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Meglio occuparsi dei figli che delle faccende domestiche (ovvero, beati gli uomini, che possono scegliere!)*

Giulia Fuochi, Letizia Mencarini, Cristina Solera

Se per (molte) donne italiane conciliare maternità e lavoro è velocemente e necessariamente diventata una routine, anche (alcuni) uomini italiani hanno attivamente iniziato ad occuparsi dei loro figli, e non solo come percettori principali del reddito familiare.

I dati recenti di varie indagini Istat (quelle sull’Uso del tempo e quelle sulle Famiglie e i Soggetti Sociali) ci raccontano di un’Italia dove i padri che spingono la carrozzina o i mariti/compagni che cucinano e puliscono la casa non sono però così frequenti. La donna – con il 76% del lavoro familiare a suo carico (dai dati sull’uso del tempo del 2008/9) – resta “la regina della casa” e anche il genitore che di più si occupa dei figli.

L’Italia è un paese sia strutturalmente che culturalmente ostile ai “nuovi padri”? Se da una parte questi non trovano neanche un linguaggio per autodefinirsi, fatta eccezione per il termine di “mammo”, che suona quasi dispregiativo, dall’altra si trovano ad affrontare vincoli e condizioni non facilitanti: orari di lavoro fra i più lunghi d’Europa, soprattutto nel settore privato, che costituiscono un plausibile disincentivo alla partecipazione maschile nella cura, e un welfare familistico, basato su precisi modelli di solidarietà, di genere e di generazione, che ha tradizionalmente taciuto, se non esplicitamente scoraggiato, istanze di parità di genere.

E allora, come sintetizzato felicemente da Esping-Andersen in un suo libro del 2009, nei paesi Mediterranei la rivoluzione di genere viene definita “incompleta”, non solo perché si è “fermata sulla soglia di casa”, con condivisioni del lavoro familiare fra partner ancora basse, specie in Italia (Cappadozzi e Spizzichino, 2010), ma anche perché si è diffusa in modo selettivo, soprattutto nelle coppie più istruite e più “forti” sul mercato del lavoro (Mencarini e Tanturri, 2004). Inoltre, i (pochi) cambiamenti hanno riguardato più il lavoro di cura della prole che quello domestico, che rimane ancora forte monopolio femminile.

Una fotografia dei nuovi padri e dei nuovi mariti

In altre parole, in Italia è aumentata di più la percentuale di coloro che potremmo definire come “i padri coinvolti” che i cosiddetti “mariti egalitari” (si veda anche Mencarini e Tanturri 2009). Ma quanti sono e chi sono questi padri particolarmente presenti nella cura dei figli? Sono mariti altrettanto partecipi nel lavoro domestico? Scattando una fotografia a queste figure, rimane la curiosità di capire cosa determina la loro partecipazione al lavoro familiare, se pesano di più le preferenze o le risorse/vincoli, loro e delle loro mogli-compagne.

Schermata 2015-03-19 a 17.44.50Dai dati riportati nel grafico 1¹ emerge che solo il 17% dei padri con almeno un figlio sotto i 3 anni svolge con frequenza quotidiana compiti di cura routinari, quali dare da mangiare al figlio, metterlo a letto, vestirlo, fargli il bagno e cambiargli il pannolino. E solo nell’11% delle coppie la donna svolge meno del 60% del carico di lavoro complessivo per la famiglia (faccende di casa, fare la spesa, curare gli altri componenti), mentre nel 64% delle coppie la donna svolge più dell’80%. Sono dunque meno i mariti egalitari che i padri molto presenti, e un’esigua minoranza coloro che appartengono a entrambi i gruppi (4%). Ciò suggerisce che a cambiare siano stati i modelli di paternità e le convinzioni su cosa costituisca il bene del bambino (per esempio, avere anche un padre a fianco che se ne prende cura), più che i modelli di genere. A riprova di questo, mentre i mariti egalitari appartengono più frequentemente a coppie in cui almeno uno dei partner è laureato (32%) rispetto a mariti partecipi (22%) o tradizionali (15%), i vari gradi di coinvolgimento paterno nella cura dei figli piccoli non sembrano dipendere dal livello di istruzione della coppia.

Chi si somiglia si piglia e sta meglio?

