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La trasformazione degli studenti universitari dalla riforma del “3+2” ad oggi

Flavia Baccari

Con la riforma del “3+2” si assiste ad un profondo cambiamento del sistema di istruzione superiore. Questo cambiamento si manifesta non solo nella struttura e regolamentazione dei corsi di studio ma anche in alcune caratteristiche degli immatricolati e dei laureati.

La nascita della riforma

Alla fine degli anni novanta emerge una forte volontà di armonizzazione dei sistemi tra i paesi coinvolti nell’Unione europea. In primis si lavora sul campo economico, con la creazione di una moneta unica. Nel contempo si lavora per analizzare altri aspetti come, ad esempio, il funzionamento dei sistemi di istruzione, in particolare quello universitario. In questo contesto si avvia una serie di incontri che culmina con il “processo di Bologna”, durante il quale si dà il via ad una collaborazione tra nazioni volta ad una valorizzazione delle differenze riscontrate tra le stesse. Tra le azioni maggiormente significative troviamo l’introduzione di un ordinamento basato su due cicli, in modo da rendere maggiormente confrontabili i diversi titoli accademici e incentivare la mobilità degli studenti. Il cambiamento è sensibile per l’Italia, che in quel periodo appartiene all’insieme minoritario di paesi coinvolti nel processo che non presentano un sistema articolato su più cicli. Viene così concepito il d.m. n. 509 del 1999, meglio conosciuto come riforma del “3+2”, implementato a partire dall’a.a. 2001-2002.

I cambiamenti osservati            

Schermata 2015-04-21 a 11.59.53Considerando il collettivo degli immatricolati, nei dati messi a disposizione dal MIUR, si osserva che dalle 284.000 unità dell’a.a. 2000/2001 si passa a più di 338.000 nel 2003/2004. Questa tendenza successivamente si inverte con un totale di immatricolati pari a poco più di 267.000 unità nell’a.a. 2013/2014. Stratificando gli immatricolati in base all’area disciplinare si assiste ad una riduzione degli immatricolati in ambito “sociale”, a vantaggio di quelli nell’area “scientifica”.

Schermata 2015-04-21 a 12.00.07Stratificando per l’età all’immatricolazione si assiste ad un “ringiovanimento”, con il 67% del collettivo compreso nella fascia 18-19 anni nel 2003/2004 che passa al 76% nel 2013/2014, attribuibile alla conclusione degli studi da parte di molti dipendenti delle pubbliche amministrazioni iscritti in età adulta attraverso la stipula di agevolazioni con gli Atenei. Dal 2004 al 2013 i laureati sono quasi raddoppiati, passando da circa 162.000 nell’a.a. 2004/2005 a circa 295.000 nel 2012/2013. Considerando la durata degli studi si nota però anche un aumento della quota dei laureati fuori corso che dall’a.a. 2004/2005 (il primo disponibile) all’a.a. 2008/2009 passa dal 37% al 57%.

Sulla provenienza scolastica si osserva che la percentuale di laureati provenienti da licei è aumentata, passando dal 55% dell’a.a. 2004/2005 al 63% nell’a.a. 2012/2013, mentre per istituti magistrali, di maturità professionale e tecnica questa percentuale è diminuita, passando dal 38% dell’a.a. 2004/2005 al 31% nell’a.a. 2012/2013. Infine la proporzione di laureati con voto compreso tra 66 e 100 aumenta passando dal 36% dell’a.a. 2004/2005 al 41% nell’a.a. 2012/2013. Non si nota, comunque, un grande cambiamento nella distribuzione delle valutazioni nel corso degli anni, soprattutto per quella dei voti di diploma.

Conclusioni

La riforma mirava a superare alcuni limiti delle università italiane, quali lo scarso numero di laureati e la forte discrepanza tra la durata effettiva degli studi e la durata legale prestabilita. Dai dati qui raccolti il secondo obiettivo non appare raggiunto, pur se le sue cause sono molteplici e complessa ne è l’interpretazione (ANVUR 2013). Per il primo obiettivo i risultati sembrano invece migliori, anche se permane il ritardo dell’Italia, con una percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni pari al 21% contro una media OCSE del 39% (OCSE 2014).

Si è molto ampliata l’offerta didattica: se nell’anno accademico 2000-2001 esistevano 2.262 corsi di laurea nel 2007-2008 si è passati a circa 3.100 corsi di primo livello, 2.400 di laurea specialistica e 270 corsi di laurea specialistica a ciclo unico. Le scelte degli studenti sembrano oggi guidate, più che in passato, dalla spendibilità del titolo nel mondo lavorativo, essendo l’area scientifica quella con maggiori probabilità di assunzione. Si osserva anche, forse in coerenza con questo quadro, un leggero peggioramento dei voti di laurea.

Il numero di immatricolati, dopo un primo boom, è andato via via riducendosi: pesano su questo sicuramente gli scarsi investimenti statali e la perdurante crisi economica, ma sembra di scorgere anche un doppio rischio: di allontanamento degli studenti dalle università, e di perdita, da parte delle università, della capacità di formare le persone, e di loro trasformazione in mero strumento per un miglior accesso al mondo del lavoro

Per saperne di più

MIUR, Anagrafe Nazionale Studenti

OCSE (2014) Education at a glance

ANVUR (2013) Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca

 

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