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La stagnazione demografica del Mezzogiorno d’Italia

Massimiliano Crisci

Il Mezzogiorno ha rappresentato a lungo la ripartizione italiana più dinamica dal punto di vista demografico, distinguendosi per gli elevati livelli di fecondità e per una struttura della popolazione più giovane rispetto al resto del paese. Il Rapporto Svimez 2016 sull’economia del Mezzogiorno¹ evidenzia come negli ultimi anni le storiche difficoltà presenti nel contesto sociale ed economico del Sud Italia si siano andate a sommare ad una stagnazione demografica, caratterizzata da bassa fecondità, invecchiamento della popolazione e saldo migratorio negativo.

Dai primi anni ’90 ad oggi la popolazione del Mezzogiorno si è mantenuta compresa tra i 20,5 e i 20,9 milioni di unità e, dopo un leggero calo nell’ultimo biennio, all’inizio del 2016 si colloca appena al di sopra dei 20,8 milioni di residenti, poco più di un terzo della popolazione italiana. Negli anni ’90 si è avviata un’inversione di tendenza nei livelli della fecondità che ha portato al sorpasso da parte del Centro-Nord in termini di numero medio di figli per donna (tasso di fecondità totale o Tft). Questo processo, al quale ha dato un contributo sostanziale anche la maggiore intensità delle immigrazioni straniere dirette nelle regioni settentrionali, si è associato al persistente saldo negativo del Sud nell’interscambio migratorio interno, andando a delineare un quadro demografico complessivamente statico per le regioni del Mezzogiorno, caratterizzato da un accentuato invecchiamento².

Oggi, una dinamica naturale e migratoria deficitaria

Nel 2011 il saldo naturale del Mezzogiorno è stato di segno negativo per la prima volta dal 1918 e ha continuato a diminuire negli anni successivi, sia per l’incremento dei decessi, prodotti da una popolazione sempre più anziana, che per la flessione delle nascite.

schermata-2016-11-28-alle-12-14-39Nel 2015 l’ammontare delle nascite avvenute nel nostro paese ha toccato il livello più basso dall’Unità d’Italia e nel Mezzogiorno è stato inferiore di quasi 50mila unità rispetto alla fine degli anni ’90, laddove nel Centro-Nord si è invece mantenuto quasi immutato (Tabella 1). Il calo della natalità è avvenuto non a caso in una fase di crisi economica, ed è imputabile anche alla graduale uscita dall’età riproduttiva delle generazioni del baby boom nate negli anni ’60 e ’70, sostituite dalle meno numerose generazioni nate nei due decenni successivi.

Nell’arco di un quindicennio, l’intensità della fecondità ha subito un forte incremento nelle regioni del Centro-Nord, da 1,12 figli per donna a 1,41, anche grazie all’incremento delle nascite da almeno un genitore straniero (dal 4,7% al 27,3% del totale). Nello stesso periodo il Tft nel Mezzogiorno ha subito invece una riduzione, da 1,36 figli per donna a 1,30, e assai più contenuto è stato l’apporto delle nascite da almeno un genitore straniero (da 0,9% a 8,3% del totale). Al contempo, l’età media delle madri al parto ha continuato ad aumentare e si è portata su livelli analoghi nelle due grandi ripartizioni.

Dal 2012 il saldo migratorio totale del Mezzogiorno è tornato di segno negativo. Le perdite di residenti a favore delle regioni del Centro-Nord non sono infatti più compensate dal saldo migratorio con l’estero, sia per il calo delle immigrazioni straniere che, soprattutto, per l’aumento degli espatri di cittadini italiani.

