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“Land grabbing”: nuove forme di un antico fenomeno

Massimo Livi Bacci

Per coloro che s’interessano di popolazione, il territorio è studiato come spazio, che viene insediato e abitato, nel quale si immigra o dal quale si emigra, o la cui fisionomia è mutata dall’azione umana. Ma il territorio può anche essere “sottratto” alla disponibilità dei gruppi umani, redistribuendone la titolarità, producendo latifondisti e “senza terra”, o mediante una vera e propria “appropriazione” da parte di nazioni, istituzioni, gruppi, individui. La storia è ricca di esempi, e tutto il fenomeno del colonialismo è intessuto con processi di sottrazione della disponibilità della terra a chi ne era consuetudinario possessore. Fenomeni di appropriazione di terra sono avvenuti anche in epoche a noi contemporanee e in tempi di pace coinvolgendo territori di nazioni sovrane. L’Alaska fu venduta dai Russi agli Americani nel 1867; all’inizio del ‘900 il famigerato peruviano Arana acquisì enormi distese della foresta amazzonica in Brasile per lo sfruttamento del caucciù, facendone un feudo personale. E, sempre in Amazzonia, Ford comprò dal Brasile, nel 1928, 10.000 km2 di foresta per la costruzione di Fordlandia (finita in un disastro finanziario) per sottrarsi al monopolio inglese della gomma coltivata; la United Fruit Company acquisì vastissimi territori nelle regioni caraibiche sottratti di fatto alla sovranità degli Stati.

Il “land grabbing”, o accaparramento della terra, è un antico fenomeno che è riemerso negli ultimi anni sotto nuove forme, formalmente rispettose delle vie legali, allo scopo dichiarato di accrescere la produttività di terre poco, o inefficientemente sfruttate, col miraggio di contribuire allo sviluppo e di beneficare, in un gioco a somma positiva, i contraenti di questi investimenti1. Ma con nuovi problemi.

Popolazione, povertà  e  possesso della terra

E’ dall’inizio del millennio che l’accaparramento di terre  in paesi a medio o basso sviluppo, prevalentemente in Africa e in Asia sud orientale, è diventato un fenomeno rilevante: daremo qualche dato più oltre. Il fenomeno ha sollevato un grande dibattito su una materia che è estremamente complessa, con risvolti economici (costi e benefici), politici (incidenza sulla sovranità territoriale), legali (regole e diritti) e sociali (le ricadute sulle popolazioni dei territori). A Neodemos interessano soprattutto questi ultimi aspetti: i grandi investitori – governi, fondi sovrani, gruppi finanziari, imprese – che comprano o prendono in leasing ampi territori, mirano ad un congruo ritorno economico. Così è per i paesi oggetto dell’investimento, che vogliono spuntare adeguati ricavi. Ma qual è la sorte delle popolazioni che vivono “sui” territori acquisiti, o che vivono “dei” prodotti di quei territori? Cosa avviene delle piccole proprietà in paesi dove i titoli legali di possesso sono legati alla tradizione e non sono adeguatamente riconosciuti e protetti? O su terre comunitarie che sono un sostegno vitale alle popolazioni più povere? In che modo la conversione ad un’agricoltura capitalista, orientata a colture industriali, influisce sull’occupazione e sui redditi degli abitanti? Un’accresciuta produttività significa anche minore occupazione e quindi flussi migratori, che magari alimentano processi di deteriore urbanizzazione? Come muta l’utilizzo delle risorse idriche legate al territorio e necessarie in grande quantità alle nuove produzioni? Questi interrogativi sono declinati in vario modo – spesso anche opposto – dalle parti interessate.

Le dimensioni del fenomeno  

L’accelerazione dei processi di accaparramento delle terre è un fenomeno recente, e scarsamente conosciuto. E’ certo che il forte aumento dei prezzi delle derrate agricole nel periodo 2007-2009 abbia dato una potente spinta alla domanda di terra allo scopo di espandere la produzione di derrate alimentari e di biocarburanti. Non esistono fonti attendibili; in molti casi si tratta di notizie raccolte in vario modo dai media; molti contratti o accordi non vengono pubblicizzati o vengono camuffati; di quelli noti spesso si conoscono solo gli aspetti generali. Secondo Oxfam, dal 2000 al 2011 questi accordi avrebbero riguardato 227 milioni di ettari (pari a 2.227.000 km2, 7 volte il territorio dell’Italia)2; secondo l’IFPRI (International Food Policy Research Institute) le acquisizioni di grandi appezzamenti  avrebbero riguardato 20 milioni di ettari tra il 2005 e il 2009; la World Bank ha fornito una stima di 47 milioni di ettari nel solo periodo Ottobre 2008-Agosto 2009. Le stime si basano su criteri diversi e sono parecchio incerte. Poco si sa oltre alla superficie delle terre sottoposte ai contratti e alle intenzioni di investimento; quasi nulla si conosce circa le caratteristiche insediative, le condizioni degli abitanti, le loro risorse, la distribuzione della terra, il numero dei proprietari o affittuari di piccoli appezzamenti o di coloro che dipendono dalle terre comunitarie, che possono essere soggetti a dislocamenti ed espulsioni.

