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Ma quanti sono i giovani che emigrano all’estero? Il caso del Veneto

Fiorenzo Rossi

Il Corriere del Veneto, inserto locale del Corriere della Sera, titolava nell’edizione del 25 marzo 2014: “La crisi si è portata via 150mila veneti. «Senza certezze si torna a emigrare»”. L’occasione era una ricerca effettuata dalla CGIL del Veneto, in vista dell’imminente congresso regionale, in base alla quale, scriveva il quotidiano, “l’emorragia di popolazione veneta registrata nei cinque anni fra il 2007 ed il 2012 – gli anni della crisi – è concentrata nella fascia compresa fra i 26 e i 45 anni. Nel dettaglio, i giovani fra i 26 e i 35 anni sono diminuiti di 119 mila unità (−17,5%) e i cittadini della fascia d’età immediatamente superiore, fino ai 45 anni, sono 35 mila in meno (−4,3%)”. Rispetto agli anni Sessanta, continuava l’articolo, adesso sono i giovani ad emigrare: “si tratta di persone che probabilmente cercano prospettive di crescita personale ritenute ormai difficilissime nel nostro paese”. Seguivano i commenti del segretario della CGIL veneta (sono «giovani che partono perché non trovano un’occupazione adeguata alle loro professionalità, e, soprattutto, che non vedono certezze»), di un sociologo («a differenza dell’emigrazione di mezzo secolo fa, il giovane che se ne va oggi dall’Italia molto difficilmente ha il sogno di ritornare»), del presidente dei Giovani Confindustriali del Veneto («la migrazione da un Paese a un altro non è un male assoluto (…). … la preoccupazione sta nel rischio che le menti più brillanti scelgano di fondare imprese all’estero anziché in Italia». A corredo dell’articolo, alcuni dati e grafici (vedi figure).

Dati corretti, lettura sbagliata

I dati di partenza sono corretti[1], a parte la scelta infelice delle classi di età (che difficilmente si possono confrontare, ad esempio, con i dati delle Forze di Lavoro, dove  le classi sono 15-24, 35-44, ecc.). Ma c’è un errore marchiano che inficia le conclusioni dell’articolo: per vedere le emigrazioni, i giovani fra i 26 e i 35 anni nel 2007 non possono essere confrontati con la stessa classe del 2012, perché i gruppi di persone sono diversi. Basta pensarci (è fatica, forse, ma bisogna farlo: ufficio studi CGIL, sindacalista, giornalista, sociologo, Confindustria): ad esempio, le persone, che nel 2007 hanno età da 26 a 35 anni, cinque anni dopo, nel 2012, avranno età da 31 a 40 anni[ar1] : è con queste che occorrerà confrontarle per vedere se davvero ce ne sono di meno. Vediamo[ar2] : secondo la contabilità anagrafica, se a fine 2007 erano residenti in Veneto 1.520.925 persone in età 26-45, e a fine 2012 sono 1.519.361 in età 31-50, allora ce ne sono circa 1.500 in meno. Se poi consideriamo i soli cittadini italiani[2], perché a questi (anzi, ai veneti) era riferito il senso dell’articolo, allora il dato è di 1.319.910 nel 2007 e di 1.316.046 nel 2012, quindi 3.900 in meno. Non 154 mila in meno, una bella differenza.

Disaggregando per classi di età

Tuttavia il problema probabilmente c’è, pur se non delle dimensioni bibliche che suggerisce  l’articolo[3]. In realtà, la situazione è ben più complessa, e non visibile con i dati aggregati presentati[4]: occorre un qualche approfondimento. Limitiamo l’esame al periodo 2008-2012, confrontando la popolazione residente per classe di età al 1.1.2008 e al 1.1.2013 (quella al 1.1.2014 sarà pubblicata tra qualche mese), e i movimenti nei cinque anni compresi tra queste date. Nella tabella 1, costruita in modo da rendere possibile il confronto di alcune classi di età con le successive cinque anni dopo, è indicata anche la differenza riscontrata in ciascuna classe quinquennale dai 15 ai 44 anni nel 2008 (dai 20 ai 49 nel 2013). Il risultato finale è poi suddiviso tra italiani e stranieri.

