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L’università in Italia: gli ultimi 10 anni

Gustavo De Santis

La recente legge 133/2008 contiene numerosi interventi volti al contenimento della spesa pubblica. Tra questi, alcuni toccano il sistema dell’istruzione, a tutti i livelli. Anche l’università ne è colpita, in due modi principali: riducendo il fondo di finanziamento ordinario (cioè, i soldi che ogni anno lo stato trasferisce all’università) e limitando fortemente il ricambio del personale. Per ogni anno, si potrà procedere a nuove assunzioni solo nei limiti del 20% di quanto si spendeva per il personale che va in quiescenza. In pratica, poiché i neoassunti guadagnano mediamente meno di chi va in pensione, il rapporto tra numero di neo-assunti e numero di neo-pensionati sarà un po’ più alto del 20% – ma la limitazione è comunque drastica.

Nelle interviste agli organi di informazione, il Ministro Gelmini sostiene che il sistema dell’istruzione in genere – e quello universitario in particolare, per quel che ci interessa qui – è una fonte di sprechi, inefficienze, nepotismi, baronie, e via dicendo, e che una tiratina di briglie (e di cordoni della borsa) non può fargli che bene. Attenzione però al non sequitur tra le due parti del discorso: che il sistema universitario non funzioni bene è vero, purtroppo, e, in parte, lo vedremo anche noi tra un attimo. Ma la soluzione giusta è togliere i soldi, e lavarsene le mani?

Numeri impietosi

Negli ultimi tempi l’occupazione in Italia è, fortunatamente, cresciuta: da 20,2 milioni nel 1997, gli occupati sono diventati 23,2 nel 2007, con una variazione del +15% in 10 anni. Bene. Ma le cose sono andate anche meglio per il personale docente delle Università (fig. 1), distinto nelle sue tre fasce (ricercatori, associati e ordinari), in ordine crescente di stipendio, prestigio e, almeno in teoria, bravura e impegno. I 49 mila docenti del 1997 sono diventati 61 mila nel 2007 (+26%).

Contemporaneamente, anche gli iscritti sono aumentati, ma solo del 7%: da  1,67 milioni a 1,80 milioni. Ogni docente universitario, che aveva di fronte a sé 34 studenti nel 1997, se ne trova oggi davanti solo 29. Mediamente, beninteso, perché le diverse realtà universitarie presentano una grande variabilità, sotto tutti i possibili profili, e quindi anche sotto questo.

Questo migliorato rapporto ha dato qualche frutto? Sì, se si guarda al numero dei laureati, che dai 132 mila all’anno nel 1997 sono passati, con crescita regolare, a 300 mila nel 2007. Sì anche se si guarda al numero delle matricole (iscritti al primo anno), che sono salite da 320 mila nel 1997 a 467 mila nel 2007 – avvicinando quindi l’Italia agli obiettivi di Lisbona per quanto riguarda l’istruzione (v. Stefano Molina  su Neodemos). Ma non tutto è oro quel che luce: oggi il sistema delle lauree prevede il “3+2”: tre anni per una “Laurea breve”, o di primo livello, più, volendo, altri due anni per una Laurea magistrale – equipollente però, nei concorsi pubblici (e, secondo molti, anche nella sostanza di quel che si impara), all’unica laurea, quadriennale, del vecchio ordinamento. Insomma, dove occorrono oggi due lauree e cinque anni di università, in un recente passato bastavano quattro anni di studio e una laurea sola. Che questo inflazioni il numero delle lauree non è un gran sorpresa. E pare che non serva neanche a discriminare tra studenti bravi e meno bravi – tutti appiattiti verso l’alto da voti di laurea molto generosi (cfr. Modica su LaVoce;).

Nel frattempo sono cresciuti i corsi universitari (da 2.700 nel 1997 a 8.600 nel 2007), e con essi il carico di lezioni per ogni docente, aggravato da una pletora di esami (cfr. Balducci, Monticini, Rizzolli su LaVoce). Neanche sotto il profilo dei “fuori corso” si va tanto bene. Il loro peso sul totale degli iscritti all’università è sempre stato alto, in Italia, ma negli ultimi 10 anni è venuto ulteriormente crescendo, sia pur in modo irregolare: dal 36% del 1997 siamo arrivati al 46% nel 2007.

Vabbé, direte voi, il meccanismo non è particolarmente efficiente: ma una volta arrivati al sospirato pezzo di carta? E no, purtroppo neanche lì le cose funzionano a dovere: i salari di ingresso per i giovani sono molto bassi, con o senza laurea (cfr. Rosolia e Torrini su Neodemos); anche se è vero che, in seguito, i laureati guadagnano di più (cfr. Ocse, Education at a Glance 2007).

