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La Turchia primo paese d’Europa?

Massimo Livi Bacci

Per la Turchia, una maggiore integrazione con l’Europa è stata a lungo un’aspirazione. Un primo traguardo venne tagliato quando, nel 1999, fu riconosciuto ufficialmente lo status di “candidato” a membro della Unione Europea (1999); un secondo traguardo venne raggiunto nel 2005 con l’apertura delle negoziazioni per l’adesione. Queste però hanno proceduto con lentezza (solo 8 dei 35 capitoli per l’adeguamento all’acquis comunitario sono stati conclusi), mentre l’atteggiamento di Francia e Germania ha nettamente virato verso una posizione di cautela (diplomatica) e contrarietà (sostanziale) all’entrata della Turchia nella UE in tempi brevi o medi. E la Turchia, paese chiave della NATO e negli equilibri medio-orientali, con un’economia in forte espansione, una rinnovata coscienza nazionale, ha acquistato influenza internazionale, e sembra raffreddare gli antichi entusiasmi europei. Lasciamo le analisi politiche ad altri specialisti, e interessiamoci ad alcuni aspetti demografici la cui rilevanza “politica” è, peraltro, molto rilevante.

Primo paese d’Europa?

La demografia – e la religione – sono i due fattori che maggiormente raffreddano gli entusiasmi europei verso la Turchia. Se la Turchia fosse nella UE, oggi sarebbe il secondo paese per popolazione, con 75 milioni di abitanti, dietro la Germania, con 82. Ma in meno di dieci anni, le posizioni si invertirebbero, e tra vent’anni, nel 2032, la Turchia ancora in espansione e con 88 milioni, avrebbe distanziato la Germania in declino, con 79. E la componente islamica della UE – includendo lo stock di recente e meno recente immigrazione, e le componenti di paesi candidati balcanici con significative componenti islamiche – peserebbe per un buon sesto sul totale della popolazione.

Predominanza demografica e affiliazione religiosa sono due fatti incontestabili la cui declinazione – sotto il profilo politico – può essere (ed è) assai diversa. Ma un terzo elemento di preoccupazione dell’opinione pubblica in molti paesi, e le forze politiche che le rappresentano, non ha invece ragione di esistere. Si teme, infatti, un’ulteriore ondata di immigrazione di lavoratori turchi, e delle loro famiglie, come già avvenuto in passato. Ebbene, la Turchia non è più, da anni, paese di emigrazione: oggi il saldo migratorio con la Germania (il paese verso il quale si diresse la gran maggioranza degli emigrati turchi negli anni ’60 e ’70) è positivo con i rientri che superano abbondantemente le nuove partenze. Inoltre la Turchia non è più un paese “in via di sviluppo” sotto il profilo della dinamica demografica: con due figli per donna la fecondità è sotto controllo, e il tasso di formazione delle nuove leve di attivi è in forte declino. Infine il sostenuto sviluppo economico ha oramai rovesciato strutturalmente la bilancia migratoria, ed il paese sta diventando terra d’immigrazione.

Un paese di transito

Dagli anni ’90, la Turchia è divenuta un paese di transito per le migrazioni di irregolari e di profughi: lo stock di migranti irregolari è valutato tra meno di centomila a più di un milione da diverse fonti ufficiali ed ufficiose, interpellate da chi scrive lo scorso maggio, nel corso di una missione in Turchia del Comitato bicamerale “Schengen”, La maggior parte degli irregolari stanno nelle grandi città: per Istanbul si parla di oltre 200.000 persone. Le provenienze sono varie, e non solo dai paesi confinanti, ma anche da Afghanistan, India, Pakistan e da paesi africani. Tra il 1995 e il 2011 sono state intercettati quasi 900.000 irregolari nel territorio o nelle acque territoriali, in buona parte espulsi, ma il loro numero, che aveva raggiunto un massimo di oltre 90.000 nel 2000 e nel 2001, è diminuito negli anni recenti: 34.000 nel 2009, 33.000 nel 2010 e 44.000 nel 2011. Circa una metà delle intercettazioni avviene nei pressi del fiume Evros, che segna il confine con la Grecia. E’ ignota quale quota degli irregolari venga intercettato, anche se le fonti ufficiose stimano che questa si aggiri sulla metà.

