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”No babies?” Il New York Times parla di noi italiani

Letizia Mencarini

All’inizio dell’estate, nella versione Magazine domenicale del New York Times, è uscito un lunghissimo articolo – ripreso in versione breve anche dall’Herald Tribune e tradotto su Internazionale di questa settimana – sulla bassa fecondità e sul declino della popolazione in Italia e in Europa.

Il giornalista, Russell Shorto, intervistando moltissime persone – studiosi, politici, ma anche proprietari di asili nido o semplici madri – ricostruisce un affresco composito e articolato della situazione demografica italiana ed europea e delle sue cause e conseguenze. In realtà, a ben vedere, l’articolo non dice nulla di nuovo, eppure l’interesse suscitato è stato grande, numerose le lettere – anche autorevoli – alla redazione e molti i commenti e i dibattiti in vari blog della rete.

Di seguito quelli che, a mio parere, sono i principali punti trattati e discussi.


Un futuro nero, ma non da soli

L’articolo inizia con un’intervista al sindaco di Laviano, piccolo paese campano che, di fronte alla carenza di bambini negli ultimi cinque anni, ha offerto 10.000 euro ad ogni famiglia che fa un figlio e lo cresce nel territorio comunale. Nonostante qualche figlio in più stimolato dal generoso ed inusuale baby bonus, il comune ha però continuato a perdere popolazione.

Laviano, come il resto d’Italia, come altre aree d’Europa, sperimentando da tempo quella che è stata definita bassissima fecondità (“lowest low”: sotto 1,3 figli per donna) stanno entrando in un “territorio inesplorato della storia demografica”. La “tempesta demografica” porterà alla perdita d’importanza dell’Europa nel panorama mondiale, ad “una guerra di talenti” in società dominate dagli anziani, dove ondate di immigrati “privi di alcun interesse per la cultura antica classica o le rovine archeologiche o le città d’arte”, rimpiazzeranno gli “autoctoni in via di estinzione”.

L’ingrigimento della società avverrà non solo in Italia, ma in tutta l’Europa del Sud, in quella dell’Est, e anche nei paesi più sviluppati dell’est asiatico, quali Giappone e Sud Corea, che stanno sperimentando livelli di fecondità ormai persino più bassi dei nostri.


Chi fa più figli di noi? Le società generose o flessibili

Dove sono finiti i bambini italiani ed europei? Dai dati di alcune inchieste condotte in vari paesi europei (Eurobarometro: http://www.gesis.org/en/data_service/eurobarometer/) emerge che le donne italiane in particolare, ma anche le altre del sud-est Europa, hanno significativamente meno figli di quelli che vorrebbero.

Perché? Perché escono dalla famiglia, entrano nel mercato del lavoro e in coppia stabile troppo tardi (“stare a casa con i genitori è un contraccettivo molto potente”); perchè fanno fatica, in mancanza di servizi di cura per i bambini più piccoli, a conciliare lavoro e famiglia; perchè gli uomini, prima partner e poi padri, partecipano poco ai compiti domestici e di cura dei figli; perchè fare figli nel sud Europa vuol dire affrontare in famiglia gran parte dei costi diretti e indiretti di avere un figlio, senza rilevanti aiuti economici pubblici, e, quindi, diventare più poveri.

Le prove? Basta alzare o girare lo sguardo, verso gli stati europei del centro-nord Europa o al nord America. In Francia, Paesi Bassi e in tutti i paesi scandinavi le donne lavorano molto più che nel sud Europa; i sistemi di welfare sono molto generosi sia nell’offrire servizi di cura che aiuti economici; il sistema di genere è più bilanciato, con gli uomini che lavorano meno per il mercato e più per la famiglia, incentivati anche da politiche ad hoc (quali una parte del congedo paterno obbligatorio).

Ma allora perchè anche negli Stati Uniti, dove non c’è nulla di tutto ciò, la fecondità è comunque più alta? Qui la risposta sembra trovarsi nel più basso costo dei figli dovuto alla flessibilità del mercato del lavoro americano, così flessibile da permettere alle madri di lavorare di meno o di entrare e uscire dal mercato quando vogliono.

In Italia, e negli altri paesi del sud Europa, la società non è né generosa né flessibile, ma anzi sembra retrograda, lontana dal comprendere che migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle donne favorirebbe la fecondità (“feminism is the new natalism”), dato che, come scrive Shorto, “la modernizzazione verso uno stile di vita del ventunesimo secolo è fatalmente incompatibile da una visione della struttura familiare che è radicata nel diciannovesimo secolo”.

 

Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

Ma c’è un’alternativa agli sforzi per mantenere il più possibile inalterata la struttura demografica e, con quella, lo stile di vita delle nostre società? Cambiare, evidenziando e prevedendo le conseguenze positive di una popolazione inevitabilmente in calo.

Vi sarebbero, infatti, nuove opportunità con una popolazione meno numerosa, come la possibilità di migliorare l’efficienza e la vivibilità dei centri urbani, di cambiare gli stili di vita, con un impatto meno negativo ed ecologicamente sostenibile sull’ambiente. Insomma, una popolazione in calo può essere considerata un modo per “rivitalizzare l’economia, invece di provare a convincere le donne ad avere più figli”.

Il futuro delle declinanti (numericamente) e grigie società europee “in media sarà migliore del passato. La crescita economica, anche se più lenta, consentirà di migliorare gli standard di vita. Le persone vivranno vite più lunghe e in buona salute”.

 

Eppure, conclude il giornalista, anche se tutte le società riuscissero creativamente ad adattare la vita urbana ad una popolazione in declino; se gli anziani lavorassero più a lungo; se, nonostante tutto, i sistemi pensionistici e sanitari riuscissero a non andare in bancarotta e ancora a funzionare (quanti “se”!) una società con la piramide delle età che appare rovesciata, perché i giovani sono la metà degli anziani, sembra poco sostenibile (“non si può stare in un paese dove tutti vivono in ospizio!”) e anche poco attraente.

 

E voi che ne pensate?

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