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Le questioni in gioco nel definire l’età alla pensione delle donne

Chiara Saraceno

Eliana Viviano si chiede retoricamente se il lavoro domestico sia lavoro e, nel caso, se non sia giusto compensarlo almeno in termini di anzianità pensionistica. Sulla scia di una sostanziosa letteratura in argomento che, specie negli Stati Uniti, ha una storia ultratrentennale, i suoi calcoli mostrano efficacemente che, se si considera sia il lavoro pagato che non pagato, le donne italiane che abbiano almeno trent’anni ininterrotti di occupazione di fatto ne hanno lavorati cinque in più degli uomini con una analoga storia nel mercato del lavoro. La differenza sta appunto nel tempo dedicato al lavoro familiare (non solo domestico, ma di cura), che più che compensa il più ridotto, in media, orario di lavoro per il mercato. La differenza di cinque anni nell’età pensionistica tra uomini e donne avrebbe quindi una giustificazione empiricamente solida. Si tratterebbe di un atto di pura equità. La Corte Europea nel negare la legittimità di quella differenza di fatto negherebbe la dignità di lavoro al lavoro domestico e di cura non pagato. Le cose sono tuttavia più complicate e coinvolgono questioni di equità – tra donne e uomini, ma anche tra donne – a più livelli.

 

Il lavoro familiare va compensato? Da chi e a chi?

Il ragionamento di Viviano è sicuramente accattivante e molto popolare in ambienti femministi e sindacali. Tuttavia, anche perché non distingue tra lavoro domestico e di cura, lascia aperte alcune questioni non piccole. La prima riguarda a chi spetti l’onere di farsi carico di riconoscere economicamente (in questo caso con una pensione fruita anticipatamente e per più anni) il lavoro famigliare. Allo stato, o meglio alla collettività – uomini e donne – che tramite contributi e tasse finanzia le pensioni, o a chi entro la famiglia beneficia di quel lavoro? In molti paesi, e in certa misura anche nel nostro, la collettività riconosce in parte il lavoro di cura svolto nei confronti di persone non autosufficienti, in particolare i bambini molto piccoli: tramite il riconoscimento di contributi figurativi per ciascun periodo di congedo di maternità e genitoriale, oltre che nella forma di congedi remunerati. Ciò è motivato dall’idea che avere un figlio ed occuparsi di un figlio piccolo producono un bene sociale che va almeno in parte riconosciuto, appunto, dalla collettività che ne beneficia. E’ uno strumento che meriterebbe sicuramente di essere rafforzato nel nostro paese, contestualmente all’aumento della indennità durante il congedo genitoriale. E andrebbe allargato anche ai periodi in cui ci si prende cura di una persona non autosufficiente.

Ma già qui si apre un problema di equità: perché ciò dovrebbe avvenire solo per le donne occupate? Se quello che viene riconosciuto è il valore sociale della attività svolta, i contributi figurativi per ciascun figlio e per altre attività di cura nei confronti di persone non autosufficienti dovrebbero essere pagati a prescindere dallo status occupazionale ed essere aggiuntivi rispetto a quelli maturati nel rapporto di lavoro. E’ ciò che avviene, ad esempio, in Germania, ove accanto ai contributi figurativi durante il periodo di congedo per le occupate,  per ogni figlio ogni madre matura un anno di contributi figurativi. Ovvero “la carriera nella cura” costituisce una base autonoma per un diritto alla contribuzione a carico della collettività. Ciò avrebbe due conseguenze non irrilevanti. La prima riguarda l’equità tra uomini e donne, ma anche tra donne: il riconoscimento andrebbe non statisticamente ad un gruppo sociale ma a chi effettivamente svolge il lavoro di cura. Quindi ne potrebbero fruire anche gli uomini che prendessero il congedo genitoriale o si dedicassero alla cura di una persona non autosufficiente. La seconda riguarda proprio l’età alla pensione: avendo una storia contributiva più lunga, perché i contributi legati alla cura si sommerebbero a quelli legati al rapporto di lavoro, le donne non sarebbero più strette tra l’opzione di una età più bassa, ma con una pensione pure più bassa, come avviene attualmente. Meglio ancora se, come da più parti auspicato, si re-introducesse, per le donne come per gli uomini, la flessibilità nella età alla pensione prevista dalla riforma Dini e poi cancellata dalle successive mini-riforme.

 

Compensare le donne per i benefici che gli uomini ricevono dalla divisione del lavoro?

Ma, si osserverà, il sovrappiù di lavoro (senza remunerazione e senza contributi) effettuato dalle donne rispetto agli uomini non riguarda solo il lavoro di cura, ma anche il lavoro domestico in senso stretto. Vero: le differenze esistono, benché in minor misura, anche quando non ci sono figli. Ma è proprio qui che la domanda su chi se ne debba far carico in termini di riconoscimento economico si ripropone con forza. Se è discutibile che debbano essere solo o prevalentemente le madri ad occuparsi di un bambino piccolo e le figlie ad occuparsi di un genitore anziano non autosufficiente, ancora più discutibile è che la collettività si faccia carico di riconoscere economicamente (tramite una fruizione della pensione più lunga) i benefici che gli uomini che hanno una moglie o madre che si occupa di loro traggono dalla divisione del lavoro domestico (per altro solo nel caso  delle donne occupate). Se proprio si volesse effettuare questo riconoscimento, esso andrebbe fatto all’interno della ricchezza pensionistica maturata dagli uomini che hanno fruito di quel beneficio, attribuendo alle mogli una quota parte della pensione maturata dai mariti (di nuovo a prescindere dallo status occupazionale delle donne. Ovvero si tratta di redistribuire internamente alla coppia i benefici derivanti dalla divisione del lavoro (come in parte si fa, o si dovrebbe fare, allorché una coppia si separa).

 

Non solo compensare, ma alleggerire il lavoro di cura

Aggiungo, come ho già argomentato altrove[1], che invece di compensare le donne per il maggiore carico di lavoro, pagato e non pagato, che effettuano nel corso della vita rispetto agli uomini tramite una più bassa età alla pensione, meglio sarebbe – oltre a riconoscere contributi per i periodi di cura – alleggerire parte del lavoro di cura, il più necessario e prezioso: dare tempo pagato adeguatamente quando è necessario (quindi quando si hanno figli piccoli, non quando sono già grandi) e fornendo servizi, inclusi quelli scolastici e quelli per le persone non autosufficienti, che nella loro organizzazione e qualità consentano serenamente a uomini e  donne di conciliare responsabilità di cura e partecipazione al mercato del lavoro. Ciò, per altro, aiuterebbe anche le donne che oggi fanno fatica a stare nel mercato del lavoro perché il carico di lavoro familiare è troppo pesante e che quindi spariscono dal novero delle occupate, quindi da quelle del cui lavoro di cura (e domestico) si chiede il riconoscimento a livello di regole pensionistiche.

 


[1] “La pensione non ha sesso”, su La Stampa, 22.11, 2008 e “Dov’è la vera parità tra uomini e donne?”, www.lavoce.info/articoli/-pensioni/pagina1000844.html

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