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Osservazioni su una politica dell’immigrazioni inclusiva

Barack Obama
La questione migratoria è da sempre, negli Stati Uniti, argomento di aperto dibattito. All’inizio del secolo scorso, quando si pose il problema di limitare l’immigrazione europea, particolarmente quella meridionale e orientale; alla fine del New Deal, quando la mobilitazione bellica rese necessaria l’immigrazione di braccianti messicani; negli anni ’80, quando venne decretata l’unica grande sanatoria che regolarizzò la posizione di 3 milioni di immigrati. E nel decennio che ora si chiude, caratterizzato dai frustrati tentativi di risolvere la situazione di milioni di irregolari – prevalentemente latino-americani – fortemente radicati nel paese, ma con incerti diritti e a rischio di deportazione. A un anno e mezzo dal suo insediamento, varata la riforma sanitaria, Obama sembra deciso ad affrontare l’irrisolto problema. Il discorso del 1 luglio scorso all’American University di Washington è forse un primo decisivo passo. Ne presentiamo i passaggi più importanti.
Obama all’American University di Washington
Dopo i convenevoli e i saluti, Obama ricorda che la sua amministrazione ha già affrontato le riforme del sistema educativo e di quello sanitario, sta mettendo sotto controllo Wall Street e i mercati finanziari per imbrigliare la speculazione e sta accelerando la transizione verso l’efficienza energetica e l’uso di fonti pulite e rinnovabili.
A dispetto delle forze dello status quo, a dispetto della polarizzazione e della frequente inconcludenza della nostra politica, ci stiamo confrontando con le grandi sfide dei nostri tempi. E la riforma dell’immigrazione non fa eccezione. In giorni recenti la questione migratoria è diventata, una volta di più, fonte di rinnovata contesa nel nostro paese, con l’approvazione di una legge controversa in Arizona e con le roventi reazioni che abbiamo visto per tutta l’America. Alcuni si sono riconosciuti in questa nuova politica. Altri hanno protestato e lanciato il boicottaggio. Ovunque è stata espressa frustrazione per un sistema che sembra aver cessato di funzionare.
 
Dopo aver ricordato il contributo di grandi personalità immigrate come Einstein e Carnegie e quello di milioni di umili persone, così continua il discorso:
 Così, questo flusso continuo di persone di talento e di grandi lavoratori ha fatto dell’America il motore dell’economia globale e un faro di speranza nel mondo. E ha reso possibile, a noi, di adattarci e prosperare a fronte dei mutamenti tecnologici e sociali. Oggi l’America miete benefici incredibili perché continua ad essere una calamita per le persone migliori e più brillanti di tutto il mondo. Molti vengono nel nostro paese nella speranza di diventare parte di una cultura imprenditoriale e innovativa, e così facendo rafforzano e arricchiscono questa stessa cultura. L’immigrazione significa anche una forza di lavoro più giovane di quella di molti dei nostri concorrenti, e un’economia che cresce più rapidamente. In un mondo sempre più interconnesso, la diversità del nostro paese è un potente vantaggio nella competizione globale.
Non bisogna dimenticare che il processo migratorio e quello della sua successiva inclusione è stato spesso doloroso. Ogni nuova ondata di immigrazione ha generato paura e risentimento verso i nuovi arrivati, particolarmente in tempi di cambiamenti economici profondi. La nostra origine è radicata nella nozione che l’America era un luogo di rifugio e libertà per “l’umanità oppressa” come disse Jefferson. Ma l’inchiostro della nostra Costituzione si era appena asciugato quando il Congresso varò, con dure opposizioni, lo “Alien and Sedition Act” che introdusse dure restrizioni per coloro che erano sospettati di mantenere vincoli di lealtà con potenze straniere. Un secolo fa, gli immigrati dall’Irlanda, dall’Italia, dalla Polonia e da altri paesi europei erano le vittime di discriminazioni e di stereotipi negativi. Gli immigrati cinesi erano detenuti nella Angel Island, nella baia di San Francisco e da qui deportati. Non riuscivano nemmeno ad entrare nel paese. E in verità la politica di chi è ammesso in questo paese, e a quali condizioni, e di chi non lo è, è sempre stata controversa. Ed è resa più difficile dal fallimento di noi a Washington di riparare un sistema migratorio che si è rotto.
Il coraggio di cambiare rotta
I confini sono porosi, particolarmente quello col Messico e, in genere, c’è un inefficiente controllo su chi entra e chi esce dal paese, e un alto numero di persone rimane allo scadere dei visti. Il risultato è che ci sono 11 milioni di irregolari; spesso sottopagati, con diritti violati da datori di lavoro poco scrupolosi, a danno di quelli onesti. Se subiscono un delitto non lo denunciano per timore di venire allo scoperto, rendendo difficile il mantenimento di ordine e sicurezza.
Ma ancora più grave è il fatto che la presenza di così tanti immigrati irregolari si traduce in una presa in giro per tutti coloro che affrontano le procedure per entrare legalmente negli Stati Uniti. In verità, dopo anni di rammendi e di revisioni mal concepite, il sistema per entrare legalmente nel paese è logoro come le nostre frontiere. Il peso degli arretrati e della burocrazia fanno si che le procedure possono protrarsi per anni. Mentre il richiedente aspetta che la sua domanda venga approvata, gli viene interdetto l’ingresso nel paese, il che significa che anche marito e moglie debbano vivere separati per anni. Gli alti costi delle procedure e il bisogno di farsi assistere da un avvocato significa che molti candidati di valore rinuncino. Mentre diamo visti agli studenti di tutto il mondo per ottenere lauree in ingegneria o in informatica, li scoraggiamo dall’impiegare le loro capacità per iniziare un’attività o rafforzare un’impresa industriale qui negli Stati Uniti. E così invece di formare imprenditori per creare lavoro dentro i nostri confini, formiamo i nostri concorrenti.
 