Nell’ultimo decennio il saldo migratorio negativo con le regioni centrosettentrionali si è attestato intorno alle 50mila unità annue, ovvero su livelli ben distanti da quelli delle migrazioni di massa degli anni ’50 e ’60. A fianco delle migrazioni interne quantificate attraverso i trasferimenti di residenza esistono però ulteriori rilevanti spostamenti tra Sud e Nord che non emergono dalle statistiche “ufficiali”. E’ questo il caso degli studenti che frequentano le università del Centro-Nord per avere migliori prospettive di inserimento nel mercato del lavoro³, così come dei lavoratori, spesso giovani precari e ad alta qualifica, che si trasferiscono in modo temporaneo con una sorta di pendolarismo a lungo raggio[4], che non di rado fa da premessa ad uno spostamento definitivo. Entrambi i fenomeni, pur non essendo di semplice identificazione e quantificazione, contribuiscono in modo rilevante ad impoverire il Mezzogiorno delle sue migliori risorse in capitale umano.

In prospettiva, un invecchiamento demografico insostenibile

Le dinamiche sociodemografiche cui si è fatto cenno stanno avendo una ricaduta sulla struttura della popolazione del Sud Italia che potrebbe rafforzarsi nei prossimi decenni.

schermata-2016-11-28-alle-12-15-13Nel Mezzogiorno come al Centro-Nord, le piramidi delle età hanno perso la tradizionale forma triangolare (Figura 1). Il forte restringimento alla base delle figure si deve alla forte diminuzione delle nascite, avviatasi nella seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso, che è stata seguita da alcuni decenni di bassa e bassissima fecondità e oggi si riflette in un peso contenuto delle generazioni giovanili e in un invecchiamento relativo della popolazione. L’immigrazione internazionale, composta in buona parte da giovani adulti e da bambini, soprattutto negli anni duemila ha dato un buon apporto nel mitigare tale squilibrio demografico, ma con evidenti differenze territoriali. La minore capacità di attrarre immigrati dall’estero da parte delle regioni del Mezzogiorno rispecchia la persistenza di un gap tra le due ripartizioni nel grado di sviluppo socioeconomico.

In base alle previsioni demografiche regionali predisposte dall’Istat[5], nel 2065 il persistere delle dinamiche naturali odierne porterà il Mezzogiorno ad avere 4 milioni in meno di residenti, anche a fronte di una tendenza del saldo migratorio interno verso l’equilibrio con il Centro-Nord. Tra 50 anni l’invecchiamento demografico dell’area potrebbe dunque raggiungere livelli difficilmente sostenibili, con un terzo dei residenti oltre i 65 anni e una popolazione in età lavorativa quantitativamente ridotta e dall’età media elevata.

Si tratta di proiezioni di lungo periodo che vanno trattate con estrema cautela, ma che forniscono spunti interessanti sui quali ragionare. La condizione sociodemografica del Sud Italia è di certo meno complessa rispetto ad alcuni paesi Ue del quadrante orientale, come gli stati baltici, la Bulgaria o la Romania, dove la speranza di vita alla nascita è inferiore di 10 anni per gli uomini e di 5 anni per le donne e la dinamica migratoria è più intensa. Tuttavia, in prospettiva il degiovanimento del Mezzogiorno non può fare a meno di preoccupare. In un paese dal welfare centrato sulla famiglia come il nostro, i (pochi) giovani adulti come potranno, oltre che lavorare e crescere i propri figli, anche prendersi cura dei (tanti) parenti in età avanzata?

¹ Svimez (2016), Rapporto Svimez 2016 sull’economia del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna.

² In passato il tema è già stato affrontato su neodemos da alcuni articoli, come ad esempio: Rosina A. “Il tramonto demografico del Mezzogiorno”, 15 ottobre 2008.

³ Impicciatore R. (2016), “Mobilità studentesca e capitale umano in Italia”, in Colucci M., Gallo S. (a cura di), Fare spazio. Rapporto 2016 sulle migrazioni interne in Italia, Donzelli Editore, Roma, pp.25-45.

[4] Crisci M., Di Tanna B. (2016), “Flexible Mobility for Unstable Workers: South-North Temporary Migration in Italy”, in Polis. Ricerche e studi su società e politica in Italia, XXX, 2, agosto, pp.181-210.

[5] Istat, “Previsioni regionali della popolazione residente al 2065”, in Demo.istat.it, Demografia in cifre.

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