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Le migrazioni di qualità

Corrado Bonifazi
Gli spostamenti di personale qualificato e quelli per motivi di studio stanno diventando sempre più importanti nella scena migratoria internazionale. E’ evidente che, in un mondo in cui crescono velocemente competizione e integrazione, poter disporre attraverso l’immigrazione di risorse umane qualificate può rivelarsi un’arma vincente per aumentare o mantenere le proprie quote di mercato. Nel nostro paese si è ancora lontani dall’assegnare alle migrazioni qualificate quel ruolo centrale che è loro riconosciuto già da anni nelle politiche di Stati Uniti o Australia, e, più recentemente, in quelle di alcuni paesi dell’Unione (Germania, Francia, Irlanda, Olanda e Regno Unito). L’obiettivo esplicito di questi interventi è creare le condizioni per attrarre qualifiche e competenze utili al sistema economico nazionale per accrescerne il livello di competitività, con la consapevolezza che ciò avviene in un quadro di forte concorrenzialità con le altre possibili destinazioni. In Italia, come d’altra parte avveniva fino a non molto tempo fa in tutta l’Europa continentale, l’immigrazione viene invece vista come un fenomeno destinato quasi esclusivamente alla mansioni meno qualificate, da controllare e da limitare, ma non certo da agevolare. Al più, si è cercato di assicurare alle migrazioni qualificate qualche canale privilegiato che evitasse almeno alcune delle trafile e delle difficoltà previste per gli altri immigrati regolari.

Alcuni dati possono aiutarci a quantificare la distanza che, in questo campo, ci separa dagli altri paesi occidentali. Se consideriamo il numero di studenti immigrati presenti nel 2003, l’Italia si ferma a 36 mila unità ed è superata sia dal Canada che dalla Spagna, che ne ospitano, rispettivamente, 40 mila e più di 53 mila. L’Australia, che pure ha un terzo degli abitanti del nostro paese, ci supera di 5,2 volte con i suoi 190 mila studenti stranieri immigrati; ancora più grande la differenza che ci separa dai maggiori paesi dell’Unione, tutti abbondantemente sopra le 200 mila unità, e soprattutto dagli Stati Uniti dove, nonostante l’11 settembre e le successive restrizioni, si trovano quasi 600 mila studenti stranieri.

Questi sono dati significativi, che mostrano come l’Italia in questi anni abbia più pensato a limitare e controllare l’afflusso di studenti stranieri che non a promuoverlo. In effetti, il loro numero era molto più elevato prima che nella nostra legislazione venissero introdotti provvedimenti specifici di politica migratoria. Nel 1980, ad esempio, gli studenti stranieri regolarmente soggiornanti erano più di 57 mila e rappresentavano oltre un quinto dell’immigrazione regolare. All’inizio degli anni novanta, i cordoni di ingresso erano stati così ristretti che il loro numero era più che dimezzato (21 mila nel 1991) e la loro quota era scesa appena al 3,3% del totale. Negli anni successivi i permessi per studio sono cresciuti, ma non in modo tale da impedire un ulteriore dimezzamento del peso relativo (studenti su immigrati). E’ da chiedersi se le dimensioni attuali siano adeguate al ruolo che l’Italia riveste, o ambisce a rivestire, in campo internazionale. Ad esempio, restringere i criteri di accesso alle università italiane può rivelarsi controproducente, perché non si contribuisce più alla formazione di coloro che, nei prossimi anni, alimenteranno le migrazioni qualificate in tutto il mondo, e che entreranno a far parte delle classi dirigenti di molti stati.

Questi dati suggeriscono anche di inquadrare sotto una prospettiva più larga lo stesso dibattito sulla fuga dei “cervelli” italiani verso gli altri paesi sviluppati, che va analizzato considerando non solo le partenze, ma anche gli arrivi. Così, secondo i dati dell’Ocse, l’Italia, come la Germania, presenta una perdita complessiva di laureati, come risultato di un saldo negativo con gli altri paesi sviluppati e di una capacità di attrazione verso il resto del mondo molto modesta, e non sufficiente a cambiare il segno della bilancia migratoria totale. Una situazione diversa, ad esempio, da quella francese o inglese, che perdono verso gli altri paesi Ocse, ma che sono in grado di ribaltare questa situazione grazie all’interscambio con le altre aree geografiche. La Spagna, invece, presenta un saldo migratorio dei laureati positivo sia con l’area Ocse che in totale, anche se con capacità attrattive molto più contenute di quelle che caratterizzano Australia, Canada e Stati Uniti.

Nel caso italiano e in quello tedesco, la perdita di laureati verso i paesi di pari livello di sviluppo risulta più alta della capacità di attrarre persone con istruzione elevata dall’esterno dell’area Ocse. In Germania si è assistito, negli ultimi anni, a qualche tentativo per facilitare l’arrivo di personale qualificato, ma lo stesso non si può dire per l’Italia. Da noi, tuttavia, l’occasione si presenta forse adesso, con il dibattito sugli interventi di modifica alla legge Bossi-Fini: le migrazioni qualificate internazionali sono un’opportunità che potrebbe valer la pena sfruttare.

Approfondimenti

  • Oecd, International migration outlook. Annual report 2006 edition, Oecd, Paris, 2006, da cui sono tratti i dati utilizzati.
  • Altre informazioni sulle migrazioni qualificate sono disponibili sul sito Migration Information Source del Migration Policy Institute (http://www.migrationinformation.org).

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