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L’anno della conciliazione lavoro-famiglia

Silvana Salvini

Il 2014, 20° anniversario dell’Anno Internazionale della Famiglia, è stato proclamato Anno Europeo della Conciliazione della Vita Professionale e Familiare. Un obiettivo ambizioso, dagli importanti risvolti economici e sociali, ma non facile da perseguire. Il termine “conciliazione” riferito alla relazione tra la vita familiare (caratterizzata da cura, reciprocità e dono) e quella lavorativa (dove dominano scambio economico e produttività)  compare infatti nei documenti ufficiali dell’Unione europea già a partire dai primi anni Novanta ma fin dall’inizio la sfida si è rivelata difficile (Rossi, 2011).

I numeri impietosi del caso italiano
L’Italia è un esempio di mancanza di conciliazione fra le due sfere. Le donne, sulle cui spalle grava il peso delle cure della casa, dei figli e degli anziani (Tabella 1), sono quelle che più ne soffrono, e lo si vede bene nel passaggio fra istruzione e mercato del lavoro. Sono loro che nella maggior parte dei casi studiano di più e con migliori risultati, ma poi soffrono di un gap notevole nei salari e negli stipendi rispetto alla controparte maschile, anche perché sono sistematicamente occupate in ruoli di minor prestigio e con minori tutele occupazionali.
Se ci soffermiamo sui dati relativi alla relazione figli-lavoro, una caratteristica messa in luce dall’ultimo Rapporto Istat (2014) è che il 22,3% delle neo-mamme abbandona il lavoro, con un incremento non indifferente rispetto al 2005, quando la proporzione era pari al 18,4%. Ma se la cura dei figli è la ragione principale per cui “si decide” di lasciare il lavoro, la quota di licenziate è passata dal 16% del 2005 al 27% nel 2012. Insomma, coloro che smettono di lavorare alla nascita dei figli si dividono in quote pressoché uguali fra chi lascia volontariamente il lavoro e chi invece lo perde.
La crisi ha accentuato gli effetti della mancanza di conciliazione e di adeguate politiche a sostegno delle famiglie, in termini sia di caratteristiche del mercato del lavoro sia di impatto del lavoro sulla fecondità e la famiglia. In aggiunta alla mancanza di tali politiche, la crisi ha portato un aumento dei part-time non desiderati, dei lavori a termine, del precariato e dell’incertezza lavorativa in genere che scoraggiano la formazione della famiglia e la fecondità, non a caso molto bassa in Italia, circa 1,4 figli per donna. Eppure in Francia e in Svezia le politiche amichevoli a supporto della famiglia e della conciliazione hanno portato quasi a 2 il numero medio di figli per donna, che è il livello di sostituzione generazionale.
L’Italia, poi, si trova agli ultimi posti nella graduatoria europea delle donne che partecipano al mercato del lavoro: nel 2011 la proporzione di donne che lavora era del 45% in Italia e del 68% in Svezia; tra le madri di 25-54 anni, la quota di occupate è pari al 55,5%, mentre tra i padri sfiora il 91%. Tra le 25-54enni madri di bambini/ragazzi coabitanti con meno di 15 anni, le economicamente attive sono il 60,6% e le occupate il 55,5%, valori significativamente inferiori a quelli delle altre donne di questa stessa fascia di età. Diversamente accade per gli uomini che in presenza di un figlio manifestano un maggior coinvolgimento nel mercato del lavoro (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri), a conferma del tradizionale ruolo maschile di fornitore del reddito principale della famiglia.
Si osserva, inoltre, una marcata relazione inversa tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e numero di figli con meno di 15 anni. La percentuale di occupate è pari al 58,5% per le donne con un figlio, scende al 54% per le donne con due figli e cala ulteriormente al 33% per le madri con tre o più figli. Non meno importante risulta l’associazione tra numero di figli e inattività: sono inattive il 36% delle donne con un figlio, il 41% di quelle con due figli e il 62% delle donne con tre figli o più.
Nel Mezzogiorno, dove già la partecipazione femminile al mercato del lavoro è molto contenuta, le responsabilità di cura dei figli hanno un effetto maggiore sull’occupazione femminile rispetto al Centro-Nord: è occupato il 34,6% delle madri che vivono al Sud o nelle Isole, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione. Negli ultimi anni è comunque aumentato anche il numero di donne presenti nel mercato del lavoro nella fascia centrale di età, quindi con figli e/o con anziani non autosufficienti da accudire. Dunque ci sono sempre più donne che sono entrate, entrano o vogliono entrare nel mercato del lavoro, ci sono sempre più donne che hanno bisogno di lavorare (Piazza, 2000). Una contraddizione fra desideri e realizzazioni lavorative che si accompagna alla differenza fra numero di figli desiderati (superiore a 2) e di figli avuti (molto inferiore).

