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La scuola dell’integrazione

Cinzia Conti
Durante l’inaugurazione dell’anno scolastico il Ministro Gelmini ha confermato l’intenzione di introdurre un tetto del 30% alla presenza di ragazzi stranieri nelle scuole.
La situazione nelle scuole
Limitando l’analisi alle sole scuole dell’infanzia e primarie, dove maggiore è la presenza di alunni stranieri, si scopre che nell’anno scolastico 2007/08 già 666 scuole dell’infanzia e 428 scuole primarie superavano il tetto del 30%, in alcuni casi neanche di poco: 120 scuole dell’infanzia e 66 primarie, infatti, avevano più della metà di alunni stranieri. Non si pensi, inoltre, che tali percentuali siano sempre l’effetto di “piccoli numeri”: frequentemente si tratta di scuole con più di 100 bambini iscritti in totale.
E sul territorio? Anche qui la situazione è piuttosto complicata. Nell’a.s. 2007/08 vi erano ben 166 comuni con una popolazione scolastica straniera nei primi due ordini scolastici teoricamente “fuorilegge” (superiore cioè all’ipotetico limite del 30%). Quindi anche immaginando uno scomodo “travaso” da una scuola all’altra, in molti comuni già non si sarebbe riusciti comunque ad accontentare il Ministro: l’unica soluzione per i malcapitati stranieri residenti sarebbe stata quella di portare i propri figli in scuole di comuni confinanti. Tuttavia in alcuni casi nemmeno questa soluzione sarebbe stata percorribile dal momento che in alcune province si concentrano numerosi comuni “fuorilegge”. Nella provincia di Cremona, ad esempio, erano 12 i comuni con più di 30 bambini stranieri su 100 nel complesso delle scuole dell’infanzia o primarie, 11 nella provincia di Brescia, 10 in quella di Mantova. Si tenga conto che le province citate sono tra loro confinanti e che in generale la Lombardia orientale può essere considerata una zona a rischio di spostamento forzato per la frequenza scolastica (cfr. fig. 1).
Quali effetti potrebbero avere eventuali spostamenti forzati sulla frequenza scolastica degli stranieri, come è noto, già abbastanza accidentata?
(Im)probabili scenari futuri
Questa era la situazione durante il precedente anno scolastico, ma il quadro è in rapida evoluzione. La popolazione straniera minorile tra il 2008 e il 2009 è aumentata di più del 10%, sia per i flussi migratori dall’estero, sia per le sempre più numerose nascite da genitori stranieri che si verificano nel nostro Paese.
Proviamo, quindi, a immaginare, in chiave estremamente semplificata, qualche scenario futuro.
In 532 comuni italiani nel 2007 l’incidenza di nati stranieri (si tenga conto che vengono considerati solo i nati da genitori entrambi stranieri) sul totale dei nati ha superato – in alcuni casi di molto – la soglia del 30%.
In alcuni si tratta di piccoli comuni, ma non sono pochi quelli che, pur non essendo capoluoghi di provincia, hanno un’ampiezza demografica rilevante e in cui i bambini interessati sono numerosi.
Oltre ai casi di Prato e Brescia, ormai noti per incidenza di nascite da stranieri, ad Arzignano (Vicenza) su 304 nati 136 sono stranieri (45%), a Pioltello (Milano) i nati stranieri sono 142 su 377 (38%), a Montecchio Maggiore (Vicenza) 109 su 293 (37%).
Immaginando quindi anche uno scenario di popolazione chiusa (i Comuni presi in considerazione hanno, in realtà, saldi migratori ampiamente attivi), tenendo conto di una mortalità infantile pressoché nulla, e di un numero contenuto di acquisizioni di cittadinanza, è verosimile che nel giro di 4-5 anni la soglia indicata dal Ministro non potrebbe essere rispettata in più di 500 Comuni.
Ma questi bambini nati in Italia e che solitamente parlano perfettamente la nostra lingua sono davvero stranieri? È possibile pensare che un bambino figlio di genitori cinesi nato e cresciuto in Italia abbia gli stessi problemi di un suo coetaneo arrivato da pochi mesi dalla Cina?
Evidentemente no, e la soglia dovrebbe tenere conto anche di questo, ma in che modo?
Ci sono poi tutte le differenze tra le problematiche presentate in maniera peculiare da bambini appartenenti a diverse collettività. Il famoso problema del mosaico dell’immigrazione. La soglia potrebbe tenere conto anche di questo?
Ieri il contadino oggi lo straniero
È evidente che la presenza straniera pone al nostro Paese una serie di sfide, e sul piano della scuola se ne gioca una particolarmente importante e delicata.
Il timore, da una parte, è che i bambini stranieri rallentino l’apprendimento dei bambini italiani, ma dall’altra si ha paura che la scuola non svolga la funzione di facilitatore di integrazione che invece dovrebbe avere. Le strategie e le soluzioni suggerite sono diverse. Oltre alla soglia indicata dal Ministro Gelmini, c’è la proposta avanzata da parte della Lega di creare classi separate per stranieri.
Ma sia i problemi che le ricette proposte non sembrano nuovi.
Dietro i problemi di conoscenza linguistica, che riguardano bambini e ragazzi giunti da poco nel nostro paese e non certo quelli nati in Italia, si celano, infatti, problemi più ampi di integrazione sociale di cui quella scolastica è un tassello fondamentale perché in grado di influenzare l’intero percorso di vita dei ragazzi stranieri. E i rischi di marginalità, di mancata integrazione riguardano tutti, al di là della conoscenza della lingua.
Ieri il problema riguardava i figli dei contadini e dei meridionali immigrati al Nord, oggi riguarda soprattutto i bambini stranieri. Negli anni ’70 le teorie della “riproduzione culturale” (attuata attraverso strumenti di “selezione classista”) espresse da Bourdieu e Passeron diedero un corpo teorico a quanto messo in pratica qui in Italia dalla scuola di Don Milani (v. I nuovi ragazzi di Barbiana, Giampiero Dalla Zuanna). Si affermava che il sistema scolastico contribuiva a perpetuare attraverso le generazioni le disuguaglianze sociali ed economiche: i ragazzi della classe lavoratrice trovandosi in un ambiente culturalmente estraneo, familiare invece ai coetanei delle classi privilegiate, erano fortemente penalizzati e demotivati. Un corpo teorico di cui le successive riforme hanno, almeno in parte, tenuto conto, tentando di costruire una scuola più “aperta” anche attraverso la cancellazione delle classi differenziali e una maggiore attenzione alle esigenze dei singoli allievi.
Attualmente si avverte il forte rischio della riproposizione di una selezione classista non in senso tradizionale, ma basata su criteri di cittadinanza. I ragazzi stranieri hanno livelli di abbandono degli studi molto elevati e si orientano nella scelta della scuola superiore verso istituti tecnici e professionali in misura molto più elevata di quanto facciano i ragazzi italiani.
Questi sono segnali importanti, non ignoriamoli.
Per saperne di più
BOURDIEU P., PASSERON, J.-Cl, La reproduction.Eléments pour une théorie du système d’enseignement, Paris 1970.
MILANI L., Lettera a una professoressa edizione speciale 40 anni dopo, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 2007
Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle degli autori ma non coinvolgono l’Istituzione di appartenenza
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