MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Obama e la demografia del voto

Steve S Morgan

Il 6 novembre scorso, Barack Obama è stato rieletto Presidente degli Stati Uniti. Nel voto popolare, il perdente Mitt Romney ha raccolto appena 3 milioni di consensi meno di Obama  (il 2,4% dei 123 milioni di voti), ma nella conta dei voti…che “contano”, cioè quelli elettorali espressi da ciascuno Stato, il distacco è stato amplissimo (332 per Obama e 206 per Romney). Il divario tra il voto popolare e quello elettorale è la conseguenza, come è noto, del sistema maggioritario, per il quale chi ottiene più consensi ottiene tutti i voti elettorali dello stato (ogni stato ne ha un numero proporzionale alla sua popolazione). Le campagne presidenziali si giuocano sulla conquista delle simpatie degli elettori stato per stato e quindi anche sulla conoscenza del loro profilo demografico, etnico e sociale. Questo, negli Stati Uniti, muta con grande rapidità in ragione della forte mobilità sociale e migratoria del paese. Più che la immigrazione dall’estero è la migrazione interna che cambia la geografia del voto: New York e Florida, nel 2008, avevano rispettivamente 31 e 27 voti elettorali, ma nel 2012 ne esprimono lo stesso numero, 29. Il Texas ha guadagnato 4 voti, da 34 a 38, mentre l’Ohio ne ha perduti 2, da 20 a 18. Più in generale la geografia elettorale si è modificata a favore degli stati del sud e dell’ovest del Paese, a scapito di quelli del nord e dell’est. Ancora più incidenti sono i mutamenti nella composizione etnica, demografica e sociale, perché gli uomini differiscono fortemente dalle donne per quanto riguarda le intenzioni di voto, e i vecchi dai giovani, i neri dai bianchi e i bianchi dagli ispanici.

Il colore conta tre volte!

Il colore della pelle, ed il background etnico1 contano tre volte nella geografia politica. In primo luogo perché l’espressione del voto varia fortemente (molto più alta tra i bianchi che tra i neri). In secondo luogo perché la numerosità dei gruppi etnici cambia con un ritmo che è esplosivo tra gli ispanici e gli asiatici  e assai moderato tra i bianchi. In terzo luogo perché, come adesso si vedrà, i vari gruppi votano in modo assai divergente.
I mutamenti nella composizione etnica sono davvero straordinari2: nel 1950, i bianchi costituivano l’85% della popolazione, sono scesi al 63% nel 2011 e scenderanno al 47% nel 2050, secondo le previsioni del Census Bureau. La popolazione ispanica2 pesava appena per il 3% nel 1950, contro il 17% nel 2011 e il 29% previsto nel 2050; molto dinamica anche la componente asiatica alla quale, alle tre date, viene assegnato un peso pari a 1; 5; e 9%. Più stabile la componente nera che guadagna due punti tra il 1950 (11%) e il 2050 (13%). Ha fatto scalpore un comunicato recente del Census Bureau con l’annuncio che nel 2011, per la prima volta dall’indipendenza, i nati da genitori bianchi sono stati meno del 50% del totale. Il gradiente etnico si combina con quello delle età (più questa cresce, più è alta la proporzione dei bianchi), influenzando il voto.
La più giovane età delle minoranze, la minore incidenza della registrazione tra i votanti, e la più alta incidenza di ceti molto poveri, fa sì che la rappresentanza di questi gruppi tra i votanti sia assai minore della loro incidenza sulla popolazione. Come si è detto, gli ispanici, che sono il 17% dell’intera popolazione, hanno costituito appena il 10% dei votanti.

Le minoranze per Obama


L’appartenenza etnica ha influenzato profondamente il voto, come può desumersi dalla Figura 1. La quasi totalità dei neri (93%) ha votato per Obama, che ha raccolto anche una robusta maggioranza di consensi tra gli asiatici (73%), tra gli ispanici (71%) e tra le “altre” minoranze (indiani americani in maggioranza). Tra i bianchi, invece, una forte maggioranza ha votato per Romney (59%). E’ interessante notare come la polarizzazione del voto sia aumentata; nel 1976, il voto ispanico fu assai meno diviso tra i due candidati, e Carter ottenne il 57%; nel 2008 Obama ottenne il 67%, contro il 71% nel 2012.  Così è per il voto dei bianchi: a McCain, nel 2008, andò il 55% dei consensi, contro il 59% raccolto da Romney quattro anni più tardi.
Giovani, donne e single per Obama; anziani, uomini  coniugati per Romney


La demografia del voto ricalca le aspettative, ma approfondisce i divari tra gruppi significativi della popolazione rispetto alle consultazioni del passato. C’è un gradiente correlato all’età molto forte: Obama ha raccolto una considerevole maggioranza tra i più giovani (60% dei consensi tra i minori di 30 anni), che si attenua tra gli adulti di 30-45 anni (52%); Romney raccoglie la maggioranza nelle classi di età successive. Obama ha attratto il voto dei single (56% tra gli uomini e 67% tra le donne) e delle donne di ogni stato civile (55%), nonché della stragrande maggioranza della comunità gay-lesbian; Romney ha prevalso tra gli uomini (52% del totale), e in particolare tra i coniugati (60%). Gli analisti hanno concluso che il sostegno femminile ha permesso ad Obama di conquistare tre dei maggiori “stati in bilico” (Ohio, Virginia e Florida), decisivi per la sua vittoria.
Il grado di istruzione ha avuto scarsa rilevanza, mentre Obama ha avuto una forte prevalenza tra coloro che ritenevano assai importante la politica sanitaria, e Romney tra i ceti preoccupati dal deficit e dall’instabilità finanziaria.

La conquista del voto


La campagna elettorale americana ha investito straordinarie risorse nell’analisi minuta delle preferenze di voto secondo le caratteristiche reddituali, sociali, etniche, residenziali, demografiche degli elettori. Con il sostegno di una grande ricchezza di dati, di software sofisticati, di modelli di analisi statistica molto avanzati. Certo, come detto all’inizio, gli Stati Uniti sono un paese assai più dinamico, mobile e cangiante di quanto non sia l’Italia. Inoltre le scelte sono assai meno complesse che non da noi perché nella massima elezione (quella del Presidente) si sceglie (in pratica) tra due candidati. Ma c’è da scommettere che anche la politica italiana finirà con l’investire, in futuro, più in analisi che in comizi elettorali – sempre  più costosi, sempre più numerosi…e sempre più vuoti.

Note
1 –  La razza, spiega il Census Bureau, non ha nulla a che fare col colore, la biologia o l’antropologia, ma è un carattere “scelto” e “autoascritto” da parte dei singoli censiti. Gli Hispanics, o Latinos, sono persone con background latino americano e possono essere di qualsiasi colore.
2 – Massimo Livi Bacci, Il Censimento degli Stati Uniti del 2010: l’avanzata delle “minoranze” , Neodemos, 22/06/2011
3 – Sulla popolazione ispanica ed il suo comportamento di voto, si veda Paul Taylor, Ana Gonzalez-Barrera, Jeffrey Passel and Mark Hugo Lopez, An Awakened Giant: The Hispanic Electorate is Likely to Double by 2030, Pew Center, Washington, 2012;  Mark Hugo Lopez and Paul Taylor,  Latino Voters in the 2012 Election.

Fonte immagine The Telegraph

 

image_pdfimage_print