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Mutamenti strutturali delle migrazioni interne

Romano Piras

In un intervento pubblicato qualche mese fa su www.neodemos.it (Ma c’è davvero una ripresa delle migrazioni sud-nord?), Massimo Livi Bacci si chiedeva dove fosse finita la questione meridionale e, tra le altre cose, quale ruolo stiano giocando oggi i flussi migratori interni. L’intervento si concludeva con l’invito ad approfondire, in particolare, la questione della mobilità riferita agli individui giovani e maggiormente scolarizzati. In questa sede si intende fornire una risposta a questo interrogativo, presentando una breve sintesi di un saggio (Piras e Melis, 2007) che prende in esame l’evoluzione strutturale delle migrazioni interne dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord al quale si rimanda per ulteriori approfondimenti. Nello studio vengono sintetizzati i dati Istat (anni vari) Movimento migratorio della popolazione residente. Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche, relativamente al periodo compreso tra il 1971 ed il 2002.
Flussi migratori interni e livello di scolarizzazione dei nuovi migranti.
Le figure 1 e 2 riportano i saldi migratori tra le due macroaree, per titolo di studio posseduto dai migranti. Come si vede, il bilancio migratorio è in netta perdita per l’area meridionale del Paese. A parte l’eccezione del 1996, determinata da un consistente flusso in uscita dall’area centro-settentrionale del Paese di individui in possesso di licenza media inferiore diretti a Sud,[1] i saldi migratori riferiti alla popolazione totale, dopo aver raggiunto livelli minimi nel biennio 1983-1984, tendono ad aumentare nel corso del tempo e denotano perdite sempre più pesanti ai danni del meridione. In particolare, i recenti flussi migratori interessano proprio le fasce più scolarizzate.

Ed è proprio con riferimento a queste categorie di individui, vale a dire dei diplomati e dei laureati, che il fenomeno desta le maggiori preoccupazioni. Dall’osservazione dei dati, infatti, si evince come la perdita netta di diplomati sofferta dal Mezzogiorno sia più che raddoppiata nel tempo, passando dai circa -8 mila del 1971 agli oltre -18 mila del 2002. Ovviamente l’andamento del saldo migratorio riferito a questa categoria non è stato costante nel tempo: dopo una fase stazionaria e di quasi equilibrio tra la seconda metà degli anni ottanta e i primi del novanta, gli ultimi dieci anni sono segnati da un incremento notevole del saldo dei diplomati che dal Sud si trasferiscono verso il Centro-Nord. Nell’intero arco di tempo considerato, abbandonano il Centro-Nord complessivamente 394 mila titolari di diploma a fronte di 745 mila diplomati che dal Sud si sono trasferiti al Centro-Nord. Si tratta di una differenza superiore alle 350.000 unità che costituisce, unitamente alla perdita complessiva di laureati, un dato negativo per il Mezzogiorno in termini di perdita di capitale umano.
Per quanto riguarda i soggetti in possesso del titolo di studio universitario, si osserva che il saldo migratorio, sempre sfavorevole al Mezzogiorno, passa dalle -2.500 unità del 1971 alle -6 mila (quasi) del 2002. Si tratta di una variazione apparentemente non eclatante, ma se si osservano i dati più nel dettaglio, emerge una tendenza alquanto allarmante. Infatti, i primi anni dell’arco di tempo complessivamente considerato sono caratterizzati da un andamento del saldo migratorio dei laureati crescente, che giunge a far registrare nel 1981 una perdita netta subita dalle regioni meridionali pari a 5 mila laureati. A partire da tale anno la differenza tra i flussi migratori delle due aree diminuisce progressivamente fino a posizionarsi su valori medi di emigrazione netta dal Sud intorno alle 1.500 unità annue nel periodo compreso tra il 1987 ed il 1995. A partire dal 1996, le divergenze nei livelli dei flussi in uscita tra le due macroregioni si fanno sempre più ampie, con un conseguente incremento del relativo saldo, confermando ancora una volta l’ipotesi della fuga dei cervelli dal meridione. Nel corso dei trentadue anni esaminati 208 mila laureati meridionali si sono trasferiti al Centro-Nord, mentre a compiere il percorso inverso sono stati in 111 mila; di conseguenza, per effetto dei flussi migratori, si può stimare una perdita di quasi 100.000 laureati a danno del Sud.

