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Le migrazioni di guerra della Libia

Massimo Livi Bacci

Come tutti i paesi la cui economia dipende quasi esclusivamente dalla rendita petrolifera, la Libia è un paese di immigrazione. In questi paesi, buona parte delle attività economiche – nelle costruzioni, nel commercio, nei servizi – sono svolte da immigrati, spesso in condizioni di precaria irregolarità, ancor più spesso sottoposti ad un “legale” status di dipendenza del datore di lavoro, se non di semischiavitù. Secondo le stime delle Nazioni Unite1 riferite al 2010, in Libia lo “stock di migranti” sarebbe pari al 10,4%, in Arabia Saudita e in Oman al 28%, in Bahrein al 39%, in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti al 70% e nel Qatar addirittura all’86%. Il 10% della Libia è sicuramente molto sottostimato, e riguarda solo gli immigrati regolarmente registrati (circa 600.000); altre fonti accreditate (anche governative) valutavano che alla vigilia della rivoluzione lo stock migratorio irregolare fosse almeno doppio di quello regolare. Queste valutazioni sono confermate dalle vicende degli ultimi mesi e dall’esodo di massa che si è prodotto verso i paesi confinanti dallo scorso febbraio.

 

Quasi 1 milione e mezzo i passaggi di confine

            Alla fine di giugno, secondo i rilievi dell’UNHCR, 1,1 milioni di persone avevano varcato le frontiere libiche verso i paesi confinanti: oltre la metà (576.000) verso la Tunisia, un terzo (356.000) verso l’Egitto ed il residuo (144.000) verso il Niger (73.000), il Chad (44.000), l’Algeria (24.000) e il Sudan (3000). Dal 22 giugno all’inizio di Agosto, si è determinato un ulteriore intenso flusso verso la Tunisia, soprattutto di cittadini libici, che ha portato il conto cumulato dei passaggi, ai varchi (con la Tunisia) di Ras Ajdir e Deliba, a 834.000 unità (tra il 20 febbraio e il 1 agosto).

            Fino alla metà di aprile, il flusso verso l’Egitto e quello verso la Tunisia si sono equivalsi, con valori compresi tra i 2000 e i 4000 varchi giornalieri verso ciascuna delle due destinazioni; poi con lo spostarsi del conflitto verso occidente, i varchi giornalieri verso la Tunisia si sono intensificati, raggiungendo picchi di 8.000 passaggi  Circa la metà dei transiti verso l’Egitto e i due terzi di quelli verso la Tunisia sono costituiti da cittadini libici in fuga, per il residuo si tratta di rimpatri di egiziani e tunisini, e di cittadini di paesi terzi il cui status migratorio in Libia non è dato di conoscere.

            Nel complesso, si può calcolare che, dall’inizio della sollevazione al 1 di agosto, circa 700.000 non libici (quindi migranti) siano usciti dalla Libia; a questi bisogna aggiungere i circa 30.000 che hanno traversato il Mediterraneo, quasi tutti verso l’Italia. In fuga dalla guerra, dalla disoccupazione per l’arresto delle attività economiche, dal riaccendersi di violenze etniche e razziali.

 

Conferme

            Le cifre sopra riportate sono coerenti con le stime più che “milionarie” della consistenza degli immigrati in Libia nell’epoca Gheddafi. Contraddistinta, come ben si sa, da periodi di “apertura” indiscriminata all’immigrazione sull’onda di posizioni panarabe prima e panafricane poi, seguite da repressioni e restrizioni altrettanto improvvise e schizofreniche. Ma nel fondo sta il paradosso del paese che ha prosperato sulla rendita petrolifera e sul lavoro, per lo più irregolare, degli immigrati dai paesi confinanti. Quando la situazione interna si sarà normalizzata, il paese riprenderà ad essere un polo di attrazione di flussi migratori. L’auspicio è che questo avvenga in un quadro istituzionale che sappia darsi politiche sostenibili e funzionali allo sviluppo, e in particolar modo: a) capace di organizzare la migrazione in un quadro di legalità e di rispetto dei basilari diritti umani e civili dei migranti; b) capace anche di evitare che l’immigrazione sia un’alternativa all’impiego e allo sviluppo delle risorse umane interne, come purtroppo avviene in tanti paesi ricchi di petrolio ma poveri di lungimiranza.

 

Rientri

            Abbiamo visto come molti profughi degli ultimi mesi fossero cittadini libici, in gran parte intenzionati al rimpatrio a normalizzazione avvenuta. Dei quasi 600.000 libici cha hanno varcato il confine tunisino dal 20 febbraio al 1 agosto, le autorità stimano che il numero dei rientri si sia accresciuto a partire dalla fine di luglio: per trascorrere il periodo di Ramadan a casa, o per sorvegliare le proprietà abbandonate o perché hanno ritenuto meno precaria la situazione in patria. Le autorità tunisine stimano che siano meno di 100.000 i libici rimasti in Tunisia, spesso ospitati da famiglie tunisine in aree urbane. Secondo la UNHCR “fin dall’inizio del flusso di rifugiati dalla Libia, la popolazione tunisina ed il governo hanno esplicato una generosa azione di aiuto, scongiurando una crisi umanitaria. La politica di porte aperte adottata dal governo tunisino e l’ospitalità accordata ai rifugiati è stata esemplare e rimane in vigore”2. Può darsi che questo riconoscimento – più volte ripetuto – sia stato suggerito all’UNHCR anche da considerazione diplomatiche. Tuttavia i fatti restano; la Tunisia che ha un decimo degli abitanti dell’Italia e un cinquantesimo del suo prodotto lordo ha ricevuto ed accolto in poco più di 5 mesi un numero di rifugiati venti volte superiore a quanto fatto dall’Italia nello stesso paese. E lo ha fatto nonostante la grave crisi istituzionale e l’altrettanto grave crisi economica che l’hanno colpita. C’è qualcosa che turba profondamente in questo confronto.

 

NOTE

1 – Sullo stock migratorio, si veda il sito: http://www. http://esa.un.org/migration/

2 – UNHCR, Southern Tunisia Weekly Update, August 1, 2011-08-22, http://reliefweb.int/node/438559

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