Informazioni più affidabili sono adesso disponibili dall’iniziativa di un gruppo di istituzioni che hanno creato una base dati – Land Matrix  – che raccoglie, analizza e convalida informazioni su contratti e accordi di acquisti o affitti di terre in paesi a medio e basso reddito3. Sono dati parziali, che sottostimano un fenomeno solo in parte visibile, e che riguardano un migliaio di accordi internazionali, in trattativa o conclusi, a partire dal 2000. La superficie totale delle terre oggetto delle intenzioni di investimento è di 66 milioni di ettari (più di due volte l’Italia), anche se i contratti poi riguardano una superficie poco superiore alla metà. I 10 paesi nei quali sono state concluse le maggiori appropriazioni sono il Sud Sudan e Papua Nuova Guinea (circa 4 milioni di ettari ciascuna); Indonesia, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico e Sudan (tra 2 milioni e 2,7 milioni di ettari); Etiopia, Sierra Leone, Liberia e Madagascar (tra 1 milione e 1,5 milioni di ettari). L’obbiettivo principale dell’investimento nelle terre acquisite riguarda la produzione di derrate alimentari (oltre 8 milioni di ettari), quella di biocarburanti (6 milioni) e quella di fibre e legnami (quasi 6 milioni); acquisizioni minori sono destinate ad altre produzioni agricole, all’allevamento, al turismo.

L’informazione scarseggia per ciò che riguarda la destinazione della terra anteriormente all’acquisizione: nei pochi casi per i quali l’informazione è stata elaborata da Land Matrix, si desume che si tratta di terre precedentemente dedicate a coltivazioni agricole a carattere commerciale (per circa un terzo della superficie), e di terre coltivate da piccoli proprietari e affittuari (smallholders) per un altro terzo. Per il residuo terzo si tratta prevalentemente di foreste e pascoli. E’ auspicabile che questa base dati si estenda, si ramifichi e si consolidi perché il tema è di rilevanza politica, oltreché economico-sociale. Non dovrebbe essere impossibile, poi, raccogliere notizie sulle popolazioni interessate dalle appropriazioni: qualora si conoscessero le coordinate geografiche delle terre “appropriate”, si potrebbero ricavare dai censimenti (oramai spesso georeferenziati) significativi dati sulle caratteristiche delle popolazioni insediate.

I forti e i deboli

Lasciando da parte il fondamentale dibattito sulle conseguenze economiche, giuridiche, politiche e sociali del “land grabbing”, mi limito ad una sola considerazione. Gli accordi per il trasferimento di vaste estensioni di terre avvengono tra “partner” forti, anzi fortissimi: da un lato fondi sovrani e governi (particolarmente gli stati arabi del Golfo), gruppi finanziari, potenti multinazionali; dall’altro Stati nazionali (a volte autocratici, a volte corrotti) o grandi latifondisti istituzionali e privati. Ma nel mezzo ci sono gli individui, le famiglie, i contadini, i  pastori, i piccoli proprietari senza sicuri diritti legali e con deboli tutele. Qual è la loro sorte? Cosa ricavano da trasformazioni radicali che non li vedono protagonisti? E ammesso che gli investimenti vadano a buon fine e creino più ricchezza collettiva, come vengono redistribuiti questi surplus? Maggiori conoscenze sulle popolazioni delle “terre appropriate” aiuterebbero a fare buone domande e a dare buone risposte a tanti quesiti inquietanti.

Note

1 – Sul fenomeno del “land grabbing” la letteratura è in costante crescita. Un’aggiornata introduzione si trova nel numero speciale di QA – Rivista dell’Associazione Rossi-Doria (n. 2, 2013) dedicato a “Foreign Acquisitions of Land in Development Countries. Risks, Opportunities and New Actors”, a cura di Nadia Cuffaro, Giorgia Giovannetti e Salvatore Monni.

2 – Oxfam Italia la nuova corsa all’oro

3 – La base dati – da cui sono riportate le notizie nelle righe che seguono, è consultabile al sito landmatrix

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