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L’Unione Europea: se 27 vi sembran pochi…

Massimo Livi Bacci

Una parte rilevante dell’opinione pubblica è poco generosa verso l’Unione Europea, considerata lontana dai cittadini, con eccessive bardature burocratiche e troppo intrusiva dell’autonomia degli stati. Eppure basterebbe rivolgere lo sguardo all’Europa dilaniata, devastata, distrutta dal tremendo conflitto mondiale per essere riconoscenti al miracolo straordinario sotto i nostri occhi: 27 paesi – dall’Atlantico al Mar Nero, dal Mediterraneo al Circolo Polare – uniti in un patto politico e civile, oltre che economico.

Molti ritengono, però, che il processo di allargamento abbia progredito troppo velocemente, a detrimento del rafforzamento istituzionale, e che una “pausa di riflessione” sia necessaria. Eppure altri paesi, candidati ufficiali ed aspiranti, bussano alle porte dell’Unione. Nel 1958, i sei paesi aderenti al Trattato di Roma, contavano 167 milioni di abitanti su 470 (il 35,5%) dell’intera Europa (senza la Russia) e coprivano un quinto della sua superficie; nel 2007, i 27 paesi che sfiorano il mezzo miliardo di persone, rappresentano l’82% della popolazione del continente ed i quattro quinti della sua estensione (figura 1).    
 
Il processo di allargamento
A fine 2008, il processo di allargamento della Unione Europea coinvolge i paesi dei Balcani occidentali (Croazia, Serbia, Bosnia- Erzegovina, Montenegro, Repubblica di Macedonia, Kosovo, Albania) e la Turchia. Croazia, Repubblica di Macedonia e Turchia hanno lo status ufficiale di “Paesi Candidati” (Croazia e Turchia dal 2004 e Macedonia dal 2005); gli altri paesi – ad eccezione del Montenegro – hanno firmato Accordi di Stabilizzazione e Associazione (ASA). In Montenegro e Kossovo l’Euro è la moneta corrente. I sei paesi dei Balcani occidentali – la ex Jugoslavia, meno la Slovenia e con in più l’Albania – rappresentano un insieme relativamente piccolo rispetto alla UE-27: la popolazione di 24 milioni è pari al 5% di quella della UE; pari al 5% della superficie è l’estensione geografica, e inferiore al 2% è il PIL, mentre il reddito pro-capite è pari a un terzo di quello medio europeo. Insomma, un complesso di stati relativamente piccolo per dimensioni che pone, sicuramente, ardue sfide politiche.
Sotto il profilo geo-politico i Balcani occidentali rappresentano oramai una enclave, circondati completamente, come sono, da paesi appartenenti alla UE e dal mare Adriatico. Il graduale inglobamento di quest’area nell’Unione appare un processo irreversibile: la Croazia è il paese capofila in questo processo. D’altro canto, l’ulteriore consolidamento dei paesi UE confinanti con questa regione – Romania e Bulgaria quali presentano ancora notevoli problemi dal punto di vista della solidità del governo, della pubblica amministrazione e della giustizia – è una condizione essenziale perché il processo di allargamento balcanico avvenga all’interno di una solida cornice.
Confrontati con il tema dell’ulteriore allargamento della UE, i maggiori attori europei hanno sviluppato, negli ultimi tempi, crescenti cautele. Il deciso “no” alla Turchia in Europa della Presidenza francese; il “no” irlandese nel referendum sul trattato di Lisbona; il conflitto tra Russia e Georgia; la gravità della crisi economica: sono tutti elementi che suggeriscono di continuare nel processo preparatorio, ma con gradualità e prudenza. Trapela la preoccupazione dei rischi insiti nel procedere speditamente nell’allargamento senza avere rafforzato le istituzioni europee e delle difficoltà inerenti all’inclusione di stati eterogenei, con un livello di sviluppo molto più basso (PIL pro capite inferiore a un terzo della media della UE-27) e istituzioni inadeguate quando non addirittura da costruire (Kosovo)[1]. Pesano negativamente sia la sensazione che l’opinione pubblica si sia un po’ raffreddata verso le istituzioni europee[2], sia le difficoltà incontrate da alcuni paesi di recente accessione. In conclusione, il processo di allargamento si trova in una fase transitoria e di incertezza. Eppure, alla lunga, appare inevitabile e conveniente, per la stabilità dell’Europa, la “buona” inclusione dell’enclave balcanica.
 
