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L’integrazione delle comunità immigrate e l’imprenditoria straniera

La Redazione

Nel primo quindicennio di questo secolo, l’Italia è stata mèta di un flusso di immigrazione tra i più intensi nel mondo sviluppato, smorzato ma non spento negli ultimi anni di grave crisi. Ancora nel 2014, le entrate di migranti hanno superato le uscite di 142.000 unità. Molti fattori, anche strutturali, sono alla radice del fenomeno, quali la debolezza demografica e il forte invecchiamento della popolazione; un’economia con importanti settori ad alta intensità di manodopera; una forte segmentazione del mercato del lavoro; una bassa mobilità interna; un welfare familiare debole e squilibrato, che le famiglie integrano con collaboratrici straniere; una normativa obsoleta e inadatta a regolare la migrazione di massa, come oramai è quella verso il nostro Paese.

Gli immigrati e i loro discendenti contribuiscono in maniera significativa al rinnovo della società italiana; gli stranieri regolari sono 5,1 milioni e costituiscono l’8,3% della popolazione; i figli di madri straniere sono il 19,1 per cento del totale delle nascite; gli occupati non italiani sono l’l 1% del totale degli occupati e partecipano in maniera significativa alla formazione del PIL. La recentissima rilevazione di Unioncamere conferma il buono stato di salute dell’imprenditoria straniera, in espansione nonostante la crisi, e in controtendenza rispetto a quella italiana. Nel 2014, le imprese individuali intestate a stranieri sono cresciute del 7,3% sul 2013 e rappresentano il 10% del totale delle imprese con questa forma giuridica. La maggiore incidenza si riscontra nel settore dei servizi alle imprese (22%), nel commercio (15,3%) nelle costruzioni (14,6%). Considerando anche le società di capitali, la presenza immigrata nel mondo imprenditoriale raggiunge le 500mila unità.

L’incontro si propone di esplorare natura e struttura dell’imprenditoria straniera per meglio comprendere sia le ragioni del suo dinamismo, sia gli ostacoli che essa incontra per radicarsi ed affermarsi. Verrà esplorato il profilo sociale e familiare ed il percorso lavorativo del migrante (ultimo lavoro nel paese di origine e primo lavoro in Italia), per evidenziare gli eventuali fattori che hanno favorito l’esperienza imprenditoriale. Si discuterà la capacità dell’imprenditoria straniera di creare nuova occupazione, di rispondere alla richiesta di servizi da parte delle comunità dei connazionali, di creare nuove attività attraenti per l’intera società, di costruire “ponti” con i paesi d’origine e attrarre nuovi investimenti. Verranno analizzati anche gli ostacoli particolari inerenti al “fare impresa” in Italia, con particolare riguardo al reperimento delle risorse finanziarie.

Nonostante il gran parlare dell’avvento della società della conoscenza, occorre constatare che i lavori manuali faticosi e a basso riconoscimento sociale sono ancora una componente insostituibile dell’economia, e che è elevato il fabbisogno di piccole imprese e lavoratori autonomi, in grado di soddisfare le domande di segmenti di mercato a basso potere di acquisto, di strutture urbane bisognose di manutenzione, di sistemi produttivi frammentati, di clienti che richiedono prodotti e servizi personalizzati. Nel rispondere a queste domande, gli immigrati stanno prendendo il posto degli operatori nazionali che lasciano e non trovano successori.

L’imprenditoria straniera è un potente fattore dell’integrazione delle comunità immigrate; un segnale che esse mettono radici e nella società; un’opportunità per rendere più dinamico e innovatore il sistema economico.

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