Le differenze tra il gruppo dei 25-44enni del 2008 e lo stesso gruppo cinque anni dopo, quando ha età 30-49 anni, sono complessivamente positive, ovvero si trovano quasi 3 mila persone in più: ma occorre distinguere sia la cittadinanza che le età. Infatti, il gruppo dei più giovani (25-34enni nel 2008) effettivamente aumenta, sia tra gli italiani che tra gli stranieri – cosa che accadeva anche al gruppo più giovane ancora, i 15-24enni del 2008 − mentre i più anziani (35-44 anni nel 2008, 40-49 nel 2013) invece diminuiscono. Si trovano tra questi ultimi oltre 10 mila persone in meno, quasi equamente suddivise tra italiani e stranieri.

Ma le differenze in ciascun gruppo di età, osservato dopo cinque anni, non sono dovute soltanto al saldo migratorio nel quinquennio, dal momento che agisce anche la mortalità, per quanto relativamente bassa a queste età. Se poi consideriamo anche la cittadinanza, occorre tener conto delle acquisizioni della cittadinanza italiana da parte degli stranieri, una sorta di travaso dal gruppo degli stranieri, che diminuiscono, agli italiani, che aumentano. Concentrandosi sulle età da 25 a 44 anni, evidenziate con il fondo grigio nella tabella 1, l’effetto della mortalità può essere valutato[5] per il Veneto a circa un migliaio di decessi l’anno, circa 5000 nei cinque anni − che divisi proporzionalmente darebbero circa 4500 italiani e 500 stranieri − dei quali circa un quarto nel gruppo più giovane, tre quarti in quello più anziano (tabella 2, che riporta anche la divisione tra i due gruppi). Il resto della differenza tra 2013 e 2008 dovrebbe esser attribuito al saldo migratorio, ovvero entrati meno usciti dalla regione nell’intervallo, ma anche alle acquisizioni della cittadinanza italiana nei cinque anni. Di queste ultime, sappiamo il totale (41.389 nei cinque anni: circa l’11% dei residenti maggiorenni al 2013), ma non la divisione per età. Una ipotetica quanto fantasiosa distribuzione proporzionale darebbe circa 13.600 acquisizioni nella classe più giovane, e poco meno di 10 mila nella più anziana. Prendendo per buone queste cifre, i risultati sarebbero quelli contenuti nella tabella 2.

Da 150 a 18. Ma pur sempre un saldo negativo

Quindi, in sostanza, la classe più giovane (25-34, che diventa 30-39 nel 2013) avrebbe avuto nel 2008-2013 ancora saldi migratori attivi tra gli stranieri, circa 24,5 mila nei cinque anni, ma non tra gli italiani, con quasi 10 mila uscite per altre regioni o per l’estero. Anche la classe più anziana mostrerebbe saldi migratori ancora attivi tra gli stranieri, ma negativi tra gli italiani, con circa 8000 uscite. Le classi di età citate dall’articolo del Corriere in sostanza hanno avuto sì un saldo migratorio negativo, ma questo è valutabile in prima approssimazione a circa 18 mila persone, probabilmente – ma non è possibile sapere quanti − in gran parte verso l’estero.

È del tutto evidente la larghissima imprecisione di questi calcoli; oltretutto, si è lavorato qui sui residenti, ma è facile immaginare che chi emigra per lavoro all’estero trasferirà la residenza quando è certo che vi rimarrà almeno per qualche tempo, se non per sempre. In ogni caso, stime del tutto immaginarie o frutto di calcoli errati non aiutano certo ad affrontare i problemi.

 


[1] La fonte è il sito web dell’ISTAT demo.istat.it , pagine Popolazione residente, Bilancio demografico, Dati precensuari.

[2] Ricavabili per differenza tra popolazione  totale e stranieri (per questi ultimi: fonte ISTAT, sito web demo.istat.it , pagine Cittadini stranieri e Dati precensuari).

[3] Ne ha parlato A. Rosina, I giovani senza lavoro e il futuro che si meritano , pubblicato in Neodemos, 29/05/2013, che concludeva il suo intervento con la frase: “L’alternativa (a un lavoro soddisfacente in Italia), sempre più presa in considerazione, è un futuro altrove”.

[4] Sulla difficoltà di avere informazioni sufficienti su questo argomento ha scritto M. Livi Bacci, Fuga dei cervelli”: o non c’è o non si vede. Per ora, pubblicato in Neodemos, 06/02/2013.

[5] I decessi per età negli anni più recenti non sono ancora noti.


 

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