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Meno famiglia, più famiglia o nuova famiglia?

Roberto Impicciatore, Rossella Ghigi
famiglia

L’Italia è notoriamente uno dei paesi con più bassi tassi di fecondità al mondo. Tuttavia, è anche un Paese in cui i valori tradizionali sull’importanza della famiglia sembrano più pronunciati. Roberto Impicciatore e Rossella Ghigi ci mostrano quali spiegazioni sono state date a questa (apparente) contraddizione e quali indicazioni di policy si potrebbero suggerire per risolverla.

La storia recente del nostro Paese sembra contraddistinta da un declino della famiglia. È noto, infatti, che quella italiana, con la sua media di 1,35 figli per donna, sia da tempo una delle regioni al mondo con il più basso tasso di fecondità. Eppure il nostro è anche il Paese del Family Day, con “tanta famiglia” nella cultura, nei comportamenti quotidiani, nei discorsi e nell’immaginario anche istituzionale. Come si spiega questa contraddizione? E come si può risolvere?

C’era una volta la famiglia del Mulino Bianco

I modi e i tempi di formazione della famiglia sono molto cambiati negli ultimi decenni. I dati Istat più recenti (tabella 1) mostrano che la famiglia costituita da una coppia con figli conviventi rappresenta ormai circa un terzo di tutte le famiglie (a dispetto della rappresentazione tipica delle famiglie italiane a colazione secondo le pubblicità dei biscotti, le famiglie composte da madre, padre e due figli sono meno del 15% del totale). Nella stessa proporzione abbiamo i nuclei composti da una sola persona, aumentati più di tre volte e mezzo nell’arco degli ultimi quarant’anni. Nella maggioranza dei casi si tratta, come è intuitivo pensare, di vedovi (e soprattutto vedove). Ma a vivere da soli possono essere anche giovani adulti che decidono di posticipare o di non costituire una coppia, oppure adulti dopo una separazione. In ogni caso, vivere soli sotto un tetto non significa necessariamente non avere un legame affettivo stabile: le tecnologie della comunicazione e il sistema di trasporti oggi permettono di vivere un rapporto a distanza in modo più agevole di un tempo.

Chi decide, invece, di metter su casa con qualcun altro, lo fa oggi seguendo tempi e traiettorie comunque mutati. Innanzitutto, la costituzione di una nuova famiglia non per forza è suggellata da un matrimonio: le convivenze sono più che raddoppiate in dieci anni e rappresentano oggi quasi il 9% di tutte le coppie. Nel nostro paese esse sono spesso vissute come periodo di prova prematrimoniale più che come scelta di vita definitiva; ma, di certo, solo trent’anni fa era rarissimo che un matrimonio fosse preceduto da una convivenza, mentre oggi non soltanto è frequente (uno su tre), ma è anche meno stigmatizzato socialmente. Non è quindi insolito avere una coppia che, benché si autodefinisca cattolica, vada a convivere e poi si sposi in chiesa, magari anche dopo la nascita del primo figlio (difatti, oggi in Italia un bambino su tre nasce da una coppia non sposata).

L’altro grande elemento di cambiamento rispetto al passato è la maggiore instabilità coniugale. Negli ultimi vent’anni, le separazioni sono aumentate di circa il 75% arrivando a 91.706 nel 2015; i divorzi sono raddoppiati fino al 2014 (pari a più di 52 mila) per subire un ulteriore incremento del 57% subito dopo l’introduzione del c.d. divorzio breve. L’instabilità coniugale contribuisce a sua volta alla variabilità delle strutture familiari, sfociando nella creazione di nuclei unipersonali, monogenitoriali, oppure in nuove coppie, con o senza figli nati dalle precedenti unioni. I secondi matrimoni sono molto più frequenti di un tempo, e così pure le convivenze tra persone in precedenza separate. Infine, il radicamento del fenomeno migratorio, il diffondersi dei ricongiungimenti familiari e delle coppie miste contribuiscono a rendere ancora più articolato il quadro contemporaneo.

