MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Maternità e Lavoro femminile, una scelta possibile?

Valentina Camolese
L’Italia è da anni un paese dove si fanno pochi figli, sebbene il numero di nascite sia tornato a salire, soprattutto al nord. La penisola ha, inoltre, uno dei tassi di occupazione femminile più bassi in Europa (46,6%, OCSE 2007). E’ ormai noto in letteratura che la relazione a livello macro nei paesi europei tra tassi di occupazione e livello di fecondità si è invertita negli ultimi decenni, diventando positiva: più donne lavorano, più alto è il numero medio di figli per donna (si veda, ad esempio, Gauthier 2003). Questo risultato suggerisce che potrebbe non essere la condizione di lavoratrice ad essere un ostacolo alla fecondità quanto piuttosto la mancanza di strategie di conciliazione lavoro-famiglia. Nei paesi in cui mancano o scarseggiano le strutture per la prima infanzia, le politiche a favore della famiglia, le occupazioni lavorative flessibili e la collaborazione da parte dei partner nello svolgimento delle mansioni domestiche o nella cura dei bambini, avere un figlio, per le donne, vuol dire spesso abbandonare il lavoro, rinunciare alla carriera, oppure, per le coraggiose “fare le equilibriste” fra una poppata, gli orari del nido (se il bimbo è entrato in graduatoria) e la riunione del CDA. Proviamo ora a limitare l’attenzione al contesto italiano analizzando la relazione tra occupazione femminile e fecondità a livello regionale.
 
Un’Italia frammentata
Diversamente da quanto appare a livello europeo, nelle regioni italiane non si configura una relazione di tipo lineare tra occupazione femminile e fecondità (figura 1). L’andamento a U è il risultato di due diverse tendenze: le regioni meridionali mostrano una persistenza della relazione negativa tra occupazione femminile e fecondità mentre nelle regioni centro-settentrionali tale relazione è positiva e quindi in linea con l’andamento a livello europeo.
Come confermano i grafici riportati in figura 2, le regioni settentrionali sono caratterizzate da una maggiore occupazione femminile, anche part time, da una rete di servizi più diffusa e da politiche di sostegno più puntuali ed efficaci, grazie anche alla maggiore disponibilità di risorse. Ad esempio il Veneto e l’Emilia Romagna spiccano sia per la diffusione e la ricettività degli asili nido e dei servizi di cura integrativi, sia per l’alto tasso di occupazione femminile e per le buone possibilità di lavorare part time. Le province autonome di Bolzano e Trento sono casi molto interessanti: grazie a politiche di sostegno alle famiglie con figli, di incoraggiamento nella diffusione del lavoro a tempo parziale, di forme di conciliazione della vita privata e lavorativa e alla vasta fornitura di servizi alla prima infanzia, i tassi di fecondità sono rispettivamente di 1,61 e 1,51 figli per donna e le percentuali di occupate prossime al 60%. Anche in Valle d’Aosta la politica a favore della famiglia ha assunto particolare rilevanza e molti sono i progressi già compiuti, in particolare nella fornitura di servizi alla prima infanzia.
Lo Statuto Speciale e la “questione meridionale”
Fa riflettere che Trentino e Valle d’Aosta essendo regioni a Statuto Speciale, godono di una particolare autonomia legislativa dallo Stato, contano su maggiori trasferimenti economici da parte di questo e possono trattenere sul territorio gran parte delle tasse versate.

Gli esiti positivi registrati in regioni a Statuto speciale come Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia, suggerirebbero di considerare l’autonomia regionale come un importante mezzo per attuare interventi mirati. Tuttavia, Sicilia e Sardegna rappresentano due chiari contro-esempi. Nelle due isole, nonostante l’attivazione di piani speciali per il potenziamento dei servizi per l’infanzia, la diffusione di nidi e servizi di cura per i più piccoli è, a oggi, scarsa e i tassi di occupazione femminile sono inferiori al 50% ( nel 2007 era rispettivamente 29 e 39%, ISTAT, Forze lavoro in Italia) .
Al Sud, ancor più che nel resto d’Italia, è demandata alla famiglia la responsabilità di cura e custodia dei figli minori. Questo stato di cose ha effetti diretti sia sui livelli di fecondità sia sulle opportunità lavorative delle donne: un settore dei servizi alla persona poco sviluppato implica, non solo che le madri spesso si vedano costrette a rinunciare al lavoro per accudire i figli, ma che vi siano per loro meno opportunità lavorative. La difficile conciliazione tra carriera professionale e vita familiare nelle regioni del Sud è uno degli aspetti, insieme alla precarietà diffusa, agli alti livelli di disoccupazione e inattività femminile e alla scarsa parità nei ruoli di genere, che caratterizzano oggi la questione meridionale. E a tutto ciò si aggiunge la maggiore incertezza economica, alla fuga dei giovani più brillanti verso le regioni centro-settentrionali, alla sfiducia nelle istituzioni e forse anche alla rassegnazione allo stato delle cose: voltare pagina non sarà facile, né rapido.
Per saperne di più:
ISTAT,  Essere madri in Italia, Anno 2005, 2007
ISTAT, Conciliare Famiglia e lavoro, una sfida quotidiana, Anni vari, 2008
M. FERRERA, Il fattore D, perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia, Mondadori Editore, Milano, 2008
C. PRONZATO, Donne in Europa tra lavoro e famiglia, 2006
image_pdfimage_print