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La Sardegna senza Sardi?

Massimo Livi Bacci

Con questo inquietante interrogativo si intitolano due incontri svoltisi in questi giorni a Sassari e a Cagliari1. Una preoccupazione antica, spesso riecheggiata dalla saggistica ottocentesca e del primo novecento, ed oggi riattizzata da studi e ricerche. Solo un paio di mesi fa sono state presentate nuove previsioni demografiche che segnalano – per l’intera isola – un possibile declino  di quasi il 20% tra il 2010 e il 2060, nonostante l’ipotesi di una modesta ripresa della natalità, di un continuo aumento della longevità e di una immigrazione analoga a quella non trascurabile degli ultimi anni 2. Si tratta di una diminuzione più accentuata rispetto al -17% valutato dall’Istat, per lo stesso periodo, un paio di anni fa; l’impatto sulla regione sarebbe assai disuguale: solo la provincia di Olbia-Tempio è prevista in aumento, mentre tutte le altre sarebbero in diminuzione, da un minimo del 16%  di Cagliari al massimo del 38% del Medio Campidano. Lo spazio di un cinquantennio è molto lungo, e molte tendenze potrebbero modificarsi in modo inaspettato. Ma la preoccupazione è reale e comune a molte altre aree del Paese, soprattutto del Mezzogiorno.
La Sardegna e il Mezzogiorno
La Sardegna non è però un caso eccezionale, e tendenze analoghe si verificano in tutte le regioni del Mezzogiorno,  come risulta dalle proiezioni della nostra statistica ufficiale. Limitandoci al periodo 2011-2041 (si tratta di un periodo sufficientemente lungo, oltre al quale le proiezioni perdono rapidamente valore diagnostico), il declino demografico della Sardegna (-6,1%) sarebbe simile a quello della Sicilia (-6,2%) e inferiore a quello delle altre regioni meridionali (da -8% della Campania a -15% della Basilicata) salvo l’Abruzzo che, in controtendenza, avrebbe un incremento del 5%. Insomma, la Sardegna condivide  una questione comune all’intero  Mezzogiorno: come evitare che il potenziale declino demografico si traduca nel declino dell’intero sistema economico e sociale.
E le altre isole del Mediterraneo?
L’insularità è una “categoria” che va riempita di contenuti e che assume significati diversi a seconda delle epoche storiche e dei più vasti contesti di relazioni tra continenti. Un raffronto con le altre grandi isole del Mediterraneo se non ci da la chiave per interpretare le vicende demografiche sarde, ci permette almeno di soddisfare qualche curiosità. Nella Figura 1, riportiamo il rapporto esistente tra l’andamento demografico della Sardegna e quello della Sicilia (e dell’insieme del Paese), nel secolo e mezzo dall’Unità.  Vediamo anzitutto che nel tempo la quota dei Sardi sugli Italiani è andata crescendo: dal 2,3% nel 1861 al 2,8% nel 2011. Una tendenza che però si è già invertita (il massimo del 2,9% è stato raggiunto nel 2001) e che, secondo le previsioni correnti, proseguirà nei prossimi decenni. Il raffronto con la Sicilia, invece, svela una storia diversa: i Sardi erano un quarto dei Siciliani nel 1861, scendevano ad un quinto nel 1911, e risalivano continuamente fino a raggiungere un terzo nel 2011: una rimonta, questa, dovuta al maggior incremento naturale e alla minore emigrazione per gran parte del Novecento.
Nella Figura 2, oltre al rapporto tra Sardi e Siciliani, viene mostrato anche il numero di Sardi per ogni Corso, Maiorchino (e altri abitanti delle Baleari), Cretese, Cipriota e Maltese. Il rapporto cresce a favore dei Sardi oltre che nel confronto con i Siciliani, anche con quello dei Corsi; rimane approssimativamente costante con Cretesi e Maltesi, diminuisce fortemente rispetto ai Maiorchini e ai Ciprioti. Il confronto con questi ultimi è inficiato dalle vicende politiche, e dall’influsso migratorio massiccio dalla Turchia dopo l’invasione del 1974. Nell’arcipelago mediterraneo, le popolazioni insulari hanno avuto dinamiche assai varie – anche se accomunate tutte da forti correnti emigratorie – in parte per i diversi ritmi della transizione demografica (precoce nelle Baleari, tardiva in Sardegna), in parte per le dinamiche economiche particolari a ciascuna isola, tra le quali in tempi recenti lo sviluppo dell’industria turistica ha avuto una parte importante.