Una rivoluzione da sbloccare

Tutti questi cambiamenti potrebbero essere spiegabili nei termini della Seconda Transizione Demografica, che pone alla base delle trasformazioni in atto la diffusione di valori post-materialisti, quali l’individualismo e l’auto-realizzazione, capaci di ostacolare la diffusione di forme familiari più vincolanti. La riduzione della fecondità, secondo la nota linea teorica proposta da Gary Becker, potrebbe essere l’esito dell’entrata delle donne nel mercato del lavoro e della trasformazione del ruolo femminile all’interno della coppia. Secondo Becker, infatti, questi mutamenti avrebbero minato l’equilibrio all’interno della coppia precedentemente basato su una specializzazione dei ruoli, con un partner che lavora e l’altro coinvolto nel lavoro di cura e domestico. A dar man forte a queste linee interpretative è una letteratura sociologica che, già dalla fine dell’Ottocento, mostra una certa ansia verso il “declino della famiglia”, ovvero il venir meno dei valori e dei vincoli di solidarietà tradizionali alla luce di un indebolimento dei legami di intimità e della cultura del consumo.

Molte ricerche empiriche (si veda a titolo di esempio, A Sociology of Family Life, di Deborah Chambers, 2015) spostando l’accento dalle strutture alle pratiche della vita familiare, hanno recentemente ridimensionato l’idea che la famiglia sia “in crisi”, evidenziando il persistere di vincoli solidi di reciprocità, responsabilità e affetto nelle proprie routine quotidiane. Inoltre, diversamente dalle previsioni più allarmiste, la fecondità desiderata è rimasta stabile a partire dal secondo dopoguerra. Infine, è particolarmente interessante notare che proprio in alcuni di quei paesi che più di altri sembravano avviarsi inesorabilmente verso il “meno famiglia”, come quelli scandinavi, addirittura si è assistito negli ultimi vent’anni a una ripresa dei matrimoni, a una maggiore stabilità delle coppie, a un decremento nei divorzi e a livelli di fecondità realizzata che tendono ad approssimarsi a quella desiderata. Secondo Esping Andersen (si veda il suo Families in the 21st Century, SNS Förlag, 2016), queste tendenze sarebbero spiegabili con l’emancipazione delle donne e il conseguente più paritario equilibrio di genere compatibile con un’alta fecondità e una presenza stabile delle donne nel mercato del lavoro (contrariamente a quanto predetto da Becker). Al contrario, sarebbero proprio i Paesi mediterranei, in cui il carico di cura e lavoro domestico grava quasi interamente su donne che sono comunque attive (o vorrebbero esserlo) nel mercato del lavoro, a mostrare una più intensa erosione della famiglia. Anche altre recenti ricerche evidenziano che a frenare la fecondità delle donne dell’Europa mediterranea sia il carico di lavoro che si aspettano di dover sostenere, dentro e fuori casa, la percezione di molte negoziazioni da gestire col proprio partner e soprattutto la sensazione che il modello della maternità oblativa (basato su un amore incondizionato e disinteressato di una donna che dimentica le proprie esigenze) non quello della maternità tout court, sia incompatibile con la propria realizzazione in altre sfere. Tutto questo ci può spiegare il basso tasso di fecondità del nostro Paese, con i suoi squilibri di genere, ma non il forte familismo nei valori e nell’immaginario sociale. Castiglioni e Dalla Zuanna hanno recentemente suggerito una chiave interpretativa (La famiglia è in crisi” Falso!, Laterza, 2017): nonostante i rilevanti cambiamenti in atto, la nostra società resta articolata attorno ai “legami forti” in cui domina l’idea che la famiglia sia e debba essere la principale forma di sostegno nella transizione all’età adulta e nelle successive fasi della vita e in cui è maggiore l’ansia dei genitori pzer la riuscita sociale dei propri figli. I dati mostrano che per ogni figlio in più i genitori italiani tendono a investire più tempo, energia e quota del proprio reddito: perciò sarebbero più cauti di altri a fare il secondo o il terzo.

