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Lavorare in Veneto: tra sogni e realtà

Gianpiero Dalla Zuanna

L’Agenzia Regionale Veneto Lavoro ha recentemente elaborato alcuni dati inediti sui lavoratori dipendenti privati impiegati per la prima volta, di età 15-29 per gli anni 2008, 2009 e 2010[1] (figure 1 e 2). I dati non comprendono né il lavoro autonomo né il lavoro domestico né gli impieghi pubblici, ma in questa fascia di età nel Veneto di questi anni, la grande maggioranza dei giovani inizia a lavorare come dipendente in un’impresa privata. I dati per il 2011 non sono ancora pubblicabili, ma stando ai risultati provvisori le cose non sono molto cambiate rispetto al 2010. Inoltre, anche se le serie storiche non sono perfettamente confrontabili, il 2008 è simile al quinquennio precedente.
Il peso della crisi
Prima della crisi, nel 2008, il settore privato del Veneto creava per i giovani 77 mila posti di lavoro all’anno, 30 mila per stranieri e 47 mila per italiani. Poiché 20-25 anni fa nel Veneto nacquero solo 40-45 mila bambini, ciò significa che nel 2008 il sistema economico del Veneto – oltre a garantire la piena occupazione ai giovani autoctoni – per funzionare ha avuto bisogno anche di 34 mila giovani “foresti”: 4 mila italiani, per lo più meridionali, e 30 mila stranieri, provenienti da tutto il mondo. Solo due giovani su cinque iniziavano a lavorare con un contratto a tempo indeterminato o di apprendistato, ma tutti gli altri comunque lavoravano, nella ragionevole speranza che – come accaduto nel decennio precedente ai loro fratelli maggiori – il precariato si trasformasse presto in un impiego stabile.
Con la crisi, questa formidabile macchina da lavoro si è inceppata. Rispetto al 2008, i nuovi lavoratori dipendenti sono stati 30 mila in meno nel 2009 e 33 mila in meno nel 2010. Nel biennio orribile 2009-10 (ma nel 2011 le cose non sembrano cambiare), il Veneto è riuscito a creare ogni anno solo 40-45 mila nuovi posti di lavoro per i giovani, sufficienti a mala pena per impiegare le leve demografiche autoctone. In realtà, anche nel 2009-10 (esattamente come nel 2008) il 39% di questi nuovi assunti sono stati giovani stranieri che per la prima volta trovano lavoro in Italia, sia perché i giovani italiani – anche in questi anni di crisi – possono permettersi di rifiutare posti di lavoro ritenuti non all’altezza delle loro aspettative, sia perché in Veneto molte imprese ricercano giovani stranieri piuttosto che giovani italiani, e non solo per mansioni di fatica. Durante la crisi, la bilancia pende sempre più a favore del lavoro a tempo determinato, che nell’ultimo triennio interessa due nuovi assunti su tre.
Gli insegnamenti da trarre
Questi dati suggeriscono tre riflessioni “pratiche”. I giovani (e le loro famiglie) dovrebbero comprendere che – in tempi difficili – non è possibile né opportuno fare gli schizzinosi, né inseguire utopie irrealizzabili. Se un tempo in Veneto una laurea e un diploma qualsiasi garantivano un lavoro, oggi non è più così. Per non svegliarsi amaramente, ai giovani conviene prepararsi per i lavori richiesti, e non per quelli sognati. Le imprese che “tirano” (ossia le imprese che esportano) fanno fatica a trovare bravi saldatori e tornitori, ma anche esperti di basi di dati, o addetti commerciali, ingegneri e addetti alla logistica che conoscano veramente il cinese o il tedesco, oltre naturalmente all’inglese. Per trovare lavoro, un giovane dovrebbe quindi investire in questo tipo di formazione, anche se magari i suoi desideri sono diversi.
In secondo luogo, va senz’altro seguito l’imperativo sottolineato da molti economisti e operatori: esportare, esportare ed esportare, per agganciare una ripresa che – altrove – soffia robusta. Si può aggiungere anche che per esportare non bisogna necessariamente andare all’estero. Anche il turismo – in un certo senso – è export, perché vende qualcosa a clienti esterni alla regione. Il Veneto, pur essendo una delle regioni italiane turisticamente più sviluppate, ha enormi potenzialità inespresse, specialmente sull’offerta di alta gamma, sui percorsi culturali, sul turismo slow a basso impatto sul territorio.
Verso una riforma del mercato del lavoro?
Infine, anche se è illusorio ritenere che una crisi di questa portata possa essere risolta solo con interventi normativi, riforme lungimiranti del mercato del lavoro e del sistema di formazione potrebbero da un lato restringere la sfasatura fra domanda e offerta di lavoro, dall’altro – per gli imprenditori – diminuire i rischi connessi a un’assunzione con contratto a tempo indeterminato, dalla quale è poi difficile tornare indietro. Potrebbe poi essere opportuno affiancare a una riforma di questo tipo anche opportuni incentivi, per gli imprenditori, e nuove forme di tutela, per i lavoratori. È questo un problema dei giovani (anche) veneti, ma che può essere risolto solo a Roma. I dati qui illustrati suggeriscono che si tratta di interventi urgenti e necessari. Perché sarà pure noioso, ma solo il lavoro stabile eviterà a un’intera generazioni di restare ai margini della storia e della vita.


[1] La fonte per i dati pubblicati in questo articolo è il Sistema Informativo Lavoro del Veneto, basato sui dati obbligatoriamente comunicati dalle aziende a Veneto Lavoro per via telematica. Per una descrizione dettagliata della procedura e delle ricchissime informazioni ricavabili a questa fonte vedi Anastasia B., M. Disarò, M. Gambuzza, e M. Rasera (2010), “Comunicazioni obbligatorie e analisi congiunturale del mercato del lavoro: evoluzione, problemi metodologici, risultati”, Tartufi, 35, ottobre, www.venetolavoro.it.

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