MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Migrazioni dall’Africa all’Europa nei prossimi 30 anni: fattori di spinta e di attrazione

Gustavo De Santis
emigrazione dall’Africa

Non solo la demografia, ma anche altri fattori spingono verso una maggior emigrazione dall’Africa all’Europa nel prossimo futuro: i bassi livelli iniziali, la vicinanza, le forti differenze di sviluppo, la più veloce circolazione delle informazioni, il miglioramento dei mezzi di trasporto.Mischiare le etnie fa paura, ma, come argomenta Gustavo De Santis, può avere i suoi aspetti positivi. E, soprattutto, è sempre avvenuto, anche in Europa e in tempi recentissimi, con la sola eccezione dell’Europa dell’est).

In un recente articolo su Neodemos ho tentato di prevedere l’ordine di grandezza dei possibili flussi migratori dall’Africa all’Europa nei prossimi 30 anni. Nel farlo, ho insistito soprattutto sulla prevista forte crescita demografica africana (con conseguente “pressione” dei giovani adulti sul mercato del lavoro) e sulla prevista debolezza della demografia europea, con invecchiamento e, forse soprattutto, forte declino della popolazione in età da lavoro.

Oltre la demografia

Ma la questione non è solo demografica: un ruolo importante giocano anche i diversi livelli di vita nelle aree di partenza e di destinazione. E quanto questi differiscano tra Europa e Africa lo si può capire anche solo guardando alla sopravvivenza (come ad esempio nella figura 2a del citato articolo), un indicatore, giustamente, molto considerato dagli stessi economisti (es. Sen, 1995) per valutare il reale benessere delle popolazioni, forse persino più del reddito, che, oltretutto, è più difficile da stimare.

Guardare al reddito, comunque, porta sostanzialmente alle stesse conclusioni: in termini reali, il reddito mediano in Africa è oggi circa 13 volte inferiore al reddito mediano europeo, il che significa anche che scegliendo opportunamente i termini di confronto (ad es. un paese africano povero rispetto a un paese europeo ricco) le distanze relative possono crescere quasi a piacere (o dispiacere, a seconda dei punti di vista). Il trend, poi, non è particolarmente favorevole: negli ultimi 30 anni le distanze relative sono rimaste quasi invariate.

La sola nota positiva, in tutto ciò, è che anche in Africa si è registrata una certa crescita del reddito reale pro capite, insieme a un aumento dell’istruzione. Questi tre indicatori (sopravvivenza, reddito e istruzione) sono conglobati nell’indice di sviluppo umano (ISU, o HDI secondo l’acronimo inglese), la cui evoluzione, infatti, conferma quel che si è detto sul trentennio appena trascorso: poco avvicinamento tra le due aree, ma miglioramenti in entrambe.

Dalla figura 1 si possono trarre, mi pare, due messaggi principali. Il primo è che le argomentazioni che insistono sull’eterogeneità interna dei due continenti per svalutare i confronti diretti Europa-Africa, sono probabilmente un po’ esagerate: le differenze interne esistono, eccome, ma appaiono nel complesso modeste rispetto alle differenze esterne, tra i due continenti. Basti dire che, al 2017, il miglior paese africano in termini di sviluppo umano (Mauritius, con 0.790) non raggiungeva il peggior paese europeo (Romania, con 0.811).

Il secondo messaggio è che, sia pur lentamente, il tenore di vita nel continente africano sta crescendo, e con più soldi, più istruzione, una più lunga prospettiva di vita è ragionevole pensare che un investimento in emigrazione internazionale, anche solo temporanea, diventi una prospettiva sempre più allettante per molti abitanti di questo continente.

Del resto, il continuo miglioramento delle comunicazioni (più veloci e meno care), e il concomitante forte aumento dei viaggi internazionali che le recenti analisi hanno messo in luce (Recchi, Deutschmann e Vespe 2019) testimoniano di un mondo dove spostarsi appare la norma, e non più l’eccezione. L’eccezione è, semmai, proprio l’Africa, che è stata sinora poco mobile sotto tutti i profili: spostamenti interni e migrazioni verso altri continenti (Flahaux e De Haas 2016). Ma, appunto, le condizioni di estrema povertà e ignoranza che fino a oggi hanno mantenuto bassa questa mobilità stanno tutte venendo meno (Frigeri e Zupi 2018).

