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L’insostenibile leggerezza della demografia italiana

Corrado Bonifazi

L’Istat ha recentemente aggiornato le proprie previsioni demografiche[1], cercando così di delineare quello che potrebbe essere il futuro della popolazione del paese nei prossimi 50 anni. “Nel lungo termine saremo tutti morti”, ammoniva Keynes per invitare a diffidare delle analisi economiche di lungo periodo, ed anche se le variabili demografiche possono contare su un’inerzia ben maggiore di quelle economiche è evidente che quanto più ci si allontana dall’anno base tanto meno probabile diventa l’effettivo realizzarsi di quanto previsto.
Le nuove previsioni dell’Istat
A differenza però delle previsioni economiche, quelle demografiche di lungo periodo hanno il pregio di mostrare con chiarezza i potenziali effetti delle tendenze in atto, non sempre altrettanto evidenti nell’osservazione di breve periodo. In tal modo, esse conseguono anche un risultato non certo disprezzabile: catturano, almeno per un giorno, l’interesse dei mezzi di comunicazione sui cambiamenti più rilevanti che potrebbero determinarsi nella popolazione del paese. E di cambiamenti rilevanti nella struttura demografica le ultime previsioni dell’Istat ne evidenziano più di uno, come era inevitabile in un paese che da decenni conosce una fecondità ben al di sotto del livello di sostituzione e che ha visto negli ultimi 20 anni una straordinaria crescita dell’immigrazione.Due fattori demografici sono, quasi sicuramente, destinati a pesare con maggior forza nel futuro del paese: l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della popolazione straniera. Sono due processi che si realizzano, anche se con maggiore o minore intensità, in tutte e tre le ipotesi considerate dall’Istat (scenario centrale, alto e basso). Ciò ci permette di limitare l’attenzione alla sola ipotesi centrale, che prevede un leggero aumento della fecondità (da 1,42 a 1,61 figli per donna), un aumento nei 50 anni di 7 anni nella speranza di vita e un saldo migratorio declinante ma sostanzioso, pari complessivamente a 12 milioni di unità nel periodo considerato.      
Invecchia la popolazione e diminuisce la popolazione in età lavorativa
Nell’ipotesi centrale la popolazione dovrebbe aumentare in 50 anni di quasi 700 mila unità, raggiungendo nel 2065 i 61,3 milioni. Molto più rilevanti sono però i cambiamenti strutturali. L’età media della popolazione dovrebbe crescere dagli attuali 43,5 anni ai 49,8 del 2065 e dovrebbe cambiare notevolmente il peso delle diverse classi di età (Fig. 1). In particolare, ponendo come limiti dell’età lavorativa i 20 e i 70 anni, si ha che tra il 2011 e il 2065 si dovrebbe ridurre di un paio di punti percentuali il peso dei giovani e di quasi dieci quello degli adulti, mentre la percentuale di anziani passerebbe dal 15,3 al 26,8 della popolazione. Più di una persona su quattro avrebbe così più di 70 anni e su 100 persone in età da lavoro graverebbero 78,3 inattivi contro i 51,8 attuali. Un aggravio del 50% che andrebbe compensato, a parità degli altri fattori, da un analogo aumento della produttività del lavoro. In termini assoluti queste tendenze implicano che, nonostante la robusta immigrazione, la popolazione in età lavorativa dovrebbe conoscere una perdita di 5,5 milioni di unità, mentre i giovani calerebbero di 900 mila, e gli anziani aumenterebbero di 7,1 milioni.
Continua a crescere la popolazione straniera
Ancora più rilevanti sono i cambiamenti nella composizione della popolazione per cittadinanza.Nel periodo considerato, gli italiani diminuirebbero di 8,8 milioni di unità, scendendo da 56,1 a 47,2 milioni, nonostante i 7,6 milioni di naturalizzazioni previste dall’ipotesi centrale. Da parte loro, i cittadini stranieri residenti nel nostro paese aumenterebbero di 9,5 milioni, passando da 4,6 a 14,1 milioni. In termini percentuali ciò significa che, stando all’Istat, nel 2065 la popolazione straniera dovrebbe rappresentare il 23% del totale. Quasi un residente su quattro sarebbe dunque straniero e ancor più elevata sarebbe la quota di popolazione straniera tra i giovani (29,6%) e gli adulti (24,7%) (Fig. 2).
La “leggera” demografia italiana
Alcune di queste tendenze sono scritte nella storia demografica del paese, altre sono, invece, il frutto delle ipotesi previsive dell’Istat e potrebbero essere anche radicalmente smentite. Quello che appare certo è che la “questione demografica” è destinata ad assumere un sempre maggior rilievo nella vita della società italiana. Una persistente bassa fecondità, come quella italiana, determina inevitabilmente un pesante invecchiamento e, nel lungo periodo, una diminuzione della stessa popolazione. Una immigrazione, anche robusta, può ridurre questi effetti ma non eliminarli. Sono processi tanto intensi da meritare di essere posti al centro dell’agenda politica di un paese che vuole ragionare seriamente sul proprio futuro, comprendendo che i giovani vanno messi in condizione di fare figli e gli immigrati stranieri sono ormai parte integrante e importante della nostra società. Gli attuali sono tempi di difficoltà e ristrettezze, ma proprio per questo vale la pena di indirizzare nel modo migliore le scarse risorse disponibili. Il miglioramento della condizione dei giovani e una più consapevole politica dell’immigrazione e dell’integrazione appaiono due obiettivi fondamentali anche per disegnare un futuro demografico più roseo di quello previsto dall’Istat


[1] http://www.istat.it/it/archivio/48875

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