Problemi e ostacoli per l’inclusione dei Balcani occidentali
Molti ostacoli permangono sulla strada dell’allargamento balcanico. In quasi tutti i paesi – salvo che in Croazia, oramai nella fase conclusiva dei negoziati per l’adesione con l’ostilità, però, della Slovenia – sussistono gravi problemi di debolezza strutturale, che riguardano la fragilità delle istituzioni, in particolare dell’ordinamento giudiziario, l’alto grado di corruzione, la criminalità organizzata, problemi irrisolti con le minoranze interne, conflitti tra stati confinanti. In Macedonia rimangono forti preoccupazioni per la stabilità politica anche a seguito di elezioni marcate da gravi irregolarità. Per la Serbia – il paese più forte e stabile dell’area – i progressi riguardano soprattutto il nuovo orientamento politico; l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA) è stato firmato, ma sono state solo parzialmente soddisfatte le richieste del Tribunale Internazionale (con la consegna di Karadzic) e permangono problemi relativi al riordino della giustizia e alla lotta alla corruzione. In Bosnia-Erzegovina, è stato firmato l’accordo (ASA), ma sul futuro getta un’ombra inquietante la messa in discussione, sul piano interno, degli accordi di Dayton-Parigi. Per quanto riguarda il Kosovo, la costruzione di uno stato moderno e vitale è appena allo stato iniziale.
 
L’avvicinamento della Turchia
La questione Turchia è, sicuramente, su un piano diverso per le dimensioni del paese e la sua collocazione all’esterno dell’Europa storica. In primo luogo, le sue dimensioni: geograficamente essa si commisura al 18% della superficie UE-27 (ed è una volta e mezzo più estesa della Francia, il paese più grande dell’Unione); demograficamente vale il 15% della popolazione dell’Unione (e tra 15-20 anni potrebbe essere più popolosa della Germania, oggi al primo posto nella UE); il suo PIL vale il 5% di quello europeo, con reddito pro-capite pari ad un terzo di quello del medio cittadino dell’Unione.  La religione islamica dei suoi cittadini è, senza dubbio, la maggiore causa dell’ostilità all’inclusione della Turchia. Un’ostilità nutrita anche dalla demografia in espansione che contrasta con la debolezza europea. Tuttavia i livelli di fecondità sono oramai prossimi al rimpiazzo, e l’esuberanza della crescita è in via di forte attenuazione. Infondato è anche il timore di una nuova spinta emigratoria verso il cuore del continente: la Turchia, da più di un decennio, è diventata paese di immigrazione. Sulla strada dell’inclusione in Europa restano, tuttavia, l’insoluta questione cipriota e il conflitto interno con la componente Curda.
Nonostante l’indecisione o l’ostilità di diversi paesi dell’Unione, la Turchia si conferma determinata a perseguire speditamente le riforme interne necessarie per accedere alla UE. Non è chi non veda che la stabilità “esterna” dell’Europa, nelle relazioni con l’area mediorientale e con quella caucasica, dipenderà dal solido ancoraggio della Turchia al continente europeo. Quando, e se, questo ancoraggio debba diventare inclusione è tema di dibattito: ma una Turchia solidamente legata all’Europa è nell’interesse dell’Europa e dell’Italia.
 


[1] Commissione delle Comunità Europee, Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo e al Consiglio. Strategia di allargamento e sfide principali per il periodo 2008-2009, COM(2008) 674 def., del 5-11-2008
[2] Eurostat, Eurobarometro n. 69, Novembre 2008

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