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Ma un PIP? Non lo so …

Gustavo De Santis
Sono un maschio di 49 anni: una vera iattura per la società italiana (v. Il superfluo dominio del maschio adulto, neo40). Per sentirmi meno in colpa, ho pensato di prestare ascolto ai consigli degli esperti (es. Bruno Mangiatordi “Previdenti nella crisi “, 23.06.2009) e di prendere quindi in esame l’opportunità di sottoscrivere un PIP. Come, non sapete cos’è un PIP? Va beh, ragazzi, ma se non vi siete ancora abituati alle sigle dell’era moderna, siete proprio tagliati fuori … Comunque un PIP è un Piano Individuale di Previdenza, che si stipula con un soggetto privato abilitato (ad esempio, una banca o una compagnia di assicurazione): io verso periodicamente una certa somma fino a che non smetto di lavorare, e da allora in poi, e fino alla mia morte, ricevo annualmente una certa pensione, che andrà a integrare quella principale, pubblica, e mi aiuterà a preservare un buon tenore di vita in vecchiaia. Con i segnali negativi che giungono da tutte le parti (crisi economica, dissesto delle finanze pubbliche, invecchiamento demografico, debito previdenziale che lievita, ecc.) forse è meglio prepararsi un po’ ai tempi cupi che mi (ci) aspettano.
Due conti rapidi
Tra le molte offerte, ne seleziono una che mi pare interessante, da parte della “Prevident!” (nome di fantasia, come potete immaginare). Semplificando al massimo il ragionamento, la situazione si presenta così: posso versare per 17 anni (dai 49 ai 65, estremi compresi). La somma annua da versare la scelgo io, ma, per ragioni che saranno chiare tra breve, è preferibile scegliere 5.164 euro all’anno. Nel complesso, e dimenticando per un attimo il diverso valore della moneta nel corso del tempo, ci investo quindi (5.164×17=) 88 mila euro scarsi. Purtroppo, sulle somme che verso ci sono costi di gestione, pari al 4,75%. Insomma, dal punto di vista della “Prevident!”, è come se versassi solamente circa 4.920 euro ogni volta, per un totale pari a circa 83.600 euro nei 17 anni.
Devo scegliere poi la linea di investimento: azionario, bilanciato o obbligazionario? Se scelgo quest’ultima strada (opzione consigliata, data anche la mia veneranda età) c’è un rendimento minimo garantito del 2%. Ovviamente, il rappresentante della “Prevident!” è fiducioso che i guadagni saranno ben più alti, ma io noto c’è un prelievo dell’1,3% sui rendimenti. Quindi, se il rendimento lordo fosse, che so?, del 3,5%, a me verrebbe in tasca solo (3,5-1,3=) 2,2%. Meglio quindi fare previsioni sulla base del più prudente 2% garantito.
Ora, applicando il 2% di guadagni (composti) alle somme nette che loro dichiarano di ricevere al netto delle spese di gestione (4.920 euro, per 17 anni), e sommando il tutto si ottengono circa 14.800 euro di guadagno lordo. Qui ci sono da pagare le imposte: l’aliquota agevolata dell’11% porta a un’imposta complessiva sugli interessi pari a circa 1.600 euro. Sommando algebricamente il tutto (83.600+14.800-1.600) ottengo un capitale finale di 96.800 euro circa.
Attenzione, però, è un capitale solo virtuale: non lo posso avere in contanti al momento di andare in pensione, ma lo devo (in buona parte, o del tutto) convertire in una rendita pensionistica, ricevendo cioè un tot all’anno fino alla mia morte. Il coefficiente di conversione per questo passaggio è attualmente pari al 5,88% per un maschio di 65 anni. Cioè, ad esempio, avendo un capitale accumulato 100 mila euro, si riceverebbero 5.880 euro all’anno e, mediamente, questo passaggio dovrebbe essere equo – cioè (di nuovo, dimenticando il problema del diverso valore della moneta nel corso del tempo) ci si aspetta che un maschio 65enne campi in media per altri 17 anni circa, perché 17 per 5.880 fa, per l’appunto, 100 mila.
Sottoscrivere o non sottoscrivere? Questo è il problema
Ma dimentichiamo per un momento il problema della conversione in rendita pensionistica e cerchiamo di tracciare un quadro riassuntivo. Se non ci fossero altri elementi in gioco, io avrei complessivamente versato 88.000 euro per ottenere un capitale finale pari a 96.800 euro. E’ un buon affare?
Mica tanto, perché io i soldi comincio a versarli da subito, e li verso anno per anno, mentre il capitale lo “vedo” solo dopo 17 anni. Aggiustando i calcoli, per tener conto di questo sfasamento temporale, viene fuori che tutta l’operazione corrisponde a un interesse implicito (medio composto) pari all’1,2%. Cioè, se mettessi in banca 5.164 euro all’anno per 17 anni, e non avessi spese di nessun tipo, e la banca mi applicasse un tasso dell’1,2% (al netto delle tasse) mi ritroverei alla fine con i 96.800 euro che la “Prevident!” mi propone. Ma sul mercato oggi si trova qualcosa di meglio, pur restando nell’ambito dei prodotti sicuri – per esempio, i BTP (Buoni del Tesoro Poliennali – le sigle proprio non vi entrano in testa, eh?) con scadenza tra 17 anni hanno rendimenti netti dalle parti del 4%. Per giunta, mentre altre forme di investimento sono spesso facilmente liquidabili (e i BTP si possono vendere), i PIP sono rigidi: si può avere qualcosa sotto forma di anticipo, ma solo per ragioni particolari (es. acquisto di prima casa) e con un certo aggravio di carte bollate che dimostrino la situazione di bisogno. Inoltre, con un PIP, il capitale finale (a meno che non sia piccolino) va forzosamente convertito in rendita, e non può essere incassato.  Ma allora, perché mai dovrei sottoscrivere?
Paga Pantalone
La risposta è: perché interviene lo Stato. Lo stato, infatti, stimola queste forme di risparmio, e detassa completamente le somme versate in un PIP, fino a un massimo di 5.164 euro/anno. Per chi, come me, ha un’aliquota marginale elevata (41%, nel mio caso – sì, lo confesso: sono ricco) questo vuol dire un risparmio di oltre 2.100 euro/anno, ogni anno. E’ vero che poi lo Stato si rifà, in parte, tassando alla fine non solo gli interessi (già detto), ma anche il capitale, solo che l’aliquota che, tra 17 anni, applicherà al capitale sarà molto inferiore al 41% che avrebbe applicato oggi, e pari appena al 14,4%.
Se rifacciamo adesso i conti includendo anche il robusto intervento dello Stato, si vede che io verso, annualmente, al netto delle tasse (5164-2117=) 3.047 euro, che per 17 anni fa 51.800 circa. Alla fine del periodo, contando anche le tasse sul capitale, prima trascurate (14,4% di 83.600=12.600 euro) il mio capitale virtuale ammonterà a 84.200 Euro circa. L’interesse implicito in tutta questa operazione è adesso salito al 5,7% circa (al netto di spese e di tasse), e ora sì che la faccenda si fa interessante.
La conclusione di tutto questo qual è? Che io aderirò alla proposta della “Prevident!”: questa scelta, presumibilmente, renderà un po’ più ricco me (che già sono ricco) e un po’ più ricca anche la “Prevident” (che, anche lei, non se la passa malaccio). Renderà invece più povero lo Stato, che finanzia tutta l’operazione – che è come dire che a pagare sarete proprio voi che mi leggete.
Peccato che non possiate anche vedermi mentre faccio spallucce …
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