Qualche elemento di riflessione.
Questa perdita di capitale umano, che emerge anche dalle analisi effettuate sulla situazione occupazionale dei laureati a tre anni dal conseguimento del titolo di studio (Ciriaci, 2005) e dallo studio del contenuto complessivo di capitale umano dei flussi interregionali (Piras, 2007), evidenzia il fatto che il Mezzogiorno non è in grado di valorizzare pienamente le potenzialità che possono derivare da tale risorsa e che potrebbero rendere l’area più competitiva nel contesto di un’economia globale sempre più basata sulla conoscenza.
Appare opportuno domandarsi se e come sia possibile arginare questo fenomeno. Il problema è certamente molto complesso e riguarda anche aspetti sociali e culturali in senso lato, tuttavia per fornire uno spunto di riflessione e rimanere all’interno della sfera dell’analisi economica, si può citare la situazione attuale dell’Irlanda ricordando quale sia stato il suo passato. Per oltre due secoli l’Irlanda è stata un paese votato all’emigrazione e fino a non molti anni fa il suo prodotto medio pro capite era al di sotto della media europea e, grosso modo, allineato con quello del nostro Mezzogiorno. A partire dal 1991 l’Irlanda ha iniziato a sperimentare saldi migratori netti positivi, inizialmente grazie al rientro di irlandesi trasferitisi all’estero in precedenza e, successivamente, come conseguenza dell’ingresso nel paese di individui di altra nazionalità, spesso provenienti da paesi non anglofoni e con livelli di istruzione molto elevati (Minns, 2005). Più o meno nello stesso arco temporale, non solo è riuscita a colmare il divario che la separava dal resto dell’Europa, ma ha superato il prodotto medio pro capite della media dei paesi europei. E se la spinta principale le è stata data dall’afflusso massiccio di investimenti diretti esteri attratti da un sistema fiscale vantaggioso, si deve altresì ricordare che la crescita maggiore è stata registrata, in particolare, in settori ad alta intensità di capitale umano, quali l’elettronica, la farmaceutica e il settore finanziario.
La lezione che può essere appresa dall’esperienza irlandese è duplice. Da un lato mostra che nessuna situazione di emigrazione, per quanto persistente nel tempo, è irreversibile; dall’altro suggerisce di puntare alla realizzazione e messa in cantiere di interventi che mirino ad agevolare l’insediamento nel Mezzogiorno di imprese nei settori tecnologicamente più avanzati, che necessitano di individui con livelli elevati di capitale umano. In questo modo si potrebbe non solo evitare che migliaia di giovani meridionali con livelli di istruzione medio-alta lascino le loro aree di origine, ma si perseguirebbe anche l’obiettivo di evitare la concorrenza, nei settori maturi, dei paesi emergenti a livello internazionale.


[1] È verosimile, tuttavia, che questo crollo sia dovuto ad un errore nella rilevazione dei dati. Infatti, in corrispondenza del 1996 si assiste anche ad una impennata anomala dei trasferimenti dal Centro-Nord al Mezzogiorno di individui in possesso della licenza media. È possibile che questo incremento in realtà riguardi individui privi di titolo di studio che erroneamente sono stati classificati come titolari di licenza media.

Per saperne di più.
Ciriaci, D. (2005), “La fuga del capitale umano qualificato dal Mezzogiorno: un catching-up sempre più difficile”, Rivista Economica del Mezzogiorno, vol. XIX, pp. 369-403.
Minns C. (2005), “Immigration policy and the skills of Irish immigrants: evidence and implications”, IIIS Discussion Papers, No 68, Trinity College, Dublino.
Piras R. e Melis S. (2007), “Evoluzione e tendenze delle migrazioni interne”, Economia Italiana, n. 2, pp. 437-461.
Piras R. (2007) “Rendimento del capitale umano, qualità dell’istruzione e fuga dei cervelli dal Mezzogiorno”, Economia & Lavoro, vol. XLI, pp.119-138.
 

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