Un nodo politico da tagliare: gli accordi di riammissione e i visti

Le negoziazioni per l’adesione della Turchia sono rallentate per vari motivi, quali lo status di Cipro, la giustizia e la tutela dei diritti umani, la questione del genocidio degli Armeni, vigorosamente negato da Ankara. Un nodo che si cerca di dipanare con ragionevolezza è quello della firma di un trattato di riammissione degli irregolari, tra UE e Turchia, e l’abolizione del regime dei visti, necessari per entrare in Europa. La UE vuole la firma dell’accordo per essere certa che la Turchia si “riprenda” gli irregolari che provengono dal suo territorio. La Turchia vuole l’abolizione dei visti, conformemente a quanto è stato fatto per altri paesi balcanici candidati a diventare membri della UE. La Turchia è, oramai, un grande paese, con un notevole sviluppo: sono centinaia di migliaia gli imprenditori, uomini d’affari, tecnici, professionisti, ricercatori che mantengono intensi contatti con l’Europa; una classe media in crescita ha iniziato a viaggiare e a fare turismo; un numero crescente di studenti frequenta le università fuori del suo paese. Se si vuole maggiore integrazione economica ed una Turchia amica, oltreché alleata, l’abolizione dei visti è necessaria. L’Italia ha fatto un grande sforzo per facilitare il conseguimento del visto (ne vengono concessi, in tempi brevissimi, oltre 100.000 all’anno, per i quattro quinti dal consolato di Istanbul) senza infrangere il regolamento europeo. Le trattative con l’Europa sembrano avviate su un percorso di ragionevolezza che prevede un graduale allentamento del regime dei visti fino alla loro completa abolizione e la firma del trattato di riammissione. Ma i tempi non saranno brevi. Osta, infatti, la politica che la Turchia persegue di amichevole buon vicinato con i paesi confinanti (no problems with neighbors) che ha indotto il governo di Ankara a sopprimere i visti con la Georgia, l’Iran e la Siria e facilitarne la concessione per gli iracheni (visti concessi al confine). Visti che andrebbero sicuramente reintrodotti se le trattative con l’Europa andassero in porto. Alla metà di agosto, erano già più di 50.000 i profughi dalla Siria registrati ufficialmente e sistemati in campi di accoglienza lungo il confine: un carico che la Turchia si dice pronta a sostenere ma che ha un costo crescente che potrebbe presto rivelarsi insostenibile se le condizioni della Siria si deteriorassero ulteriormente. Ed è anche in vista di un possibile, accresciuto, afflusso di profughi siriani che la Grecia sta rafforzando il controllo dei suoi confini.

Un muro minaccioso

Dei 2.627 chilometri di confini terrestri con 9 paesi (Grecia, Bulgaria, Georgia, Armenia, Azerbijan, Iran, Iraq e Siria) 646 sono con l’Europa (206 con la Grecia e 240 con la Bulgaria). Le autorità turche si fanno forti dei progressi compiuti nel controllo dei propri confini – quasi tutti gestiti dai militari – per i forti investimenti strutturali, il rafforzamento del monitoraggio, la costruzione di campi di accoglienza per gli intercettati (in parte con fondi europei). A questo sforzo fanno risalire la sensibile diminuzione delle intercettazione dei migranti irregolari già segnalata. Di fronte a questa volontà, e capacità, di controllo, la Turchia vede come un gesto offensivo la costruzione della barriera che la Grecia sta erigendo lungo un breve tratto del confine con la Turchia. Tutto il confine è costituito dal corso del fiume Evros, ben monitorato: tutto salvo un breve tratto di 19 chilometri nei pressi di Edirne. Lì il fiume fa un’ansa, ed il confine “taglia” l’ansa, e per pochi chilometri corre via terra. E su questo tratto che la barriera viene costruita: una barriera fisica, ma anche simbolica. Un “muro” che sigilla l’esclusione della Turchia dal territorio europeo.

 

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