Il discorso di Obama fa riferimento ai tentativi falliti di Edward Kennedy e di John McCain di far passare una riforma della legislazione in Senato; al fatto che, in questo vuoto, altri Stati siano tentati di prendere la questione nelle loro mani, come ha fatto l’Arizona, con una dura legge repressiva che lede anche i diritti dei cittadini autoctoni, scava un solco tra immigrati e residenti legali, compromette ordine e sicurezza; al rischio che regole diverse si creino nelle varie parti del paese. Tuttavia la soluzione non può essere quella di una sanatoria generalizzata – come molti sostengono – che potrebbe spingere molti a pensare che si possa arrivare illegalmente nel paese senza conseguenze, e che è ingiusta verso coloro che intraprendono un percorso legale. Gli 11 milioni di irregolari che hanno infranto la legge debbono essere considerati responsabili del loro atto.
Gli Americani sono in maggioranza contrari a una sanatoria generale, ma anche all’idea di radunare e deportare 11 milioni di persone. Sanno che sarebbe logisticamente impossibile e straordinariamente costoso. Inoltre lacererebbe il tessuto della nostra nazione perché gli irregolari che sono qui sono inestricabilmente avvolti in quel tessuto. Molti hanno figli che sono cittadini americani. Alcuni sono figli essi stessi, condotti qui dai genitori nell’infanzia, cresciuti come ragazzi americani, solo per scoprire il loro status illegale quando si iscrivono al College o cercano lavoro. La manodopera illegale ha fornito braccia ai nostri agricoltori per generazioni. Perciò, anche se questo fosse possibile, un programma di deportazione di massa sconvolgerebbe la nostra economia e le nostre comunità in un modo che la maggior parte degli americani giudicherebbe intollerabile.
 
Il confine col Messico è ora meno poroso e più sorvegliato che in passato; le guardie di frontiera sono raddoppiate; il flusso delle merci viene controllato e i traffici illegali sono in flessione; il numero di coloro che tentano di passare il confine illegalmente è molto diminuito. Ma i confini sono troppo estesi e non possono essere controllati solo con fili spinati e barriere. Occorrono altre azioni.
I datori di lavoro debbono essere ritenuti responsabili se infrangono la legge deliberatamente, assumendo e sfruttando lavoratori irregolari. Abbiamo iniziato a rafforzare i controlli contro i peggiori sfruttatori. E stiamo realizzando e migliorando un sistema per dare ai datori di lavoro un metodo affidabile per verificare che i loro dipendenti vivano qui legalmente. Ma si deve fare di più. Non si può voltare lo sguardo dall’altra parte mentre una parte considerevole della nostra economia funziona fuori della legge. Questo genera abuso e pessime pratiche. E’ punitivo per i datori di lavoro che agiscono responsabilmente, e svantaggia i lavoratori americani. Infine, se la domanda per lavoratori irregolari diminuisce, diminuirà anche l’incentivo alla migrazione irregolare.
     Infine dobbiamo chiedere un atto di responsabilità a coloro che vivono qui illegalmente. Debbono ammettere che hanno infranto la legge. A loro dobbiamo chiedere di registrarsi, di pagare le tasse, di pagare un’ammenda, di imparare l’inglese. Debbono regolare i loro conti con la legge prima di potersi mettere in fila e guadagnarsi la loro cittadinanza – non solo perché questo è giusto, non solo perché così facendo viene reso chiaro a coloro che vogliono immigrare in America che debbono farlo secondo la legge – ma anche perché così facendo si dimostra cosa significhi essere americano. Essere cittadino di questo paese significa avere diritti ma anche assumere responsabilità fondamentali. Possiamo creare una via alla legalità, giusta, in armonia con i nostri valori, e funzionante.
 
