MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Nuzialità e matrimoni omosessuali

Vittorio Filippi

Sullo sfondo: il calo della nuzialità
E’ noto come la nuzialità sia da tempo un fenomeno demografico in notevole ridimensionamento. Va ricordato che soprattutto nei primi anni sessanta ci fu un picco di matrimoni che connotò il cosiddetto marriage boom e di cui furono protagoniste le coorti nate dalla fine degli anni trenta alla metà degli anni cinquanta. In quel periodo scese l’età modale alle nozze e si ridussero al minimo le percentuali definitive di celibi e nubili. Culturalmente il matrimonio appariva come la “naturale” ed incontestata modalità d’ingresso all’adultità ed alla genitorialità (di cui va ricordato, nello stesso periodo, lo storico picco delle nascite).

Poi le cose cambiarono: a partire dai primi anni settanta il matrimonio viene sempre più procrastinato ed il tasso di nuzialità scende velocemente. Se nel 1963 aveva toccato l’8,2 per mille (più o meno come alla metà dell’Ottocento) nel 1980 era già al 5,7 per arrivare al 3,1 attuale (stima Istat al 2014). In particolare l’Istat osserva che non solo dal 2008 il calo annuo medio dei matrimoni è del 5 per cento (mentre nel precedente periodo 1991-2008 era dell’1,2), ma che si riducono tutte le tipologie di coniugio: scendono infatti i primi matrimoni, i matrimoni misti, quelli tra stranieri, i matrimoni successivi al primo, quelli civili e quelli religiosi¹. Difficile anche pensare – a causa di profondi e sedimentati motivi demografici e culturali – che il matrimonio possa conoscere nel prossimo futuro un nuovo, inaspettato appeal.

Ci si può ora chiedere se una eventuale introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso (detto matrimonio egualitario) potrebbe correggere (e di quanto) la discesa della nuzialità italiana. Com’è noto, in Italia il matrimonio egualitario non è legislativamente all’ordine del giorno, pur trovando ormai un buon consenso sociale (secondo il sondaggio di Demos & Pi del giugno 2015 il 53 per cento della popolazione vi è favorevole) e rimanendo l’Italia uno dei nove paesi dell’Unione senza alcuna tutela per le coppie dello stesso sesso. Ma è attualmente in faticosa discussione in Parlamento un disegno di legge (relatrice senatrice Cirinnà del PD) sulle unioni civili che coinvolge anche le coppie omosessuali.

Le dimensioni statistiche dei matrimoni omosessuali
Tuttavia si può – a guisa di simulazione per proxy – ipotizzare la dimensione statistico degli eventuali matrimoni egualitari nel nostro paese osservandone le dinamiche in alcuni paesi europei (come Francia, Spagna, Portogallo) che da qualche tempo l’hanno introdotto e che presentano anche delle affinità culturali con l’Italia. In Francia il mariage pour tous (introdotto non senza contrasti nell’aprile 2013) ha prodotto 7.367 matrimoni nel 2013 e 10 mila nel 2014: cioè il 3 per cento ed il 4,1 rispettivamente sul totale dei matrimoni. E’ interessante vedere anche l’andamento dei Pacs (unioni civili introdotte già nel 1999): che nel tempo sono in crescita per le coppie etero ed in calo per quelle dello stesso sesso, queste ultime pari oggi al 3,6 per cento dell’insieme dei Pacs stipulati (fonte Insee). La Spagna ha legalizzato i matrimoni del mismo sexo nel giugno del 2005 e questi – nel 2014 – sono stati 3.300, pari al 2,1 per cento del totale dei matrimoni (fonte Ine). Secondo El Pais, negli ultimi dieci anni i matrimoni dello stesso sesso in Spagna sono stati solo l’1,7 per cento di tutti i matrimoni del decennio, con la punta massima raggiunta (comprensibilmente) nel 2006. Infine il Portogallo, che ha avviato il matrimonio egualitario nel 2010: l’anno dopo la sua percentuale sul totale dei coniugi fu dello 0,9 per cento per poi stabilizzarsi sull’1,1 attuale (fonte Ine).

Tuttavia la estrema modestia del numero di questi matrimoni si trova anche in altri paesi europei. E’ emblematica la realtà dell’Olanda, paese notoriamente libertario e secolarizzato, non a caso il primo al mondo – nel 2001 – ad aprire al matrimonio a persone dello stesso sesso. E tuttavia uno studio dell’Institute for Marriage and Public Policy, facendo il bilancio dei primi dieci anni di vita della legge olandese, conclude dicendo che “After ten years of same-sex marriage, approximately 9 out of 10 gay and lesbian people in the Netherlands have still not chosen to enter a legal marriage” ². E questo “lack of nuptial enthusiasm among gay couples” è anche la realtà attuale dato che oggi i matrimoni same sex in Olanda si fermano all’1,9 per cento del totale (fonte SN): una percentuale addirittura più bassa di quella spagnola.

Numeri piccoli, ma…
Diventa allora difficile pensare con questi numeri che una eventuale introduzione del matrimonio egualitario in Italia (al di là di un serio discorso di diritti di libertà in campo affettivo) possa frenare significativamente o tantomeno invertire quell’”inverno demografico” che da tempo segna soprattutto la nuzialità del nostro paese contraendola del 5 per cento medio annuo. I motivi sono diversi: culturalmente, risulta scarsa la pressione sociale al matrimonio esercitata da parenti ed amici sulle coppie omosessuali; inoltre tra queste ultime è presumibilmente ridotta l’idea di sposarsi per avere bambini (famiglie omogenitoriali); ed infine è maggiore l’individualismo e di conseguenza minore il senso del “fare famiglia” nelle coppie omosessuali. E poi, alla fin fine, è facile ipotizzare che le stesse ragioni di fondo che alimentano vigorosamente la denuzialità degli eterosessuali (disegnando così una società del démariage, come la chiama Irène Théry) non risparmino nemmeno la psicologia collettiva e le scelte affettive della popolazione omosessuale.

Piuttosto è stato osservato che l’avvio del matrimonio egualitario può contribuire a diffondere un clima sociale meno omofobico e sessista e più tollerante ed inclusivo, come è stato notato in Francia dopo soli due anni di mariage pour tous e come auspica anche la Corte suprema americana, che ha riconosciuto nel giugno 2015 alle coppie same sex il diritto di sposarsi in tutti gli Stati dell’Unione, forte anche di una opinione pubblica ormai favorevole per il 60 per cento (era pari al 27 nel 1996, secondo la Gallup). Perdendo così rapidamente quei toni accesi di sapore puramente ideologico, mediatico e moralistico che troppo spesso ovunque lo accompagnano nel suo percorso³. Toni politicamente strumentali ma che – come si è visto – non appaiono poi giustificati dalla estrema modestia dei numeri relativi alla reale nuzialità attivata dal cosiddetto “matrimonio per tutti”.

Note
¹Istat, Il matrimonio in Italia. Anno 2013, 12 novembre 2014;C. Duncan, The Tenth Anniversary of Ducht Same-Sex Marriage: How Is Marriage Doing Down in the Netherlands?, iMAPP ²Research Brief, Vol. 4, No. 3, May 2011;
³Boies, T. B. Olson, Redeeming the Dream: The Case for Marriage Equality, Viking 2014.

 

image_pdfimage_print