Quanto è bella giovinezza (che si fugge tuttavia)

La piramide per età dei docenti universitari non ricorda molto una piramide (fig. 2). Si nota, innanzi tutto l’escrescenza dei docenti (uomini) di circa 60 anni e delle docenti (donne) di circa 58, conseguenza di una politica di porte prima chiuse e poi improvvisamente (troppo) aperte, con l’immissione in ruolo, ope legis, di tanti precari, non tutti particolarmente meritevoli.

La forma della figura del 2007 non è poi troppo diversa da quella di 10 anni prima, ma è leggermente più vecchia, sia in generale sia, e questo è l’aspetto più preoccupante, tra i ricercatori: conseguenza, tra l’altro dell’età sempre più elevata a cui si entra in ruolo – e non solo all’università (cfr. Massimo Livi Bacci, Avanti giovani, alla riscossa, Bologna, Il Mulino, 2008).

Tab. 1 – Alcune caratteristiche del personale docente delle università italiane (1997 e 2007)

Ordinari Associati Ricercatori Totale
Età media
1997 58,1 53,1 43,2 50,4
2007 59,1 52,3 45,0 51,6
Percentuale di donne
1997 11% 26% 40% 26%
2007 18% 33% 45% 32%
  Peso relativo delle tre fasce di docenza
1997 27% 32% 41% 100%
2007 32% 30% 38% 100

Fonte: Elaborazioni su dati dell’Ufficio di statistica del MUR (Ministero dell’Università e della Ricerca)

Nel corso degli ultimi 10 anni, la quota di occupazione femminile è aumentata in tutte e tre le fasce, e questo è indubbiamente un buon segno, benché le donne rimangano minoritarie, soprattutto tra gli ordinari (dove sono appena il 18%). Ma forse non altrettanto buono è il segnale che deriva dalla composizione per fasce di docenza, con gli ordinari che pesano ormai praticamente un terzo del totale, cioè, più o meno, quanto ciascuna delle altre categorie. E il criterio di rarità che dovrebbe accompagnarsi all’eccellenza?

Ma, alla fine, quanto valide sono le università italiane?  E’ difficile dare una risposta a questa domanda, perché il criterio di validità è multidimensionale e sfuggente: entrano le strutture, la qualità dei docente, l’accoglienza della sede, ecc. Esistono però numerose graduatorie internazionali delle università del mondo: discutibili, certo, e forse non del tutto indipendenti tra di loro. Ma indicative. La miglior università italiana appare essere ora Bologna, ora Milano; ora Roma, ecc. Troppa variabilità è sospetta, d’accordo, ma una costante c’è: la miglior università italiana non scende mai al di sotto del 95° posto della lista, con le altre che seguono molto staccate. Un po’ poco per un paese del G8, non vi pare?

“… al mal de quien la causa no se sabe, …
milagro es acertar la medicina”. Lo sapeva Cervantes, agli inizi del 17° secolo. Lo saprà anche il ministro Gelmini?
Di chi o di cosa è la colpa se le cose non vanno? La lista dei sospetti è lunga, e, come nel film “Assassinio sull’Orient Express”, i colpevoli potrebbero essere numerosi: i concorsi sono poco trasparenti, già dai primissimi livelli della carriera (e, non a caso, le Università sono piene di parenti: cfr, “L’ateneo al voto tra i parenti” La Repubblica); le sedi e i corsi di laurea si sono moltiplicati senza senso; il sistema non premia chi lavora bene e non penalizza chi lavora male; la burocrazia invade ormai ogni angolo e da tempo è diventata un ostacolo, anziché una guida, al lavoro; i professori seri, che bocciano agli esami, si ritrovano davanti gli stessi studenti anche 7 o 8 volte all’anno, e, per giunta, mettono in cattiva luce le loro Facoltà, perché, tra i parametri di valutazione dell’efficienza (!), lo Stato ha inserito la percentuale delle matricole che giunge alla laurea e il tempo da esse impiegato. Di conseguenza, ovviamente, Atenei e Facoltà fanno a gara a offrire i corsi più facili, al fine di accaparrarsi più studenti, laurearli più in fretta e apparire più efficienti. La sola cosa strana è che nessuno abbia ancora pensato alla possibilità di consegnare il certificato di laurea immediatamente, al momento stesso dell’iscrizione: 100% di matricole laureate, e in tempi record!
Altre soluzioni, al momento, non se ne vedono, men che meno nelle carte del ministro Gelmini: chi ha affossato l’università resti pure al suo posto; i meccanismi perversi continuino pure a operare. E i giovani vadano a cercar lavoro altrove.

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