MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

La violenza sulle donne in Italia: molestie sessuali e ricatti sul lavoro

Paola Mancini

Il tema della violenza sulle donne e la necessità di un’azione concertata su scala mondiale per combatterla sono riconosciute da tempo in ambito internazionale. Già verso la fine degli anni ’80 il diritto internazionale prevede norme a riguardo con la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna – CEDAW [1] approvata nel 1979 dall’Assemblea dell’ONU. Dopo esattamente vent’anni, la stessa Assemblea istituisce la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne[2]: il 25 novembre.
Le norme internazionali a tutela delle donne
Già nel 1993, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella Dichiarazione sulla eliminazione della violenza contro le donne ne aveva dato una chiara definizione: “Ogni atto di violenza fondato sul genere che comporti o possa comportare per la donna danno o sofferenza fisica, psicologica o sessuale, includendo la minaccia di questi atti, coercizione o privazioni arbitrarie della libertà, che avvengano nel corso della vita pubblica o privata”.  Nel 2006, inoltre,  l’Assemblea ribadisce che la violenza contro le donne è “una delle violazioni dei diritti umani più sistematiche e generalizzate, non frutto di atti individuali e casuali, che colpisce tutte le società indipendentemente dalla struttura sociale e che rappresenta il maggiore ostacolo per porre fine alla disuguaglianza e alla discriminazione di genere a livello globale”. Nell’ultimo decennio, si assiste ad un’ulteriore presa di posizione sempre più precisa ed articolata che culmina nella Convenzione europea per la prevenzione e la lotta alla violenza sulle donne varata a maggio 2011 a Istanbul[3] e sottoscritta dall’Italia a settembre 2012. Si tratta del primo strumento legislativo internazionale volto alla creazione di un quadro giuridico completo per combattere la violenza tramite la prevenzione, l’azione giudiziaria e il supporto alle vittime.
Le norme italiane ancora incerte
La violenza di genere rappresenta tuttora un grave problema per il mondo, per l’Europa, anche nel nostro paese, perché, sebbene il numero di omicidi sia in generale diminuito, la quota di quelli che hanno come vittima una donna è aumentata, passando dal 15,3% nel 1992/94 al 23,8% nel 2007/08[4]. L’ordinamento italiano è tuttavia ancora privo di una definizione normativa chiara, tanto da determinare confusione tra gli operatori ostacolando la definizione di una strategia globale di contrasto. Oltretutto, secondo il Rapporto Ombra 2011, l’Italia è uno dei Paesi europei con il minor numero di statistiche su tale fenomeno per cui è quasi impossibile ottenere informazioni regolari sulla violenza domestica (gli ultimi dati sono del 2006)[5], di cui le mogli (o le compagne) sono spesso vittime.
Una italiana su due vittima di violenza
Circa la metà delle donne 14-65enni dichiara di aver subito nell’arco della propria vita almeno una molestia sessuale o un ricatto sul lavoro, secondo quanto rilevato dall’Indagine Multiscopo Istat sulla “Sicurezza dei cittadini” del 2008 (www.istat.it ), che al momento è la più recente fonte ufficiale dalla quale siano desumibili informazioni sulla violenza di genere. Le molestie verbali rappresentano la forma di violenza più diffusa, seguite nell’ordine dagli episodi di pedinamento, dagli atti di esibizionismo, dalle molestie fisiche e dalle telefonate oscene. Anche nel luogo di lavoro le donne non possono stare tranquille: le vittime di condotte spregevoli sul lavoro sono l’ 8,5%, di cui due su tre hanno subito ricatti per essere assunte, progredire nella carriera o semplicemente non essere licenziate. Tra le vittime il 16% li ha subiti più di una volta e sovente ad opera della stessa persona. Fortunatamente, l’incidenza del fenomeno della violenza sulle donne sembra essersi ridotta nel tempo, anche grazie alle modifiche nel quadro legislativo che, con l’introduzione della Legge n.66 del 1996, trasforma la violenza sessuale da reato contro la morale pubblica a reato contro la persona, stabilendo pertanto pene più severe.
Le vittime e i carnefici: un identikit
Più del 60% delle vittime, dichiara di aver “sperimentato” nel corso della vita più di una molestia (sono le plurivittimizzate). Chi subisce telefonate oscene o altre violenze verbali dichiara frequentemente di essere stata vittima dello stesso reato più volte nell’anno precedente all’intervista  (sono le multivittimizzate). Le donne molestate hanno più spesso un livello d’istruzione medio–alto (ma forse queste donne sono proprio quelle che hanno meno paura a dichiararlo durante l’intervista) e sono più frequentemente nubili o separate. Al Nord sono più frequentemente vittime di molestie fisiche, al Sud di pedinamenti e telefonate oscene. In un caso su quattro il molestatore è noto alla vittima, spesso amico personale o di famiglia, e ciò condiziona il giudizio della donna sul livello di gravità dell’episodio che è ritenuto tanto più spregevole quanto più stretta è la relazione con il responsabile.
Il silenzio delle vittime
Malgrado la crescente consapevolezza della gravità dell’episodio subito, le donne ne parlano poco sul luogo di lavoro (solo il 18% lo ha fatto) e non si rivolgono alle autorità competenti anche per mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine (lo dichiara il 20%). Inoltre il sentimento di vergogna e il senso di colpa impediscono a una donna su dieci di parlarne, come pure la paura di eventuali ritorsioni da parte del molestatore. Le poche denunce, che rappresentano la punta di un iceberg, riguardano la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di avanzamenti di carriera e per evitare il licenziamento. Cosa fanno le donne che subiscono ricatti sessuali sul posto di lavoro? Quasi due su tre cambiano occupazione o rinunciano alla carriera, quelle che pur resistendo sul posto di lavoro non sono disposte a cedere al ricatto, dichiarano di non aver vita facile.


[2] Nel giorno che ricorda l’eccidio delle sorelle dominicane Mirabal, nel 1960, da parte della polizia del dittatore Trujillo.
[3]Council of Europe, Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence , Treat Series – N° 210, Istanbul, April 2011; www.coe.int/conventionviolence.
[4] Report of the Special Rapporteur on violence against women, its causes and consequences, Rashida Manjoo e Spinelli, B. (2011) ―Femicide and feminicide in Europe. Gender-motivated killings of women as a result of intimate partner violence. Expert group meeting on gender-motivated killings of women. Convened by the Special Rapporteur on Violence against Women, its causes and consequences, Ms. Rashida Manjoo, New York, 12 October 2011. Di Feminicidio si parla anche in Ioriatti C. “Perché in enItalia i femicidi non contano (e non vengono contati) ”, Neodemos, 20/06/2012 .

 

image_pdfimage_print