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Le pari opportunità fanno bene alla fecondità?

Maria Letizia Tanturri

Le istanze “femministe” sono spesso apparse in contrasto con le preoccupazioni dei demografi sulla bassa fecondità italiana. Fino a qualche anno fa sembrava inevitabile che maggiori opportunità per le donne nella società avrebbero comportato una riduzione della loro prole. Ma, d’altra parte, circolava l’idea che proprio per poter affermare il loro ruolo in ambiti diversi dalla famiglia, le donne avrebbero dovuto necessariamente avere meno figli.Oggi queste relazioni non sono più così scontate e l’aut-aut lavoro-famiglia sembra ormai aver lasciato il posto agli equilibrismi della conciliazione.

Si fanno più figli dove c’è più parità
Se mettiamo in relazione il livello di fecondità nei diversi paesi sviluppati con il loro grado di uguaglianza di genere (Gender-Related Development Index[1]) riscontriamo, sorprendentemente, che dove le donne stanno meglio, relativamente agli uomini, il numero medio di figli è più alto (Fig. 1). Ma anche un altro risultato desta sorpresa: si fanno più figli proprio nei paesi dove le donne sono occupate in proporzione maggiore (ad es. nei Paesi del Nord Europa o negli Stati Uniti). Solo 25 anni fa, invece, per le donne la scelta sembrava obbligata: più lavoro meno figli.

In Italia i figli ampliano le differenze di genere
Il nostro Paese  è tra quelli con pochi bambini e ancora poche donne al posto di lavoro (v. anche Luisa Rosti, Conciliazione vs. carriera: un patto di “selezione avversa”?, 30/10/2008). Proviamo a seguire i tassi di occupazione di uomini e donne italiane nelle varie tappe del ciclo di vita: fino a quando si è single, le differenze di genere sono piccole. Cominciano a crescere con la formazione di una coppia, ma il vero cambiamento avviene in presenza di figli in età prescolare. Il 74% delle giovani donne in coppia senza figli è occupata, ma se in casa c’è un bambino piccolo il livello di occupazione scende fino al 54% (- 20 punti percentuali). Le differenze di genere, così,  esplodono e, anche quando i figli crescono, restano ampie.
Le madri che restano al lavoro, se hanno figli piccoli, riducono il loro orario, e questo è comprensibile. Tuttavia, si comprendono meno le ragioni per cui i padri di bambini piccoli dedicano più tempo al lavoro di chi non ha figli. Forse devono compensare la perdita di guadagno che deriva dalla riduzione del reddito delle donne? In parte è così, ma questo non avviene in altri paesi (es. in Francia e in Svezia) e sembra legato proprio a specifici ruoli di genere. In effetti, nel nostro paese il divario di genere dei tempi per il lavoro domestico e di cura (ovviamente non retribuito) è ampio in tutte le fasi del ciclo di vita, ma ammonta addirittura a 40 ore a settimana nel caso della coppia con bambini sotto i sei anni, contro le 15 ore della coppia senza figli (Fig. 2).

Padri virtuosi fanno più figli?
Fin qui niente di nuovo: e sembra effettivamente che in Italia tutto sia improntato al tradizionalismo. Per fare figli, la coppia sceglie la specializzazione di genere e le donne rinunciano spesso al lavoro. Gli uomini, dal canto loro, si impegnano poco a casa e il loro impegno non aumenta significativamente né se la partner è occupata, né se la famiglia è più numerosa.
Alcuni studi recenti, tuttavia, mostrano interessanti segni di cambiamento proprio nelle coppie a doppio reddito: In cinque capoluoghi di provincia italiani[2] si è riscontrato che arriverà più frequentemente il secondo bebé se dopo la nascita del primo figlio i padri hanno aumentato il loro coinvolgimento nel lavoro domestico, si sono impegnati nelle attività di cura quotidiana del bambino e hanno ridotto il loro tempo libero. In modo analogo, se le madri dopo la prima nascita non hanno compresso il loro tempo di lavoro retribuito, sarà più facile fare il bis [Mencarini e Tanturri 2004].
In un altro studio sulle intenzioni di fecondità delle donne italiane, si è visto che se queste lavorano per più di 30 ore la settimana e se in casa si assumono più del 75% delle attività domestiche e di cura, saranno meno propense ad avere un secondo o un terzo bambino [Mills et al. 2008].

Le politiche di genere e la fecondità
Tali risultati suggeriscono che le politiche di genere, volte a ridurre le disuguaglianze tra uomini e donne e a garantire pari opportunità, potrebbero avere come utile effetto “collaterale” una ripresa della fecondità, facilitando le coppie ad avere il numero desiderato di figli. Le politiche tese a promuovere un cambiamento culturale avranno probabilmente effetti riscontrabili solo nel lungo periodo, ma misure concrete che enfatizzino il ruolo dei padri possono avere risultati nel breve termine. Si pensi ad esempio al congedo di paternità (sconosciuto nel nostro ordinamento), ossia un permesso a stipendio pieno, riservato solo ai padri, che le madri non possono utilizzare. Anche un aumento della retribuzione dei congedi parentali rispetto all’attuale 30% previsto dalla normativa italiana potrebbe incentivare una maggior numero di  padri a restare con i figli, così come forme di riduzione dell’orario di lavoro temporanee e reversibili.
In Germania e in Olanda, che recentemente hanno deciso di innalzare la  quota retribuita dei congedi, i risultati non sono mancati. Dal 2007, in Germania per dodici mesi viene erogato il 67% dello stipendio netto percepito fino a quel momento dal genitore in congedo, fino ad un massimo di 1.800 euro. Due ulteriori mesi sono un incentivo, per i papà, a mettersi in congedo. E’ prevista anche la possibilità dopo la nascita di ridurre l’orario di lavoro a massimo 30 ore settimanali, ricevendo anche in questo caso il 67 % della somma che viene a mancare. Da quando la nuova legge è entrata in vigore in Germania, la quota di neopadri che ha chiesto il congedo è triplicata arrivando al 10%. In Olanda, similmente, la quota è salita dal 15 al 40% da quando i padri possono prendere congedi a tempo parziale (ad es. otto ore la settimana per 36 settimane) e – dove previsto dai contratti collettivi – a stipendio pieno [Ferrera 2008].
Sembra quindi che una volta tanto demografi e femministe possano andare a braccetto!


[2] I capoluoghi considerati sono Padova, Udine, Firenze, Pesaro e Messina.

 

Per saperne di più:
Anxo, D., Flood L., Mencarini L., Pailhé A., Solaz A., and Tanturri M.L. (2007), Time Allocation between Work and Family Over the Life-Cycle: A Comparative Gender Analysis of Italy, France, Sweden and the United States. IZA Discussion Paper, No. 3193 (November), Available at SSRN: http://ssrn.com/abstract=1049381
Mencarini L. e Tanturri M.L. (2004), Time use, family role-set and childbearing among Italian working  women, Genus, vol. LX, n.1, pp. 111-137, ISSN: 0016-6987.
Mills M., Mencarini L., Tanturri M.L. e Begall K. (2008), Gender equity and fertility intentions in Italy and the Netherlands, Demographic Research, 18, 1, http://www.demographic-research.org/Volumes/Vol18/1/, ISSN: 1435-9871.

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