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Longevità: non tutto è progresso

Massimo Livi Bacci

Pur immersi in una grave crisi, i cittadini dei paesi ricchi sono convinti che l’allungamento della vita sia un progresso acquisito ed irreversibile. E ciò nonostante esempi clamorosi, come l’inversione di tendenza avvenuta in Russia – e in minor misura in altri paesi satelliti – dove la speranza di vita è clamorosamente caduta negli anni ’90. In Italia (2011) questa sfiora oramai gli 85 anni per le donne e gli 80 per gli uomini, ai primissimi posti nel mondo. Ma nulla è irreversibile, e anche la buona longevità può essere mesa in crisi per motivi economici, politici e anche biologici. Il costo della salute sta rapidamente crescendo ovunque: è oggi (2010) dell’ordine del 9-12 per cento nei maggiori paesi Europei e supera addirittura il 17 per cento negli Stati Uniti1. La spinta alla moderazione dei costi può compromettere la qualità e l’accesso – universale in Europa – alle cure mediche. Né è da escludere l’insorgere (o il risorgere) di nuove pandemie, come avvenne per l’influenza nel 1918-19 o per l’AIDS negli anni ’80. Infine l’approfondirsi delle disuguaglianze avvenuto nei paesi ricchi negli ultimi due decenni si riflette in forti disuguaglianze nella sopravvivenza.

Longevità negli Stati Uniti: non i primi della classe.

Gli Stati Uniti non brillano nelle graduatorie mondiali della salute, nonostante l’alta spesa sanitaria, gli eccellenti livelli della ricerca, i centri avanzatissimi di cura. Se si assume come indicatore la speranza di vita alla nascita, oggi si situano in coda alla graduatoria dei paesi sviluppati: i 75,4 anni per gli uomini e gli 80, 4 delle donne, nel 2010, sono oltre 4 anni in meno di quanto non raggiungano uomini e donne in Italia. Un distacco davvero notevole. Va aggiunto anche che le differenze nella sopravvivenza – tra gruppi etnici e, all’interno di questi, secondo il reddito o il grado di istruzione – sono assai più forti di quanto non avvenga in Europa. Stime riferite al 2008 indicano che le donne bianche (non hispanic , cioè non di origine latino-americana) che non hanno un’istruzione superiore (high school) hanno una speranza di vita di 73,5 anni, contro 83,9 per quelle con un diploma universitario. Le differenze sono ancora più ampie per gli uomini: 67,5 e 80,42.  Stili di vita, modelli di nutrizione e differenziato accesso alle cure mediche (si ponga mente al fatto che tra i 40 e i 50 milioni di americani sono privi di assicurazione) sono le cause più citate della particolarità americana.

La regressione delle donne bianche poco istruite

La ricerca – da cui abbiamo tratto i dati sopra riportati – è stata finanziata dalla MacArthur Foundation ed  è stata accolta con un certo clamore, e non solo per i forti divari sopra riportati. Infatti, questi si sono fortemente allargati tra il 1990 e il 2008: le donne (bianche non hispanic) con meno di 12 anni di istruzione hanno perso 5 anni di speranza di vita, gli uomini 3 anni. In parte questo processo è dovuto al fatto che la proporzione di donne ed uomini  in questa categoria poco istruita si è quasi dimezzata in questi due decenni e questo ha implicato un processo di selezione. Tuttavia il dato è preoccupante perché la marcia indietro contrasta con quanto avvenuto tra i neri e gli hispanics con lo stesso grado di istruzione tra i quali, nello stesso intervallo,  la speranza di vita si è allungata, sia pur di poco. Ma anche per questi gruppi si è allargato il divario rispetto alle donne e agli uomini con maggiore grado di istruzione. Il direttore della ricerca, Jay Olshansky, della University of Illinois di Chicago, ha commentato i risultati dicendo che “ci sono due Americhe” divise, oggi, più dalla barriera socio-economica che da quella razziale. 

Le ragioni del peggioramento della sopravvivenza dei meno istruiti debbono essere meglio analizzate, per poter mettere in piedi adeguate politiche per contrastare e allentare i divari che hanno pericolose implicazioni sociali. E’ un argomento oramai prioritario per la ricerca e all’attenzione dell’opinione pubblica. Tra le cause prime della pessima performance della sopravvivenza vengono costantemente citate l’eccesso di assunzione di farmaci; l’obesità crescente; l’alta proporzione delle fumatrici tra le donne meno istruite; l’aumento delle persone sprovviste di assicurazione sanitaria tra le persone con minori mezzi finanziari. Nello stesso giorno, un giornale americano a larga diffusione3 riportava in grande evidenza due articoli. Il primo con i risultati di un’indagine, pubblicata sullo International Journal of Obesity, secondo la quale la proporzione dei “grandi obesi” (coloro che pesano 100 libbre – 45 chili – più del peso normale) è aumentata tra gli adulti dal 3,9% nel 2000 al 6,6% nel 2010 (15,5 milioni di persone). Il secondo articolo aveva i risultati di un’indagine del Bureau of the Census, secondo la quale il numero medio di visite annuali (tra gli adulti tra i 15 e i 64 anni) ad un medico o ad un ospedale, sono diminuite da 5 a 4, in parte per ragioni economiche e in parte per la difficoltà di trovare un medico disponibile.

Dietro le possibili cause sopra citate, ce ne sono altre più profonde: non a  caso le ricerche  mettono sull’avviso che la buona sopravvivenza richiede una maggiore coesione sociale e una istruzione migliore,  più diffusa, e continua nel ciclo di vita.

Note

1 – OECD, Health at a Glance 2011, Paris, 2012

2 – Jay Olshansky et al., Differences in Life Expectancy Due to Race and Educational Differences are Widening, and Many May not Catch Up, “Health Affairs”, vol. 31, n. 8, Agosto 2012. I risultati sono stati ripresi – e rilanciati dai media – dal New York Times, del 20 settembre, con un articolo di Sabrina Tavernise, Life Spans Shrink for Least-Educated  Whites in the U.S.

3 – Si tratta di USA Today, 3 ottobre 2012

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