La paura della diversità

L’Europa teme le immigrazioni, e questa paura, che attraversa tutti i paesi dell’Unione, è alla base del recente boom del sovranismo e dell’estrema destra, della Brexit, dei muri e dei fili spinati, dei decreti sicurezza, e di molte altre cose ancora. Perché tutto questo timore? In parte per ragioni razionali, come ad esempio il possibile sovrappopolamento, o il desiderio di preservare gli elevati standard di vita e di welfare europei, che forti afflussi di persone estremamente povere potrebbero mettere a repentaglio. Intendiamoci, “razionale” non vuol dire “giusto”, e infatti in molti casi si può dimostrare che è vero il contrario di quel che comunemente si pensa. In Italia, ad esempio, le analisi ben documentate dell’INPS e della Fondazione Moressa mostrano che gli immigrati pagano in tasse e contributi più di quel che ricevono in servizi e trasferimenti, e che quindi ci conviene averli. Ma almeno c’è una base di confronto, e si possono addurre argomentazioni serie a sostegno dell’una tesi (“meglio chiudere le frontiere”) o dell’altra.

In gioco entrano poi però anche aspetti un po’ meno razionali, contro i quali è quindi più difficile trovare argomentazioni. Tra questi, la paura della diversità accompagnata dall’idea che l’Europa abbia, e abbia sempre avuto, una sua omogeneità etnica, che sarebbe più saggio preservare. Ma è davvero così? Se ne può dubitare, per due motivi.

Il primo è che è vero che le società tendono a reagire negativamente quando la loro omogeneità interna viene messa in discussione (e ai cambiamenti, in generale), ma solo nel breve periodo. Nel più lungo periodo, invece, prevalgono i vantaggi dell’apertura verso il nuovo, grazie alla nostra ancestrale capacità di adattamento (Ramos et al, 2019), che, del resto, è sempre stato fortissima, in tutta la storia dell’umanità (Livi Bacci, 2016).

Il secondo è che le popolazioni europee non sono etnicamente omogene, né sono rimaste costanti nel tempo sotto questo profilo. Ad esempio, un recente, sia pur discutibile, tentativo di misurare questa eterogeneità (Drazanova 2019) mostra due cose: livelli estremamente diversificati in Europa (e, più in generale, nel mondo) e valori che non rimangono costanti nel tempo. La tendenza generale è verso un aumento (cioè sempre maggior mescolamento e eterogeneità di popolazioni sul uno stesso territorio), ma con eccezioni, come ad esempio la Romania (e anche gli altri paesi dell’Europa dell’est, non mostrati in figura).

Conclusioni

In anni recenti, sono state soprattutto le crisi politiche di alcuni stati (ad es. la Siria dal 2011 e la Libia dal 2014) ad attirare l’attenzione del pubblico e della politica, anche per i flussi di rifugiati che esse hanno generato. In altri momenti, ci si è preoccupati dei cambiamenti climatici (inondazioni, siccità, ecc.) e, di nuovo, si è temuto che questi potessero generare grandi spostamenti di persone. Preoccupazioni fondate, beninteso, soprattutto per le implicazioni umanitarie, gravissime e degne della massima attenzione. Ma gli effetti demografici (migratori) di questi eventi sono tipicamente di breve durata e di breve raggio: a crescere sono soprattutto i cosiddetti IDP (internally displaced persons), e non i migranti intercontinentali (Borderon et al 2019; IPCC 2019).