Il familiare è politico!

L’aiuto intergenerazionale su cui si basa il modello del “più famiglia” è senz’altro un fattore di protezione in fasi di criticità economiche o di necessità di cura. Ma questo ovviamente è vero quando una famiglia c’è, ha risorse sufficienti, e, magari, è anche possibile la prossimità abitativa. Non sempre è così: famiglie numerose, immigrati, giovani che non hanno alle spalle il sostegno di genitori o nonni benestanti non ricadono entro questo modello. Questo sistema tende a confermare le disuguaglianze e a limitare la mobilità sociale, oltre che quella territoriale.

Se dunque un intervento politico vuol andare nella direzione di un appianamento delle disuguaglianze, di un maggiore benessere dei cittadini e di una sostenibilità del sistema pensionistico (in un futuro in cui, di questo passo, la popolazione italiana sarà composta soprattutto da anziani: già oggi una persona ogni cinque ha più di 60 anni), è necessario definire da subito alcune priorità. Innanzitutto, il ricambio generazionale: un punto sul quale vale la pena di riflettere, ad esempio, è la distanza tra i figli che si vorrebbero avere e figli che alla fine si riescono a fare che abbiamo visto all’inizio. Questa distanza è rivelatrice di un insieme di fattori, come le condizioni culturali, strutturali ed economiche, il costo diretto di ciascun figlio e le rinunce che esso comporta, le aspettative rispetto al proprio corso di vita, la fiducia in un lavoro stabile. Che Esping-Andersen abbia ragione o no, i dati ci dicono che siamo un Paese in cui le donne rischiano maggiormente rispetto agli altri in Europa di uscire dal mercato del lavoro e contano su strumenti di conciliazione ancora frammentari e disomogenei sul territorio.

Inoltre, quando la conquista dell’autonomia abitativa avviene tardi e non ci sono strumenti che aiutano i giovani a relazionarsi con un mercato immobiliare (e una notevole propensione all’acquisto della casa) tarati su garanzie che solo un lavoro a tempo indeterminato può dare, il passaggio a un’età adulta diventa un’esperienza vissuta per la prima volta ad un’età avanzata – ed è più difficile raggiungere negli anni successivi il numero di figli desiderato: siamo il Paese con più alta proporzione di donne che diventano madri oltre i 40 anni.

Pari opportunità per famiglie più forti

Una disoccupazione giovanile più che doppia rispetto alla media europea (34.8% per l’Italia e 16,9% per EU28 nel 2017 secondo l’Eurostat), il difficile accesso al lavoro anche con un alto titolo di studio, la necessità di una maggiore mobilità territoriale, l’incremento della povertà minorile, la scarsa istituzionalizzazione dei grandi anziani concorrono ad aumentare il carico sulle famiglie italiane: è chiaro che un welfare di natura assistenziale, orientato all’aiuto monetario nelle responsabilità familiari, rappresenta un intervento debole che finisce per confermare squilibri e asimmetrie. Ed è chiaro che la direzione da prendere è quella del contrasto alle disuguaglianze e di una maggiore redistribuzione della ricchezza.

Infine, sarebbe ben limitato un intervento politico che si volesse fermare di fronte al dato culturale, prendendolo come immutabile. Anche sugli equilibri di genere entro le mura domestiche le politiche possono intervenire, non soltanto offrendo servizi o incentivando il ricorso ai congedi da parte dei padri, ma anche sostenendo politiche di educazione all’uguaglianza e alle pari opportunità fin dall’infanzia: nella scuola, nei percorsi formativi, nelle attività di lavoro e tempo libero dedicate agli adulti.

Quanto più la politica de-familiarizza alcune funzioni, tanto più essa redistribuirà tra pubblico e privato i costi degli squilibri demografici e ridurrà le disuguaglianze. E questo non potrà che giovare alla famiglia stessa, vecchia o nuova che essa sia.

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