Come tipico di tutti i fenomeni scarsamente diffusi, questi pochi padri e mariti “innovativi” presentano profili piuttosto precisi: appartengono più frequentemente a coppie a doppio reddito (il 67% dei padri coinvolti contro il 43% dei padri assenti, l’80% dei mariti egalitari contro il 40% dei mariti tradizionali); hanno condizioni lavorative simili alle loro mogli-compagne in termini di tempo (gap medio di 9 ore per i mariti egalitari, 11 per i padri coinvolti, 14 per i mariti tradizionali e 15 per i padri assenti), in termini di classe occupazionale (stessa classe nel 34% dei casi per i padri coinvolti contro il 20% dei padri assenti, nel 37% per i mariti egalitari contro il 20% dei mariti tradizionali) e di settore (il 15% dei padri coinvolti appartiene a coppie dove entrambi lavorano nel pubblico, contro il 3% dei padri assenti, e per il 20% dei mariti egalitari, contro il 4% dei mariti tradizionali); risiedono al Centro-Nord Italia (il 70% dei padri coinvolti e il 75% dei mariti egalitari, contro il 49% dei padri assenti e il 53% dei mariti tradizionali); infine, appartengono a coppie in cui almeno uno dei due non ha atteggiamenti di genere tradizionali (il 57% dei padri coinvolti contro il 43% dei padri assenti, il 57% dei mariti egalitari contro il 45% dei mariti tradizionali)

Tuttavia, una volta che si guardano gli effetti di tali caratteristiche della coppia sulla divisione del lavoro domestico e di cura, emerge un quadro più complesso: mentre gli indicatori di tempo disponibile, di condizioni di lavoro family-friendly (come lavorare nel settore pubblico) e differenze nella classe occupazionale tra lei e lui (proxy, seppure grezza, di differenze di reddito) contano sia nella probabilità di essere un padre coinvolto che un marito egalitario, gli atteggiamenti di genere paiono pesare solo per i padri coinvolti e solo nelle coppie dove entrambi sono tradizionali. In generale, le pratiche di genere e di maternità e paternità sembrano rispondere più a risorse e vincoli di uno, dell’altro o di entrambi, che a preferenze, anche se in parte possono essere state le preferenze a definire tali vincoli (si vedano le analisi riportate in Fuochi et al 2014).

Se si guarda ai profili di coppia, emerge in modo chiaro il potere dell’omogamia: simili condizioni di lavoro, simile quantità di tempo speso per il lavoro, simili visioni sui ruoli di genere favoriscono l’uguaglianza nella divisione dei compiti domestici e di cura, anche se con qualche differenza tra i due ordini di compiti. Le ragioni possono essere essenzialmente due. La prima, più ovvia, è che quando la moglie e madre ha più tempo libero del marito, o svolge un lavoro meno retribuito e meno prestigioso, tende ad occuparsi di più della casa e dei figli, come se il suo potere di negoziazione nei confronti del partner fosse troppo debole. La seconda interpretazione si rifà all’omogamia ex ante: quando a scegliersi come partner in progetti di lungo periodo sono persone simili per atteggiamenti e per posizioni occupazionali, tali similitudini ex ante consentono ex post di avere meno conflitti di visioni e meno asimmetrie nelle risorse e condizioni lavorative, incentivando più equità anche all’interno della famiglia.

Per approfondire

Cappadozzi, T., Spizzichino, D. (2010). La divisione dei ruoli nelle coppie. Anno 2008-2009. Statistiche in breve, Famiglia e Società, Istituto Nazionale di Statistica.

Fuochi, G., Mencarini, L., Solera, C. (2014). I padri coinvolti e i mariti egalitari: per scelta o per vincoli? Uno sguardo alle coppie italiane con figli piccoli. AG About Gender – Rivista Internazionale Di Studi Di Genere, 3(6), 54-86.

Mencarini, L., Tanturri, M.L. (2004), Time use, family role-set and childbearing among Italian working women. Genus, LX(1), 111-137.

Mencarini, L., Tanturri, M.L. (2009). Fathers’ involvement in daily childcare activities in Italy: does a work-family reconciliation issue exist? ChilD Working Paper 22/2009.

¹ Dati relativi al 2003, Indagine FSS dove vengono raccolti dati dettagliati non solo sui comportamenti di entrambi i partner, specie relativamente al lavoro domestico e di cura, ma anche sui loro atteggiamenti di genere.

* Articolo pubblicato anche su ingenere.it

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