Sardegna: poche, pochissime nascite
L’evoluzione futura della Sardegna è condizionata dai livelli bassissimi della natalità e dal ridursi delle dimensioni delle nuove generazioni: se nulla mutasse e se il flusso di nascite restasse attorno alle attuali 13.000 unità all’anno, se non vi fosse immigrazione, e se la speranza di vita si assestasse attorno agli 85 anni (media di uomini e donne) la popolazione si stabilizzerebbe attorno a 1,1 milioni di abitanti. Ma per mantenere il flusso delle nascite al livello attuale occorrerebbe una buona ripresa della fecondità rispetto agli attuali 1,2 figli per donna che pongono la Sardegna in coda alla graduatoria regionale: infatti, nei prossimi decenni, il numero di donne in età fertile tenderà a diminuire. L’Istat calcola che a dispetto di una lieve ripresa della fecondità il flusso delle nascite, negli anni ’20 e ’30, sarà attorno alle 10.000 unità all’anno.  Si pensi, che nel ventennio 1945-64, il numero medio di nati fu più che triplo (33.000 all’anno). La Figura 3 dà conto della rapidissima riduzione della fecondità tra i primi anni ’60 (il numero di figli per donna era ancora vicino a 4) e i tardi anni ’90, quando si è toccato il minimo assoluto, sotto la soglia di 1 (solo la Liguria era riuscita a “far meglio” della Sardegna). Si noti come la curva descritta dalla Sardegna, ben superiore a quella della Sicilia all’inizio del periodo, ne risulti nettamente al di sotto alla fine di questo.
Più donne al lavoro, miglior qualità del capitale umano di giovani ed immigratiSono le poche nascite il problema numero uno dell’isola: non l’invecchiamento – certo notevole – che se calcolato con riferimento all’età biologica anziché a quella cronologica può essere sostenibile e non l’emigrazione,  a livelli più modesti che in altre regioni meridionali. Scriveva Francesco Corridore, più di un secolo fa “Certo se con maggiore iniziativa si coltivasse l’agricoltura, e si sviluppassero il commercio e l’industria, verrebbe meno la miseria, la limitazione della prole, il celibato imposto a certe classi, il ritardo del matrimonio e si avrebbe una popolazione fiorente”3. Una diagnosi che ben descriveva il modello riproduttivo sardo : “I legami forti in Sardegna sono stati contraddistinti nel passato e ancora oggi dalla centralità della figura della donna e dal predominio della linea familiare materna. La rete di supporto e di aiuto materiale e psicologico nella quotidianità ha ancora oggi, come protagoniste principali, le figure femminili della stessa famiglia. Le donne adulte della propria famiglia costituiscono, inoltre, il veicolo della socializzazione per le giovani e finiscono con l’influenzare significativamente le attitudini di queste ultime rispetto alla famiglia ed al lavoro”… “Queste priorità di realizzazione individuale ricercate nell’istruzione e nel lavoro determinerebbero la conseguente necessità di limitare il numero di figli per garantire la possibilità di esercitare il duplice ruolo di madre e lavoratrice.”4
Il futuro sta, in Italia,  e a maggior ragione in Sardegna, nel potenziamento economico della donna, e nel suo pieno inserimento nel mondo del lavoro. Due fonti di reddito sono oramai necessarie per la coppia per prendere con maggiore serenità le decisioni riproduttive.  Ma il futuro richiede  anche più appropriati investimenti in istruzione e conoscenza che arricchiscano il capitale umano  e l’efficienza delle nuove e poco numerose generazioni. E, infine, occorre un potenziamento dell’immigrazione di qualità, capace di sostenere il ricambio sociale e dare maggiore dinamismo al mercato del lavoro. 
 

NOTE
1 – “La Sardegna senza Sardi? Demografia e sviluppo nel prossimo futuro”,  Sassari 18 dicembre e Cagliari, 19 dicembre 20132 – Massimo Esposito,  Previsioni provinciali e comunali della popolazione della Sardegna, in Marco Breschi (a cura di), Dinamiche demografiche in Sardegna tra passato e futuro, Forum, Udine, 201
3 – Citato da Marco Breschi, Il singolare percorso della transizione demografica in Sardegna, in Breschi (a cura di), Dinamiche, cit., p. 13
4 – Lucia Pozzi, Premessa, in Marco Breschi (a cura di), Popolamento e transizione demografica in Sardegna,  Forum, Udine, pp. 9-10
 
 
 

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