Il ruolo della politica
In Italia la normativa cardine in materia è rappresentata dalla legge 8 marzo 2000, n. 53. la cui attuazione è tuttavia assolutamente non adeguata. Dal punto di vista politico e operativo, sembra fondamentale capire se esistono “buone pratiche” che consentano un equilibrio vita-lavoro al fine di garantire una dignitosa qualità della vita. Nel Rapporto Annuale dell’Istat 2014 sulla situazione del paese si legge: “Peggiora, inoltre, la già difficile conciliazione dei tempi di vita delle donne, che sono ancora troppo spesso costrette a uscire dal mercato del lavoro in occasione della nascita dei figli: cresce, infatti, la quota di madri che non lavora più a due anni di distanza dalla nascita dei figli (22,3 per cento nel 2012 dal 18,4 del 2005), soprattutto nel Mezzogiorno dove arriva al 29,8 per cento. Aumenta di 4 punti percentuali, raggiungendo il 42,7 per cento, anche la quota di neo-madri che hanno un lavoro e che segnalano difficoltà di conciliazione dei tempi di vita. Considerando sia le disoccupate sia le forze di lavoro potenziali, sono quasi un milione e mezzo le madri di età tra 15 e 49 anni che vorrebbero avere un lavoro.”

Come accennato, il vantaggio di una miglior conciliazione sarebbe anche economico: per i singoli e le loro famiglie, ma anche per il sistema paese. Ad esempio, una ricerca condotta in molti paesi europei ha evidenziato che nelle aziende in cui sono state messe in atto politiche a favore della conciliazione fra lavoro e responsabilità familiari la produttività del lavoro è aumentata, in parallelo al benessere individuale e collettivo, e al numero di figli. (European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, 2010)

Oggi, tutte le famiglie che vivono in Europa devono far fronte al crescente conflitto tra la loro vita familiare e il lavoro. L’anno europeo della conciliazione lavoro e vita familiare dovrebbe essere il simbolo dell’opportunità di concentrare l’attenzione degli studiosi e degli operatori politici su alcuni aspetti chiave. Un’attività adeguatamente remunerata, ragionevolmente sicura e corrispondente alle competenze acquisite nell’iter scolastico costituisce un’aspirazione universale e contribuisce al benessere delle persone. E se la mancanza di una “buona occupazione” ha un impatto negativo sul livello del benessere, un impatto altrettanto negativo hanno le situazioni, esterne o familiari, che impediscono di conciliari i tempi di lavoro e di vita familiare e sociale.

Riferimenti Bibliografici

European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions (EUROFOUND ), 2010, Second European Quality of Life Survey. Family life and work.

Istat, Statistiche Report – 28 dicembre 2011, “Anno 2010. La conciliazione tra lavoro e famiglia.

Istat, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, 2013.

Istat, Rapporto Annuale 2014. La situazione del Paese .

M. Piazza (a cura di), 2000, I sistemi di conciliazione tra i tempi del lavoro familiare, i tempi del lavoro professionale e i tempi dei servizi, Rapporto di ricerca pubblicato in: Osservatorio sulla condizione femminile. Nuove forme di lavoro, sistemi di conciliazione dei tempi, strategie per la carriera, Quaderni Regionali di Ricerca N. 16, IReR – Regione Lombardia, Milano, 2000.

G. Rossi, 2006, Reconciling family and work: new challenges for social policies in Europe, Milano, Franco Angeli.

G. Rossi, 2011, La conciliazione famiglia – lavoro, in Atlantide 1/11. Dal posto al percorso. Dove va il lavoro

 

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