secolo, ci potremo rendere conto come in “alcuni casi lo svilup­po sostenibile comporterà nuove modalità per crescere, in altri casi, di fronte alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti de­cenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi. Sappia­mo che è insostenibile il comportamento di co­loro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in con­formità alla propria dignità umana. Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti [193]”.

E la popolazione?

Il pianeta si è ristretto. Di mille volte. I dieci milioni di umani che lo popolavano 10000 anni fa, al tempo della nascita dell’agricoltura, avevano (teoricamente) a disposizione 13 chilometri quadrati di terra a testa, pari a un quarto dell’isola di Manhattan. Tra mezzo secolo saremo 10 miliardi, e la superficie per ciascun umano si sarà ridotta di mille volte, alle dimensioni di un campo di calcio². Possibile che tutto questo sia ininfluente sul deterioramento ambientale? Nell’Enciclica, purtroppo, non ce n’è quasi traccia. Si parla, è vero, dell’insostenibilità dell’attuale rapida crescita urbana, perché “non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura [44]”. Si parla delle migrazioni sospinte dal riscaldamento terrestre. Nell’Enciclica è scritto anche che “le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Po­tremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha supe­rato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni [161]” Ma possibile che su queste possibili catastrofi non abbia parte anche la troppo rapida crescita della popolazione? Il (quasi) certo raddoppiarsi della popolazione sub-sahariana entro il 2050? O il suo triplicarsi se la natalità non moderata dai programmi di “salute riproduttiva” (leggi controllo delle nascite) rimanesse invariata? Possibile che lo sviluppo demografico non sia co-responsabile del deprecato “prelievo incontrollato delle risorse ittiche che provoca diminuzioni drastiche di alcune specie”[40]? O dell’intrusione distruttiva delle foreste pluviali? O dell’addensamento demografico in aree fragili e vulnerabili?

Una insoddisfacente risposta

Sul tema della crescita demografica, un tema assai delicato per la Chiesa, Papa Francesco butta, per così dire, la palla in angolo, abdicando a quella lucida franchezza che contraddistingue il testo. “Invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso, alcuni si limitano a proporre una riduzione della natalità. Non man­cano pressioni internazionali sui Paesi in via di sviluppo che condizionano gli aiuti economici a determinate politiche di “salute riproduttiva”. Però, « se è vero che l’ineguale distribuzione della popolazione e delle risorse disponibili crea osta­coli allo sviluppo e ad un uso sostenibile dell’am­biente, va riconosciuto che la crescita demogra­fica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale »³. Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e se­lettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi. Si pretende così di legittimare l’attua­le modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzio­ne che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. Inoltre, sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo de­gli alimenti che si producono, e « il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero ». Ad ogni modo, è certo che bisogna prestare attenzione allo squilibrio nella distribu­zione della popolazione sul territorio, sia a livello nazionale sia a livello globale, perché l’aumento del consumo porterebbe a situazioni regionali complesse, per le combinazioni di problemi lega­ti all’inquinamento ambientale, ai trasporti, allo smaltimento dei rifiuti, alla perdita di risorse, alla qualità della vita” [50].

Eppure la Chiesa predica la “paternità, o genitorialità, responsabile”. In più di un documento auspica l’avvento di una popolazione in equilibrio.

Invocare il consumismo di molti, o lo spreco di cibo, o l’ineguale distribuzione della popolazione non risponde alla preoccupata domanda: quali effetti avrà, sull’ambiente, l’aggiunta di tre o più miliardi di individui entro la fine del secolo?

NOTE

¹Lettera Enciclica Laudato si’ del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, Tipografia Vaticana.

Il testo dell’Enciclica si suddivide in una premessa e in sei capitoli: I, Quello che sta accadendo alla nostra casa; II, Il Vangelo della creazione; III, La radice umana della crisi ecologica; IV, Un’ecologia integrale; V, Alcune linee di orientamento e di azione; VI, Educazione e spiritualità ecologica. L’intero testo è diviso in 246 paragrafi, le citazioni indicano il paragrafo di appartenenza tra parentesi quadra.

²I temi della relazione tra crescita e ambiente sono toccati in un testo in via di pubblicazione, dal cui incipit ho tratto queste righe. Massimo Livi Bacci, Il Pianeta stretto, Il Mulino, Bologna, 2015.

³Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 483.

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