La politica per controllare l’irregolarità deve andare a braccetto con una profonda riforma del sistema di ammissione legale oggi malfunzionante e inefficiente, con un forte arretrato, e assai costosa.
Ma anche in questo campo occorre fare di più. Dovremmo rendere più agevole, per i migliori e i più talentuosi, arrivare da noi per creare un’impresa, sviluppare prodotti e creare posti di lavoro. Le nostre leggi debbono rispettare le famiglie che si conformano alle regole, invece di dividerle. Dobbiamo fornire all’agricoltura una via legale per assumere i lavoratori dei quali hanno necessità ed a quegli stessi lavoratori uno status legale. E dobbiamo smettere di punire giovani innocenti per le azioni dei loro genitori, negando loro la possibilità di rimanere qui, di istruirsi e di contribuire col loro talento alla costruzione del paese nel quale sono cresciuti”.
 
Delineati questi punti, ricordati i fallimenti dei tentativi di riforma del sistema, constatata l’esistenza di una volontà in campo Democratico di procedere a una nuova riforma e dell’esistenza di significative convergenze di gruppi di opinione, di organizzazioni imprenditoriali, sindacali, religiose e civili, Obama sottolinea il fatto che senza un impegno bipartisan, che quindi coinvolga anche i Repubblicani, una riforma è “politicamente e matematicamente” irrealizzabile.
Si, questo è un tema carico di emotività e che si presta alla demagogia. Da sempre questo tema viene utilizzato per dividere ed infiammare e per demonizzare le persone. E così il naturale e comprensibile impulso di coloro che sono candidati ad una elezione è di voltare il capo, e rimandare la soluzione ad un altro giorno, un altro anno, un’altra amministrazione. E nonostante la leadership coraggiosa mostrata in passato da molti Democratici ed alcuni Repubblicani – e tra questi il mio predecessore, il Presidente Bush – questo è stato l’andazzo. Ecco perché un sistema malato e pericoloso, che offende i fondamentali valori americani, è ancora presente.
Ma io credo che possiamo mettere i politicanti da parte e darci finalmente un sistema migratorio responsabile. Io credo che possiamo fare appello non alle paure della gente, ma alle loro speranze, ai loro più alti ideali, perché così siamo fatti noi americani. E’ iscritto nel sigillo della nostra nazione fin dalla dichiarazione dell’indipendenza “E pluribus unum”. Da molti, uno. Questo è ciò che ha attratto i perseguitati e i poveri ai nostri lidi. Questo è ciò che ha spinto, da tutto il mondo, coloro che sono desiderosi di innovare e di rischiare a giocare le loro carte nella land of opportunity. Questo è ciò che a spinto tanti a superare indicibili difficoltà per arrivare nel paese chiamato America”.

 

La parte finale del discorso, nella tradizione della migliore retorica americana, termina citando il famoso sonetto di Emma Lazarus, alla Statua della Libertà che così rivolge all’antica terra d’Europa la sua celebre invocazione “dammi le tue povere, le tue stanche, le tue fitte schiere, affamate di libertà”. Il sonetto è inciso nel piedistallo della statua.
Per saperne di più:
Per il discorso integrale, si veda:

Remarks by the President on Comprehensive Immigration Reform, American University School of International Service, Washington, D.C, 1 luglio 2010,

Massimo Livi Bacci, Stati Uniti: la dolorosa riforma dell’immigrazione, Neodemos, 11/07/2010
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