Invece, i fattori tradizionali di attrazione e (in questo caso soprattutto) di espulsione continuano ad agire, lenti ma inesorabili. E potenti. La faglia che attraversa il Mediterraneo si è venuta approfondendo negli ultimi anni: la ben diversa pressione demografica sulle due rive, accentuata dalla persistente differenza di tenore di vita (che la rapida circolazione delle informazioni rende oggi più evidente), ha creato le condizioni per un deciso aumento delle migrazioni. Che, del resto, è già cominciato, e appare destinato a durare ancora a lungo, e in forma accentuata. Per giunta, gli stati africani dalle rimesse dei loro emigrati traggono benefici sostanziosi, ben maggiori di quelli che arrivano dai cosiddetti aiuti allo sviluppo: si stimano valori medi nell’ordine del 3% del Pil, ma con punte assai più elevate in alcuni stati e, soprattutto, con buone prospettive di crescita, visto che l’emigrazione africana è stata, finora, modesta.

Insomma, l’emigrazione dall’Africa aumenterà, ma questo non sembra motivo di allarme per l’Europa. Intanto perché, come detto nel precedente articolo, la popolazione europea tende a diminuire e invecchiare troppo rapidamente. Invertire questa tendenza appare impossibile; rallentarla, invece, sembra un obiettivo perseguibile, agendo con adeguato un mix di politiche tra cui, certamente, una moderata apertura all’immigrazione.

Vi sono poi considerazioni geopolitiche: oggi l’Unione Europea è circa 2,5 volte più piccola dell’Africa, ma sullo scacchiere mondiale gioca un ruolo più importante, in parte per la sua (relativa) unità, e in parte per il suo “capitale umano”: cultura, relazioni, esercito, soldi, … Ma tra trent’anni l’Africa sarà più ricca, più istruita e più sviluppata di oggi, e sei volta più popolosa dell’Europa. I rapporti di forza saranno allora ben diversi, e all’Europa converrebbe poter vantare una storia di buoni rapporti col vicino gigante africano. Uno dei pilastri di questi buoni rapporti potrebbe essere, in campo demografico, aver accolto migranti dall’Africa e averli bene integrati, soprattutto nelle seconde o terze generazioni.

Ripeto: le migrazioni non sono la soluzione di tutti i problemi che ci attendono. Sono però uno dei tasselli del difficile mosaico che si dovrà costruire per adattare le società del futuro, africane ed europee, ai mutamenti in atto. Ma poiché sono potenzialmente utili per entrambi i continenti, almeno entro una certa misura, e poiché sono comunque inevitabili, appare più sensato guidarle e governarle che non, ciecamente e senza speranza, tentare di opporsi ad esse.

Bibliografia

Borderon M., Sakdapolrak P., Muttarak R., Kebede E., Pagogna R., Sporer E. (2019) Migration influenced by environmental change in Africa: A systematic review of empirical evidence. Demographic Research, 41: 491-544.

Drazanova L. (2019) Measuring Changes in Ethnic Diversity Over Time: The Historical Index of Ethnic Fractionalization Dataset (HIEF), MPC Blog

Flahaux M.-L., de Haas H. (2016) African migration: trends, patterns, drivers, Comparative Migration Studies, 4(1)

Frigeri D., Zupi M. (2018) Dall’Africa all’Europa. La sfida politica delle migrazioni. Donzelli editore, Roma.

Livi Bacci M. (2016) Storia minima della popolazione del mondo. Bologna: Il Mulino.

IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change (2019) Special Report on Climate Change, Desertification, Land Degradation, Sustainable Land Management, Food Security, and Greenhouse gas fluxes in Terrestrial Ecosystems.

Ramos M.R., Bennett M.R., Massey D.S., Hewstone M. (2019) Humans adapt to social diversity over time. Proceedings of the National Academy of Science U.S.A., 116(25):12244-12249.

Recchi E., Deutschmann E., Vespe M. (2019). Estimating Transnational Human Mobility on a Global Scale. Robert Schuman Centre for Advanced Studies Research Paper No. RSCAS, 30.

Sen A. (1995) Mortality as an indicator of economic success and failure, Innocenti Lecture. Florence, Italy: UNICEF.

Fonti figure

Fonte figura 1 – UNDP

Fonte figura 2 – Harvard Dataverse

 

image_pdfimage_print